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Cole Tomas Allen, un «amichevole assassino» per Trump

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Politica estera

28/04/2026

da Il manifesto

Marina Catucci

Cronaca vera Il 31enne accusato dell’attentato di sabato al Washington Hilton riappare in aula, mentre fioccano le teorie cospirative bipartisan

Cole Tomas Allen, il 31enne californiano sospettato di aver sparato fuori dalla sala dove si stava tenendo la cena dei corrispondenti della Casa Bianca, è comparso in tribunale ieri e ha ascoltato la lettura formale delle accuse a suo carico: oltre che del tentato omicidio del presidente, è accusato di detenzione di un’arma da fuoco e munizioni con l’intento di commettere un reato grave, e di aver sparato durante un crimine violento.

L’UDIENZA DI IERI è una fase puramente procedurale del processo, ma i giornalisti hanno fatto a gara per entrare in tribunale nella speranza di venire a conoscenza di nuovi dettagli sui piani dell’accusa. Tezira Abe, l’avvocato incaricato della difesa di Allen, ha dichiarato che il suo cliente «non ha precedenti penali né condanne», ma è difficile che questo dettaglio ne cambi radicalmente il destino. Subito dopo l’attentato, la procuratrice degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia, Jeanine Pirro, aveva già dichiarato che Allen sarebbe stato accusato di uso di arma da fuoco per un crimine violento e di aggressione a un agente federale con arma pericolosa, e che ulteriori accuse sarebbero state formulate in base all’andamento delle indagini. La prossima udienza è prevista per giovedì mattina.

 

Nel frattempo, sui media statunitensi si cerca di ricostruire il quadro di ciò che è accaduto, a partire da ciò che si sa dell’accusato. Il trentunenne è un tutor e ingegnere informatico con lauree al Caltech e alla College of Business School; si era definito un «amichevole assassino federale» e, prima di lanciarsi attraverso un posto di controllo di sicurezza del Washington Hilton – dove si stava svolgendo la cena – aveva espresso parole dure verso Donald Trump e i funzionari della sua amministrazione.

Gli investigatori lo hanno collegato a un account molto attivo su Bluesky, ora disattivato: si parla di oltre mille post fortemente critici nei confronti dell’amministrazione Trump, inclusa una condanna specifica della posizione del vicepresidente JD Vance sull’Ucraina e commenti su Elon Musk, che Allen avrebbe descritto come una «figura hitleriana».

Se i fatti certi sono ancora, tutto sommato, non molti, le teorie cospirative circolano copiose, a partire da un post su Threads della deputata democratica del Texas Jasmine Crockett, che circa sei ore dopo i fatti ha scritto: «Forse è colpa delle leggi permissive sulle armi, forse della mancanza di fondi per la salute mentale, o forse è tutta una bufala… chissà».

LE TEORIE COMPLOTTISTE hanno un seguito bipartisan – da destra e sinistra – da chi sostiene che Trump abbia orchestrato tutto per recuperare consensi in un momento di calo nei sondaggi, o per promuovere il progetto di costruire una sala da ballo alla Casa Bianca.

Fra i giornalisti presenti al Washington Hilton, invece, queste teorie circolano molto meno. «La paura è durata poco ma è stata molto reale – ci dice Iacopo Luzzi, collaboratore di Sky TG24 -. La consapevolezza che se l’attentatore fosse stato più organizzato avrebbe potuto fare una strage è arrivata subito. Quando ho capito che gli spari erano avvenuti a dieci metri da me è chiaro che sono rimasto scosso. Detto ciò, il centro del discorso riguarda ora il fatto che l’intero evento è stato sottostimato e organizzato con una security piuttosto approssimativa. Il red carpet da cui si passa prima di accedere alla ballroom, ad esempio, era fuori dal perimetro di sicurezza. Di certo adesso si stanno rivedendo tutti i protocolli, perché sono state messe a nudo le lacune del sistema di sicurezza».

ANCHE SE UNA REVISIONE completa dei protocolli è in programma per questa settimana, il presidente si è detto «soddisfatto» della risposta immediata dei servizi segreti. Per la Casa Bianca – liquidato Allen come uno squilibrato – , sotto accusa sono la sinistra e i democratici. Amplificando le dichiarazioni già fatte dal presidente, la portavoce Caroline Leavitt nella conferenza stampa straordinaria di ieri ha sostenuto che le dichiarazioni dell’attentatore riprendono il linguaggio usato da «tutto il Partito democratico».

Leavitt ha poi affermato che l’apostrofare per anTrump come «fascista» o «minaccia alla democrazia» ha creato un clima che favorisce la violenza, e che anche gli interventi dei comici rappresentano un esempio di «retorica ostile normalizzata». Leavitt ha inoltre ribadito l’importanza di costruire una sala da ballo alla Casa Bianca, accusando i media di presentare la vicenda come un semplice capriccio del presidente quando, invece, si tratterebbe di un problema di sicurezza nazionale. Ha infine chiesto a gran voce al Congresso di «mettere il Paese al di sopra del partito» e di finanziare immediatamente il Dipartimento per la Sicurezza Interna, definendo l’attuale stallo sui finanziamenti uno «scandalo nazionale».

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