29/06/2026
da Il Manifesto
Il rapporto L'organizzazione per i diritti umani B'Tselem denuncia un'impennata senza precedenti delle uccisioni di minori palestinesi dopo il 7 ottobre 2023. Il racconto della famiglia di Mohammad Nasrallah, 17 anni, ucciso a Dhahiriya durante un'operazione dell'esercito israeliano
Il piccolo convoglio di auto di B’Tselem procede lentamente verso Dhahiriya, percorrendo strade secondarie per aggirare cancelli e recinzioni di colore giallo o arancione che sigillano sempre o a giorni alterni – deciderlo è l’esercito israeliano – i centri abitati palestinesi piccoli e grandi. Che sia la vicina città di Hebron o questo piccolo villaggio non importa. Senza preavviso la vita di migliaia di persone può fermarsi davanti a quei cancelli: non si va al lavoro, non all’università, non si va da nessuna parte. Persino le ambulanze con a bordo persone in gravi condizioni fanno fatica a passare. Anche all’interno dei centri abitati, la vita per il singolo cittadino può fermarsi all’improvviso per ben altre ragioni. Come i proiettili sparati da soldati impegnati in raid o arresti, come è accaduto il 26 gennaio di quest’anno a Mohammad Nasrallah, un ragazzo di 17 anni.
L’organizzazione per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati ci porta a casa sua, assieme ad altri due giornalisti stranieri, in anticipo sulla presentazione, questa mattina, dell’inchiesta che ha svolto sull’aumento vertiginoso delle uccisioni di minori palestinesi in Cisgiordania. Nell’arco di due anni e otto mesi, dal 7 ottobre 2023 al 7 giugno 2026, le forze militari israeliane hanno ucciso 235 bambini e adolescenti, denuncia B’Tselem. Altri cinque sono stati colpiti a morte da coloni. Solo nel 2025 i soldati hanno ucciso 54 bambini e adolescenti palestinesi. I dati sono inferiori ai picchi del 2023 e del 2024, ma ancora tra i più alti mai documentati dalla fine della seconda Intifada (2000-2005).

Rajeh Nasrallah, il padre del ragazzo deceduto, ci accoglie nella casa di famiglia ad al-Dhahiriya. Rajeh ha lavorato per anni come cuoco all’Atmosphera, un ristorante e sala ricevimenti ad Ashdod, in Israele. Ora è disoccupato, il suo permesso di lavoro è stato revocato. Assieme a lui ci sono la moglie Nihad e gli altri sei figli. Poco dopo arriva Hassan, 17 anni, cugino e migliore amico di Mohammad, ferito anch’egli il 26 gennaio dal fuoco delle truppe. «Mohammad amava giocare a calcio con gli amici», ci racconta Rajeh, «lo faceva nel pomeriggio, poi andava a trovare il cugino». Hassan dopo mesi soffre ancora per le conseguenze di due proiettili che gli hanno colpito una gamba. Dopo aver giocato a carte i due ragazzi decisero di andare a casa di Mohammad.
Intanto, reparti speciali israeliani avevano invaso la zona. I cugini prima di avviarsi aspettarono che le jeep militari se ne andassero, ma non sapevano che alcuni soldati erano rimasti appostati tra gli ulivi. Presero una scorciatoia lungo uno stretto sentiero tra i campi coltivati tra le case del villaggio alla fine del quale si trova un muretto di pietra, alto un metro e mezzo, a poche decine di metri da casa di Mohammad. Quando il ragazzo iniziò a scavalcarlo i soldati nascosti nel boschetto spararono colpendolo all’addome. Pochi istanti dopo un altro militare aprì il fuoco anche contro Hassan. Rajeh si trovava in un negozio, a poche decine di metri dal luogo dell’accaduto, ignaro di tutto. Sentì degli spari e un grido in arabo, ci racconta. Lo stesso grido percepì sua moglie Nihad, non immaginando che fosse suo figlio.

Poco dopo gli abitanti di Dhahiriya si precipitarono per informarli e morte, dolore e rabbia riempirono per sempre la casa dei Nasrallah. «Un dolore che non si supererà mai», ci ripete Rajeh. Manal Jabri, una ricercatrice di B’Tselem, aggiunge, riferendo quanto ha saputo da alcuni testimoni, che i soldati, dopo aver sparato, fermarono «per controlli» l’ambulanza con a bordo Mohammad. Quel rallentamento, spiegarono i medici, avrebbe compromesso le possibilità di salvare il ragazzo giunto all’ospedale di Dura in condizioni critiche.
