02/04/2026
da Valori
Sulle comunità energetiche l'Europa procede lentamente e in ordine sparso: lo conferma la Corte dei conti europea
Mentre nel mondo infiamma la terza guerra del Golfo con le ripercussioni che famiglie e imprese stanno vivendo, si riapre il tema della crisi energetica. Dopo la guerra in Ucraina, dopo la pandemia e all’interno di questa fase critica, come sempre l’Europa si muove piuttosto in ordine sparso.
Da un lato, l’emergenza energetica viene colta come l’occasione per ridiscutere alcuni passi in avanti che erano stati condotti sul tema della transizione dalle fonti fossili; invece di programmare il futuro e accelerare, si persiste nello stesso modello che ha creato questa dipendenza dall’estero. Dall’altro, ci si accorge che qualche strumento l’Europa lo poteva avere in casa, ma non l’ha usato fino in fondo: per esempio le comunità energetiche rinnovabili (Cer).
La relazione speciale 10/2026 della Corte dei conti europea, pubblicata a febbraio, è arrivata poco prima dello scoppio del conflitto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. A circa otto anni dalla direttiva RED II, che ha disciplinato le comunità energetiche e la produzione comunitaria di energia in Europa, si traggono le somme dello stato di attuazione questo modello nel Continente, analizzando quattro Paesi: Polonia, Romania, Paesi Bassi e Italia.
Che cosa sono le comunità energetiche
Le comunità energetiche sono strumenti di partecipazione nella produzione e nel consumo dell’energia, principalmente da fonti rinnovabili, tra cittadini, enti pubblici e piccole imprese. La logica è quella di investire insieme, generare con questo scambio mutualistico un risparmio nelle bollette e mettere il vantaggio economico a disposizione della comunità di riferimento.
Chi aderisce può farlo installando un impianto – fotovoltaico o eolico – oppure semplicemente consumando l’energia prodotta dagli altri membri e condividendone i benefici. Ogni aderente può essere produttore, consumatore o entrambe le cose: il cosiddetto prosumer.
Sembra una definizione semplice. Ma il primo intoppo è proprio qui: non tutte le comunità energetiche sono uguali, non tutti i Paesi hanno recepito le varie formule e, in molti casi, la prima difficoltà è stata proprio il definire come si chiamano questi strumenti e che cosa possono fare.
L’Europa si è data un obiettivo sulle comunità energetiche, e l’ha mancato
La Commissione europea aveva fissato un traguardo preciso: almeno una comunità energetica rinnovabile in ogni Comune con più di 10mila abitanti entro il 2025. Ad inizio 2025, l’Unione aveva raggiunto appena il 27% di quel traguardo. La Corte giudica «improbabile» che sia stato centrato entro l’anno. In Italia la percentuale si ferma al 2,1% dei Comuni idonei, uno dei risultati più bassi tra i Paesi esaminati. A confronto la Danimarca è all’86%, l’Irlanda al 79%, la Germania al 63%.
Va aggiunto che la stessa architettura dell’obiettivo europeo presentava difetti di fondo. La normativa non indicava quanta energia minima le comunità dovrebbero produrre, né quanti cittadini doveva coinvolgere per essere riconosciuta come tale. Quanto alle proiezioni del 2016, la Commissione stimava che le comunità potessero coprire il 21% della capacità solare e il 17% di quella eolica entro il 2030.
Stima oggi ridimensionata dalla Corte al 4% per entrambe le fonti, prendendo come riferimento i Paesi Bassi, il Paese con il settore cooperativo energetico più maturo d’Europa. Nel confronto concreto, i Paesi Bassi hanno 664 megawatt di capacità installata nelle cooperative energetiche, abbastanza per una città di 450mila abitanti. Italia e Polonia si fermano rispettivamente a 23 e 16 megawatt.

