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«Colpa di Ben Gvir». Flotilla, Tajani assolve Netanyahu e gli altri

«Colpa di Ben Gvir». Flotilla, Tajani assolve Netanyahu e gli altri

Amici come prima Il ministro promette sanzioni, ma il governo tace sulla rogatoria dei pm di Roma. Che guardano all’intera catena di comando. L’inchiesta tra pressioni e prudenza: c’è il nodo della collaborazione di Tel Aviv. Che non arriverà

«Un conto sono le dichiarazioni e un conto sono i fatti», dice il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Se stesse parlando dell’atteggiamento del governo italiano verso i crimini israeliani non si potrebbe che essere d’accordo con lui e apprezzarne la tardiva ma quanto mai opportuna autocritica. E però le sue parole, pronunciate davanti ai cronisti a margine della Conferenza nazionale della Cooperazione allo sviluppo andata in scena ieri a Roma, servono a escludere l’ipotesi di sanzionare l’intero governo di Israele. Perché quanto accaduto la settimana scorsa all’equipaggio della Flotilla è sì grave, ma il colpevole è uno e uno solo: «Il ministro della sicurezza Ben Gvir».

DEL RESTO, argomenta Tajani, i maltrattamenti agli attivisti sono stati compiuti «da persone che dipendono da lui» e «tutto è stato fatto su sua disposizione». È stato Ben Gvir a oltrepassare «la linea rossa della violenza compiuta nei confronti di persone che manifestavano e che non avevano compiuto alcun reato». Tutto giusto. Ma gli altri? «Sia Netanyahu sia il ministro degli esteri Sa’ar hanno condannato quello che ha fatto Ben Gvir. Quindi, per quella vicenda, lui è il responsabile. Per questo sanzioniamo lui».

Sin qui le dichiarazioni. Poi ci sono i fatti. Che sono molto più sfumati. E che, almeno per ora, avvengono per lo più dalle parti di piazzale Clodio, alla procura di Roma. Il fronte ufficialmente aperto, sull’affaire Flotilla, al momento è in realtà uno solo e riguarda gli attacchi subiti dalla missione otto mesi fa. Per quei fatti la procuratrice aggiunta Lucia Lotti e il sostituto Stefano Opilio, coordinati dal capo Francesco Lo Voi, sono pronti a procedere per sequestro di persona, tortura, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio.

Mancano solo gli indagati, che sarebbero i militari israeliani intervenuti in acque internazionali e i poliziotti responsabili delle detenzioni prima nel porto di Ashdod e poi nella prigione di Ketziot. Lo scorso 9 maggio è stata inviata al ministero della giustizia una ricerca di rogatoria verso Israele e la risposta deve ancora arrivare. In via Arenula hanno tempo fino all’8 giugno per inoltrare la richiesta o non farlo per motivi di sicurezza o di interesse nazionale. Un eventuale silenzio consentirebbe lo stesso all’autorità giudiziaria di procedere in autonomia tramite l’ambasciata.

PER QUANTO RIGUARDA l’ultima offensiva di Tel Aviv contro la Flotilla, l’intenzione della procura è di procedere con una certa velocità. Per questo già da giovedì scorso – due giorni dopo l’abbordaggio a 120 miglia nautiche dalle coste di Gaza e la successiva deportazione ad Ashdod – sono cominciate le audizioni, prima con il parlamentare del M5s Dario Carotenuto e poi con il giornalista del Fatto Alessandro Mantovani. Seguono, via via, gli altri 46 italiani coinvolti, mentre il team legale della Global Sumud Flotilla prepara le nuove querele. Si tratta di materiale molto importante: le ottanta pagine redatte sugli attacchi di ottobre sono state fondamentali infatti per la definizione del primo fascicolo, quello fermo in attesa dell’esito della rogatoria.

IL PROBLEMA è che adesso sulla procura c’è qualche pressione politica in più rispetto al passato. È soprattutto il governo italiano, infatti, a caldeggiare l’iscrizione della mela marcia Ben Gvir nel registro degli indagati, ma gli inquirenti sono molto prudenti sul punto. Perché il quadro normativo di riferimento è complesso e perché certo non è solo lui il cattivo della storia.

Alcuni fatti sono pubblici e incontestabili: il giorno dell’aggressione alla Flotilla, Netanyahu era nel bunker della marina israeliana, ad esempio. Difficile sostenere che sia meno responsabile di Ben Gvir. Un altro nome su cui «in astratto» si ragiona è quello del ministro della difesa Israel Katz. E poi c’è il capo dell’Idf – che da parte sua nega ogni addebito e sostiene di non aver avuto nulla a che fare con le ultime vicende – Eyal Zamir.

TRASFORMARE queste evidenze in atti di un’inchiesta giudiziaria resta comunque difficile. Il delitto politico commesso all’estero – così si qualificano la tortura e il sequestro di persona – è procedibile solo su richiesta del ministero della Giustizia.

Quando fu per Giulio Regeni con l’Egitto si arrivò allo scontro diplomatico e alla fine la Corte costituzionale intervenne per dire che i quattro agenti del Cairo accusati dell’omicidio del ricercatore potevano essere processati in contumacia in quanto a conoscenza dell’indagine aperta in Italia su di loro. Ma lì il nodo riguardava la possibilità di celebrare un processo, qui siamo ancora alla definizione del fascicolo.

E IL TERRENO di gioco è un altro. Anzi altri due: la Convenzione Onu sulla tortura, che dà ampi poteri alle autorità del paese dei torturati in questione. E la Convenzione europea di Strasburgo del 1959, che riguarda le rogatorie e imporrebbe «la più ampia assistenza possibile».

In teoria anche Israele aderisce a questo trattato. Ma la sua collaborazione è altamente improbabile. Ha proprio ragione Tajani: un conto sono le dichiarazioni e un conto sono i fatti.

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