29/08/2025
da Il Manifesto
La diplomazia russa- Quasi 600 droni, 31 missili balistici che lasciano a terra 19 morti e decine di feriti. Mosca: «L’operazione militare speciale continua»
Il devastante attacco su Kiev di ieri non è, come sostengono ucraini ed europei, un «bombardamento sulle trattative di pace», ma la scontata prosecuzione della guerra. Lo ha spiegato chiaramente il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov: «Non sono stati raggiunti accordi sulla tregua aerea. Le Forze armate russe stanno svolgendo i loro compiti: continuano a colpire infrastrutture militari e paramilitari. Gli attacchi hanno successo, gli obiettivi vengono distrutti, l’operazione militare speciale continua».
PIÙ CHE UNA RISPOSTA alle domande dei giornalisti si tratta di una dichiarazione programmatica che palesa il fatto che Mosca non intende fermarsi finché l’Ucraina non si dichiarerà sconfitta. E, soprattutto, dimostra che per il Cremlino la guerra si deciderà sul campo. Nel Donetsk come nelle retrovie saranno le armi a mettere un punto. Con un discrimine fondamentale: Donald Trump. Se il presidente degli Stati uniti, come è stato fino al momento in cui questo articolo è andato in stampa, preferirà non esprimersi sull’accaduto, avrà già dato il suo beneplacito. La condanna di Washington potrebbe essere l’unico deterrente per la Russia.
Ma finché il tycoon non agirà praticamente contro Mosca si può affermare serenamente che l’ago della bilancia negoziale resta sbilanciato verso il Cremlino. Al contrario, il silenzio della Casa bianca per i russi è come un lasciapassare. Era stato Trump stesso a dichiarare, pochi giorni dopo Anchorage, che «potremmo arrivare a un accordo, o forse no, non lo so. Potrebbe anche darsi che [Putin e Zelensky] se la dovranno vedere da soli». Il disimpegno Usa, tuttavia, non sarebbe neutro, anche se difficile da prevedere. Continueranno ad arrivare armi a Kiev? Si continueranno a fornire licenze agli europei per acquistare sistemi da inviare alle forze di Zelensky? Gli Usa manterranno le promesse di fornire garanzie di sicurezza, fondamentali per qualsiasi accordo che ponga fine alle ostilità? Per ora è intervenuto solo Keith Kellogg, l’inviato speciale di Trump per l’Ucraina mai atterrato a Mosca perché considerato «troppo filo-ucraino» dal Cremlino: «Questi attacchi vergognosi minacciano la pace che il presidente sta perseguendo». Decisamente troppo poco da chi si vorrebbe arbitro della pace sulla Terra. Oggi i rappresentanti ucraini incontreranno delegati occidentali in Svizzera per discutere di garanzie di sicurezza. Venerdì saranno a New York per parlare con i vertici Usa.
LE DICHIARAZIONI di ieri di Zelensky sottendono queste domande, ma insistono sul fatto che è Putin a far naufragare ogni speranza di pace. «È giunto il momento di nuove sanzioni contro la Russia per tutto ciò che sta facendo. Tutte le scadenze sono già state violate, così come decine di opportunità diplomatiche. La Russia deve sentirsi responsabile di ogni attacco, di ogni giorno di questa guerra, la Russia sta scegliendo i missili balistici invece del tavolo dei negoziati, sceglie di continuare a uccidere invece di porre fine alla guerra».
INTANTO A KIEV i servizi d’emergenza continuavano a scavare sotto le macerie dell’ultimo bombardamento russo. Il secondo più massiccio dall’inizio della guerra. Circa 600 droni e 31 missili, tra cui anche le testate ipersoniche Kinzhal; 19 morti accertati (tra cui quattro minori), decine i feriti, almeno 60mila persone senza corrente e altre migliaia senza acqua e gas. Danni alle ferrovie, alle strade, alle infrastrutture civili. Un attacco di questa portata dopo il summit in Alaska tra Trump e Putin e la riunione di Washington dei leader europei e della Nato è un chiaro messaggio al mondo. Per il ministero della Difesa di Mosca l’attacco di ieri ha «raggiunto tutti gli obiettivi», come al solito. Sarebbero state distrutte «imprese del complesso militare-industriale e basi aeree militari ucraine». Nello specifico, secondo il canale Telegram Mash «sono state colpite l’impresa di assemblaggio dell’industria missilistica e spaziale Specoboronmash, lo stabilimento di componenti missilistici Kiev Radiozavod, l’impresa industriale Kiev-22, l’impresa industriale Samsung-Ukraine e la Ukrspecsystems, che sviluppa i droni PD-2 e Shark».
UNANIME L’INDIGNAZIONE europea, che dai vertici di Bruxelles ai capi di stato e di governo accusa Putin di non aver alcun interesse nelle trattative, di aver svelato (ancora una volta) il volto da carnefice, nonché di aver confermato le preoccupazioni dell’Ue sulla Russia come «nemico numero uno» del presente e, soprattutto, del futuro. Del resto stavolta le bombe russe hanno colpito anche i palazzi della diplomazia europea e britannica a Kiev, motivo in più per condannare l’orso assetato di sangue. Che si tratti di un avvertimento, come sostiene qualcuno, per scoraggiare i leader del Vecchio continente dal continuare a parlare di contingenti di pace «anfibi a terra» o di sostegno diretto a Kiev, oppure di un caso importa poco. Il punto è che la guerra non si ferma finché non si ferma, e i proclami servono solo a soddisfare l’ego di chi li pronuncia, non ad arrestare l’ondata di distruzione che da tre anni e mezzo funesta l’Europa dell’est.