10/04/2026
da Remocontro
La tregua sul conflitto Stati uniti e Israele contro l’Iran rafforza le credenziali di «potenza responsabile» di Pechino. Lo sosteneva lo stesso Trump subito dopo l’intesa in extremis con Teheran, prima che Netanyahu in Libano bombardasse tutto. Cina potenza responsabile e mediatrice che secondo l’agenzia Ap, ha cercato prima di operare attraverso intermediari come Pakistan, Turchia ed Egitto, per poi esporsi in prima persona con contatti diretti.
Mano del Pakistan, mente della Cina
«La mano è del Pakistan, la mente è (anche) della Cina», sostiene Lorenzo Lamperti sul Manifesto. Parliamo della tregua più fragile della storia esaltata da Donald Trump e ridicolizzata dell’alleato israeliano nella disavventura Iraniana. La Cina avrebbe chiesto all’Iran di dare prova di flessibilità e allentare le tensioni, confermano fonti iraniane citate dal New York Times. Da Pechino non arriva alcuna smentita. «Abbiamo lavorato in modo attivo per promuovere la pace e fermare i combattimenti sin dall’inizio del conflitto», ha dichiarato la portavoce del ministero degli esteri, Mao Ning.
Da Pechino la spinta decisiva
La Cina regista silenziosa della tregua mandata in frantumi da altri. Pragmatismo senza clamori. «Tutto il contrario di carattere e politica di Trump, sottolinea Davide Cancarini sul Fatto Quotidiano. Secondo molte indiscrezioni internazionali, Teheran avrebbe deciso all’ultimo minuto di rispondere affermativamente alla proposta di cessate il fuoco dopo che da Pechino è arrivato l’invito a mostrare flessibilità e ridurre la tensione nel Golfo. Il Corriere della Sera sottolinea invece il ruolo del capo dell’esercito di Islamabad, e ridimensionato il peso del presidente turco Erdogan. Oltre al silenzio dei Paesi arabi del golfo che non risultano neppure interpellati.
Il Pakistan e i suoi 10 milioni di sciiti
Cina partecipe dietro le quinte comunque il Pakistan protagonista, va detto. Dopo settimane di lavorio diplomatico più o meno segreto, e sarà proprio la capitale Islamabad a ospitare da venerdì i colloqui per salvare la tregua. Pare però che una spinta decisiva all’Iran, affinché accettasse di interrompere la propria risposta militare all’attacco subito da parte degli Stati Uniti e di Israele, sia arrivata dalla Cina. Secondo numerose e sempre più concrete indiscrezioni, Teheran avrebbe deciso all’ultimo minuto di rispondere affermativamente alla proposta di cessate il fuoco dopo che da Pechino è arrivato l’invito a mostrare flessibilità e ridurre la tensione nel Golfo.
La Cina in Asia occidentale
La scorsa settimana il ministro degli esteri pachistano Ishaq Dar si è recato in Cina per incontrare l’omologo Wang Yi. Al termine dei colloqui, era stato presentato un piano in cinque punti per promuovere la fine della guerra. Evidentemente più concreta di quanto lasciato apparire. L’Asia occidentale –sottolinea Lamperti -, è la regione dove la diplomazia cinese ha ottenuto i risultati più efficaci, anche negli anni scorsi. Esempi noti:il riavvio dei rapporti tra Iran e Arabia saudita, e l’ospitalità concessa ai round negoziali delle fazioni palestinesi. Senza dimenticare l’intercessione che ha portato all’ingresso di alcuni paesi della regione in piattaforme multilaterali come i Brics. Mentre poco dopo l’inizio della guerra, l’inviato speciale Zhai Jun ha visitato i paesi del Golfo.
Il non uso della forza nelle crisi
Nelle scorse settimane, il ministro degli esteri Wang ha tenuto 26 colloqui con tutti i governi della regione, Iran e Israele inclusi. Sforzo ancora maggiore dopo che Trump aveva chiesto l’invio di navi da guerra per proteggere le rotte marittime della regione. «Pechino non poteva certo esaudire la richiesta, sia per i suoi rapporti con Teheran sia per la sua storica pretesa di neutralità e non utilizzo della forza nelle crisi internazionali». Si tratta della stessa scusa con cui la Cina, insieme alla Russia, ha posto il veto alle Nazioni unite contro la risoluzione per la riapertura forzata di Hormuz. Sullo Stretto, peraltro, il sistema di pedaggi imposto dai pasdaran ha sin qui previsto pagamenti in stablecoin o in yuan cinesi, in ossequio al desiderio di de dollarizzazione.
Pechino a Trump con diplomazia
Pechino è pronta ad aiutare, ma attraverso la diplomazia il massaggio a Trump. Con lo stesso presidente che poi da rilevanza all’azione cinese. Un segnale che anche la Casa bianca tiene a stabilizzare la tregua commerciale siglata lo scorso ottobre a Busan, in vista del summit con Xi Jinping previsto per metà maggio. E il nuovo sondaggio annuale dell’Iseas di Singapore sostiene che la maggioranza del Sud-Est asiatico preferirebbe Pechino a Washington, se costretta a scegliere tra le due potenze (https://www.reccessary.com/en/news/Iran-conflict-vietnam-energy-security).
- E la Cina puntella la sua pretesa immagine di «potenza responsabile» ospitando a Urumqi i colloqui tra Pakistan e Afghanistan, che le due parti hanno definito ‘positivi’. Ma anche ospitando Cheng Li-wun, leader dell’opposizione a Taiwan, nella prima visita dal 2016 di un presidente del Kuomintang in carica. Perché Taiwan prima o poi dovrà tornare cinese. Comunque, diplomazia o peggio.

