24/05/2026
da Remocontro
Il XX secolo era stato un periodo di inaudita violenza a causa di due guerre mondiali spaventose – anche per la componente ideologica che si era imposta sul conflitto -, mentre da un punto di vista geopolitico e geoeconomico, fu definito il ‘secolo americano’ , Allora ‘riluttante. Oggi, con Trump, ‘Un impero prepotente, contestato e incerto’.
L’impero americano ‘riluttante’
Agli albori del terzo millennio la potenza degli Stati Uniti aveva raggiunto indubbiamente il suo apice, ma contemporaneamente ci si interrogava sul futuro: una nota definizione di Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, parlò di ‘impero riluttante’ ed indubbiamente il declino americano cominciò allora tra dubbi, tentennamenti e altre scelte discutibili. La comparsa di un nuovo antagonista paragonabile alla potenza precedente sembrava però ancora lontana e soprattutto inimmaginabile che questo posto sarebbe stato ricoperto da uno stato le cui vicende nel secolo XX avevano letteralmente fatto toccare il fondo.
In un secolo la rinascita della potenza cinese
L’apertura obbligata. Nel gennaio 1901, l’imperatrice Cixi emise un proclama ammettendo la necessità da parte della Cina di adottare dei “punti di forza” per superare lo stato di debolezza e di caos interno: una dichiarazione contraddittoria, perché da una parte l’imperatrice sosteneva anche il movimento ultra conservatore e xenofobo dei Boxer, sconfitti pochi mesi dopo. Non restò altro che, sotto le energiche pressioni occidentali, dare piena attuazione alle riforme necessarie. A parte il riordino interno della farraginosa macchina burocratica e della selezione dei funzionari, i famosi mandarini, l’invito agli studenti cinesi fu quello di recarsi all’estero e i primi partirono infatti per il Giappone.
Altri che poi parteciparono alla fondazione della repubblica si recarono a studiare in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti. La prima conseguenza fu che quelli che avevano studiato in Giappone si convinsero che un ‘sistema costituzionale’ come quello giapponese aveva sconfitto l’autocrazia zarista nel 1905 e soprattutto avrebbe ridato vigore a un paese immenso: non si trattava della guerra in se, ma del fatto che per la prima volta un paese asiatico aveva sconfitto un paese occidentale e il sogno cinese era quello di liberarsi del controllo delle presenze europee.
Non furono soltanto futuri aderenti al movimento nazionalista a recarsi per la prima volta all’estero, ma anche – a partire dagli anni Venti – personaggi che sarebbero entrati a parte del partito comunista: Zhou Enlai in Giappone; Deng Xiaoping e Chen Duxiu in Francia; Liu Shaoki in Unione sovietica e Zhou De perfino in Germania. Paradossalmente solo Mao Zedong si recò all’estero per la prima volta nel 1950 in un famoso viaggio in Unione Sovietica.
Dalla fine dell’impero alla repubblica popolare
Crollata la debole repubblica e conclusa la Prima guerra mondiale, si aprì una stagione di lacerante instabilità e di assoggettamento alle potenze straniere che sarebbe sfociata nell’occupazione giapponese. Il governo repubblicano, forse subendo una sorta di contrappasso rispetto i secoli in cui un vertice unico aveva governato senza limiti il Celeste Impero, subì le lotte tra i ‘signori della guerra’, molti dei quali erano quei militari che avevano frequentato scuole militari all’estero. Le prime conseguenze si ripercossero subito ad esempio sull’agricoltura che, basata sulla rigida regolamentazione centrale per l’irrigazione e sul ruolo del mandarinato, non fu più in grado di alimentare nemmeno gli stessi contadini.
Seguirono gli anni della depressione del 1929 che mise in crisi anche economie molto più forti di quella cinese. Alle vittime dei conflitti e delle epidemie, si aggiunsero le morti per fame. La moneta cinese, basata sull’argento e non sull’oro come le altre, crollò e alla fine riuscì a mantenersi solo perché i cinesi all’estero acquistavano argento a un prezzo inferiore e lo inviavano in patria. Quando però gli Stati Uniti nel 1935 aggiunsero l’argento alla loro riserva obbligatoria in oro, i prezzi salirono alle stelle provocando un’inflazione devastante.
Nessun paese in queste condizioni sarebbe stato in grado di resistere ad un’aggressione e quella giapponese fu particolarmente cruenta. Nel frattempo, sebbene fino alla età degli anni Trenta il dibattito interno fosse stato solo ideologico, si sviluppava l’organizzazione del partito comunista. Seguì allora la Lunga Marcia, impresa sovrumana descritta da Edgar Snow come una traversata da sud a nord che superò “diciotto catene montuose e ventiquattro fiumi, attraversando dodici province e occupando sessantadue città”. La vittoria si ebbe tuttavia solo nel 1949, quando furono sconfitti i nazionalisti e proclamata la Repubblica Popolare.
La rinascita
La Repubblica Popolare dovette affrontare da subito una situazione economica difficilissima, complicata dalla mancanza di risorse e in parte dalla stessa Unione Sovietica che, pur fornendo aiuti non trascurabili, non capiva la mentalità cinese, quando non mostrava diffidenza venata a volte di disprezzo nei confronti dell’alleata asiatica. Dopo un decennio e numerosi fallimenti economici disastrosi seguì una rottura nel 1960 che sarebbe diventata uno scontro aperto a partire dal 1967. Con il senno di poi si potrebbe dire che la ‘rivoluzione culturale’ che seguì – pur rappresentando l’apogeo della visione marxista-leninista e del ruolo del Grande Timoniere – sia stata anche la fine di una prospettiva socialista e l’inizio di un altro periodo ben diverso.
Dalla scarsa rilevanza sul piano internazionale e un terzomondismo ideologico si passò all’ingresso alle Nazioni Unite e allo sviluppo delle relazioni sino-americane nel 1971. Seguirono gli anni delle ‘quattro modernizzazioni’ che comportarono grandi trasformazioni sociali ed interessarono l’agricoltura e la società rurale, l’industria e le città e soprattutto l’istruzione: sebbene l’imperatrice Cixi non sedesse più sul trono, l’invito a ‘studiare all’estero’ per dare nuovi “punti di forza” alla Cina sembrò riecheggiare ancora.
Da risolvere tuttavia una questione tutt’altro che secondaria: se Hong Kong e Macao, residui colonialisti sul suolo cinese, sono tornati alla Cina, irrisolta è la questione di Taiwan. Dietro un’apparente flemma della Repubblica Popolare sull’isola, si nasconde però una volontà ferrea.

