ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

Colombia, la ‘guerra’ di Trump sarà finanziaria

Colombia, la ‘guerra’ di Trump sarà finanziaria

Politica estera

07/01/2026

da Remocontro

Piero Orteca

Il blitz americano in Venezuela, per catturare il Presidente Maduro, ha scatenato uno tsunami di reazioni. Quasi nessuno pensava che Trump potesse arrivare a tanto, ma ora le aspettative sono  traumaticamente mutate. E diversi Paesi che si trovano sulla lista dei ‘cattivi’ già cominciano ad andare preventivamente al contrattacco. Come la Colombia. Che da subito rischia una crisi finanziaria.

Petro leader indigesto

È una situazione alquanto strana quella delle relazioni tra Bogotà e Washington. Formalmente stiamo parlando di due nazioni che hanno una consolidata partnership militare, tanto che la Colombia fa parte della schiera dei più importanti alleati (di fatto) ‘Non Nato’, come vengono definiti. Un rapporto che si è stretto nei primi anni del nuovo secolo (in particolare dopo l’attentato alle Torri gemelle), basato sulla lotta al terrorismo e sulla repressione del traffico internazionale di cocaina. Tutto è filato liscio (o quasi) fino al 2022, quando alla Presidenza della Repubblica è arrivato il leader del ‘Pacto Historico’ (di sinistra) Gustavo Petro, un economista con un’infanzia da ‘campesino’ e una vocazione terzomondista. Non solo. Ma anche con dei trascorsi da attivista nel gruppo guerrigliero M-19. Insomma, parliamoci chiaro, un personaggio che profuma di ‘pueblo unido’, e che ha le caratteristiche per essere visto come fumo agli occhi non solo da Trump, ma anche da tutti i Presidenti americani di qualsiasi estrazione e lignaggio. Sullo sfondo si agitano i soliti problemi di sempre, che originano per gli Stati Uniti da una sorta di nevrosi ossessiva geopolitica: l’esigenza di avere un controllo asfissiante su tutto ciò che capita nel continente latino-americano, giudicato il cortile di casa. In teoria, è un’applicazione della ‘Dottrina Monroe’, conosciuta come ‘Corollario Roosevelt’ (Trump non c’entra) che viene seguita sin dal 1903. In pratica, invece, stiamo parlando di petrolio, gas, carbone, ferro, oro e… droga. Con la metà del greggio che viene esportata negli Usa e molta più cocaina che finisce sui mercati di New York o di Chicago, rispetto a quella che arriva dal Venezuela di Maduro.

«E noi ci difenderemo»

Mette le mani avanti indignato (e un po’ scottato) Gustavo Petro, dopo quello che è successo a Caracas. Anche perché, a questo punto, nessuno può considerarsi al sicuro, se è vero, come riporta il Wall Street Journal, che la Delta Force ha fatto piazza pulita anche di decine di pretoriani cubani che vigilavano sulla fortezza di Maduro. Fra l’altro, la situazione a Bogotà è complicata dal fatto che la città è piena di spie americane e di agenti segreti a ogni angolo. Infatti gli accordi antiguerriglia esistenti, consentono all’intelligence e anche alle forze speciali di Trump di stazionare permanentemente in Colombia. Nonostante ciò, Petro si è premurato di spedire per vie dirette un avviso di bollettino di burrasca, ai naviganti della Casa Bianca. «Se gli Stati Uniti ci invadono – ha detto secco il Presidente colombiano – riprenderemo le armi». Una presa di posizione che arriva dopo che è stata diffusa una conversazione, avuta da Trump con i giornalisti sull’Air Force One. «Il Presidente Usa – scrive il britannico Guardian – ha minacciato un’azione militare simile a quella intrapresa in Venezuela, contro la Colombia, affermando che il Paese sudamericano è ‘molto malato’ e ‘governato da un uomo malato, a cui piace produrre cocaina e venderla agli Stati Uniti. Ha fabbriche e stabilimenti di produzione di cocaina e non continuerà a farlo per molto tempo». Beh, sinceramente, sembrerebbe una promessa più da Bronx che da Casa Bianca, ma osservando con attenzione anche questa crisi da vicino, vanno senz’altro ridimensionati i timori di un blitz stile Caracas da ripetere a Bogotà.