«Gli israeliani sparano facilmente, senza motivo, non hanno poco da fare e sparano contro i nostri ragazzi, contro di noi. Il 26 gennaio era tutto tranquillo a Dhahiriya, non era accaduto nulla che potesse spingerli a fare fuoco», ci dice un uomo presente a casa dei Nasrallah. Il portavoce militare, giorni dopo l’uccisione di Mohammad, disse che nell’area di Dhahiriya si era verificato un «violento scontro a fuoco» e che i soldati «dopo aver individuato un terrorista che aveva lanciato una molotov, hanno risposto al fuoco, in conformità con le regole di ingaggio, e lo hanno neutralizzato».
L’uccisione dei minori palestinesi in Cisgiordania ha raggiunto livelli senza precedenti negli ultimi vent’anni, sottolinea B’Tselem nel suo rapporto che attribuisce il forte aumento delle vittime a un cambiamento delle regole d’ingaggio dell’esercito israeliano dopo il 7 ottobre 2023 e denuncia un clima di sostanziale impunità per le forze di sicurezza. L’organizzazione sostiene che l’aumento delle vittime sarebbe il risultato di una politica di apertura del fuoco molto più permissiva. B’Tselem cita anche le dichiarazioni del comandante del Comando Centrale dell’esercito, Avi Bluth, che mesi fa ha affermato pubblicamente che le forze israeliane stavano «uccidendo come non accadeva dal 1967». Secondo l’organizzazione, l’abitudine delle autorità israeliane di classificare quasi automaticamente tutti i palestinesi uccisi come «terroristi» o «operativi del terrorismo», compresi civili e minori che non rappresentavano alcun pericolo, contribuisce a garantire un’impunità di fatto. Il rapporto inserisce quanto accade nel quadro più ampio della guerra a Gaza, sostenendo che la normalizzazione dell’uccisione di migliaia di bambini palestinesi nella Striscia ha favorito un clima di crescente disumanizzazione anche in Cisgiordania.
Le statistiche mostrano un netto peggioramento rispetto agli anni precedenti. Durante la seconda Intifada, tra l’ottobre 2000 e il febbraio 2005, le forze israeliane uccisero 251 minori palestinesi in Cisgiordania e altri cinque morirono per mano di coloni. Successivamente, dal febbraio 2005 alla fine del 2021, nell’arco di quasi diciassette anni, i minori palestinesi uccisi furono 194, con una media di circa tredici all’anno. Dopo il 7 ottobre 2023 la situazione è radicalmente cambiata: nel 2023 le vittime minorenni sono state 120, di cui 80 nei tre mesi successivi all’attacco di Hamas; nel 2024 sono state 89; nel 2025, pur diminuendo a 54, il numero resta oltre quattro volte superiore alla media del periodo precedente.
Tra i 54 minori uccisi nel 2025 figurano tre bambini tra i due e i nove anni, nove tra i dieci e i tredici, diciassette adolescenti di quattordici e quindici anni, sedici sedicenni e nove diciassettenni. L’analisi dei singoli casi costituisce uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta. B’Tselem afferma che soltanto due erano armati quando sono stati colpiti. Altri quattro stavano lanciando ordigni artigianali e uno avrebbe accoltellato un agente di polizia. Tredici sono stati uccisi mentre lanciavano pietre, senza che tali azioni provocassero feriti israeliani. Almeno ventuno, invece, non stavano partecipando ad alcuno scontro, pur trovandosi talvolta nelle vicinanze di aree dove erano in corso scontri. Per altri dodici casi l’esercito ha sostenuto che i ragazzi stessero lanciando molotov, pietre o ordigni, circostanze che B’Tselem dichiara di non essere riuscita né a confermare né a smentire. Quarantasette minori sono morti per colpi d’arma da fuoco, mentre altri sette sono stati uccisi in attacchi aerei. Una ragazza è stata colpita all’interno della propria abitazione. Sette minori hanno perso la vita in bombardamenti aerei.
L’inchiesta dedica ampio spazio anche ai soccorsi. In dodici casi, quasi un quarto del totale, l’esercito avrebbe ritardato o impedito l’accesso di ambulanze e soccorritori. In almeno nove episodi i soldati avrebbero esploso colpi d’arma da fuoco per tenere lontani residenti e personale sanitario. In alcuni casi i ritardi sarebbero durati fino a quaranta minuti. Quando i feriti sono stati portati via direttamente dai militari, aggiunge B’Tselem, non è stato possibile stabilire se abbiano ricevuto cure prima della dichiarazione di morte. L’organizzazione denuncia infine il trattenimento delle salme. A metà aprile di quest’anno Israele continuava a trattenere i corpi di 18 dei 54 minori uccisi nel 2025, impedendo alle famiglie di celebrarne i funerali e di osservare i tradizionali riti di lutto. Una pratica che B’Tselem considera contraria al diritto internazionale e che infligge una sofferenza supplementare ai familiari.