Guerriglia e cocaina

La Colombia, è vero, è il più grande produttore mondiale di cocaina, ma non vi sono prove che Petro sia parte del gigantesco business, che fra l’altro vede protagoniste le organizzazioni guerrigliere. D’altro canto, se le cose stanno andando male, bisogna ricordare che in loco è presente un esercito di consiglieri militari americani, che evidentemente sono in qualche modo corresponsabili del fallimento della politica di contrasto nei confronti dei cartelli dei trafficanti. «Ma i rapporti – ricorda il Guardian – si sono drasticamente inaspriti da quando Trump è salito al potere. Il traffico di stupefacenti in Colombia è in gran parte controllato da gruppi armati illegali come il Clan del Golfo, l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN) e le fazioni dissidenti del gruppo guerrigliero Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC), la maggior parte dei cui membri è stata smobilitata dopo un accordo di pace del 2016». Alla domanda se fosse possibile un intervento militare simile a quello in Venezuela anche in Colombia, Trump ha risposto: ‘Mi sembra una buona idea’. Petro, ex guerrigliero di sinistra smobilitato negli anni Novanta, ha respinto le accuse, affermando: «Non sono illegittimo e non sono un narcotrafficante. Trump parla senza sapere. Smettetela di calunniarmi. Se gli Stati Uniti bombardassero, i contadini diventerebbero migliaia di guerriglieri sulle montagne. E se arrestassero il Presidente, che gran parte del Paese ama e rispetta, scatenerebbero il ‘giaguaro del popolo». Petro – aggiunge il quotidiano inglese – ha trascorso parte della sua giovinezza come membro del gruppo guerrigliero di sinistra M-19, ma non si ritiene che abbia mai preso parte ai combattimenti. Dopo la smobilitazione, ha partecipato alla stesura della nuova Costituzione nel 1991 e in seguito è diventato un rispettato legislatore. È stato sindaco della capitale colombiana prima di essere eletto Presidente. «Ho giurato di non toccare più un’arma… ma per la patria riprenderò le armi».

Tagliati gli aiuti economici

Parliamo, comunque, di un Paese democratico, con un Presidente eletto regolarmente che, agli occhi di Trump, ha avuto il torto di cercare un grande accordo ‘pacificatorio’ con tutti i gruppi rivoluzionari. Cosa che ha fatto allentare le politiche di contrasto dell’esercito nazionale e della polizia, consentendo un cospicuo aumento del traffico di cocaina. Un business che vede protagonisti anche i guerriglieri. Questa scelta di Petro è stata un vero e proprio punto di svolta con la Casa Bianca. Washington ha visto questa mossa come una manovra per allargare il consenso. Che, si sapeva già in partenza, sarebbe fallita. In particolare, gli Alti comandi di Bogotà sono accusati di avere avvertito in anticipo i guerriglieri dei movimenti di esercito e polizia, trasformando l’operazione ‘Pace totale’ in un piano di pura complicità. «La strategia della ‘Pace Totale’ – sostiene il think tank Stratfor – non è riuscita a garantire accordi con i gruppi armati, ma ha permesso loro di riorganizzarsi ed espandere il loro controllo territoriale in tutta la Colombia, portando a un aumento della violenza della guerriglia e delle estorsioni». A fronte di questo disastro, Petro ha fatto marcia indietro, cercando di tornare rapidamente allo scontro con i guerriglieri che ormai stavano dilagando. Troppo tardi. «Gli Stati Uniti – prosegue Stratfor – hanno inserito la Colombia tra i Paesi che hanno ‘dimostratamente fallito’ nel rispettare gli accordi antidroga nell’ultimo anno. Ma per interesse nazionale, hanno rinunciato alle sanzioni che avrebbero comportato tagli agli aiuti militari. La decertificazione parziale comporterà tagli all’assistenza sociale ed economica e ai programmi di sicurezza civile, e potrebbe limitare l’accesso della Colombia ai fondi delle banche multilaterali. Una ridotta cooperazione con gli Stati Uniti e fondi ridotti probabilmente limiteranno la capacità della Colombia di combattere la guerriglia e vanificheranno la recente svolta del presidente Gustavo Petro verso un approccio conflittuale nei confronti dei gruppi armati. Di conseguenza, la guerriglia – conclude il think tank – continuerà a espandersi, con relativo aumento della produzione di coca». Insomma, una beffa. Tutto il contrario di ciò che, almeno a parole, dice di voler ottenere Donald Trump. E poi c’è la questione dei dazi doganali, che rappresentano un altro macigno sull’economia del grande Paese latino-americano, concorrendo ad aumentare le incertezze sul 2026. Un anno cruciale per la Colombia.

  • Il Ministro della Difesa, Pedro Sánchez, ha annunciato che la sicurezza del Presidente Gustavo Petro è stata rafforzata. Anche se solo uno squilibrato potrebbe pensare di impantanarsi in un’avventura militare da incubo nell’infernale ginepraio colombiano. In fondo, a maggio si vota e il ‘lavoro’ lo potrebbe fare, egregiamente, una bella crisi finanziaria. La Colombia, infatti (assieme all’Egitto), ha il record mondiale di deficit pubblico su Pil (7,5 per cento).
share