Progressi nel conseguimento dell’obiettivo Ue per le comunità energetiche © Corte dei conti europea
Il caso italiano: fondi del Pnrr tagliati, crescita incompiuta
L’Italia è uno dei pochi Paesi ad aver recepito integralmente le direttive europee sulle comunità energetiche. Ha incluso target specifici nel piano nazionale per l’energia e il clima. Ma ha accumulato ritardi sull’attuazione. Il decreto attuativo Cacer, con le regole operative per l’accesso agli incentivi, è stato pubblicato solo a dicembre 2023, più di due anni dopo lo stanziamento delle risorse. Il portale del Gestore dei servizi energetici (Gse) ha aperto nell’aprile 2024. A inizio 2025 il Gse contava 241 configurazioni attive. A dicembre 2025 si era arrivati a circa 1.800, contando tutte le configurazioni di autoconsumo diffuso.
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) prevedeva 2,2 miliardi di euro per l’avvio delle comunità energetiche, con contributi a fondo perduto fino al 40% dei costi. Una cifra ridotta di circa il 64% alla fine del 2025: nella sesta revisione del Piano scende a 795,5 milioni, con la soglia dei Comuni ammissibili alzata da cinquemila a cinquantamila abitanti. Maglie più larghe, risorse molto più strette. La notizia è arrivata tramite un post su LinkedIn del presidente del Gse, senza un atto formale preventivo, suscitando reazioni nette nel settore.
Nonostante questo, tra gennaio e giugno 2025 le comunità sono cresciute dell’80% in Polonia e del 75% in Italia. Segno che le Cer cominciano ad avere una loro spinta e una loro attrattività. Il taglio dei fondi rischia però di interrompere uno slancio che stava finalmente prendendo forma.

I tre nodi da sciogliere per la diffusione delle comunità energetiche in Europa
Restano tre problemi aperti. Il primo riguarda le dimensioni: le comunità energetiche in Italia e in Europa sono ancora piccole. Aggregarle è difficile: serve quasi sempre un soggetto – spesso un Comune – capace di «connettere i puntini». Poi c’è il tema dei condomini: il 48% della popolazione europea vive in appartamento. La normativa sulla gestione condominiale degli impianti rinnovabili è complicata quasi ovunque. Chi abita in condominio spesso non riesce ad aderire a una Cer perché la disciplina non è chiara e, senza una rete di esperti che accompagni il processo, il percorso si blocca.
Il secondo problema è lo stoccaggio dell’energia. I meccanismi di incentivo coprono quasi sempre l’installazione degli impianti, non le batterie che consentono di gestire i picchi di produzione e i cali notturni. Senza accumulo, la comunità energetica non può davvero bilanciare domanda e offerta.
Il terzo ostacolo è la connessione alla rete. Tra costruire una Cer e renderla operativa c’è un passaggio critico: l’allaccio. Le cooperative consultate dalla Corte hanno dichiarato tempi medi di quasi due anni. Nei Paesi Bassi si è arrivati in casi estremi a 132 mesi. In Italia la media è di cinque mesi. La congestione della rete costa all’Unione europea circa 3 miliardi di euro all’anno. I gestori di rete in Olanda e Polonia hanno dichiarato alla Corte di essere pronti ad accelerare le connessioni qualora le comunità offrissero servizi di flessibilità come l’accumulo. Ma gli incentivi per farlo, quasi ovunque, non esistono.
Il rischio della povertà energetica
La raccomandazione politicamente più rilevante della relazione riguarda l’accesso alle comunità energetiche e ai loro benefici. Nel momento in cui l’energia è un bene che diventa scarso e con prezzi sempre più instabili, bisogna evitare che le Cer siano uno strumento accessibile solo a chi ha la capacità economica per farlo.
Chi è a rischio di povertà energetica rischia di pagare due volte. La prima perché i sistemi di tutela dei più fragili si sono fatti più residuali, la seconda perché non è in grado, senza supporto, di accedere neanche a questa forma di partecipazione. Solo la Romania ha una legge dedicata alle famiglie vulnerabili. L’Italia ha qualche incentivo regionale, come in Puglia, ma non una norma nazionale.
Condominio o comunità dell’energia?
Le comunità energetiche funzionano se c’è una collettività che le organizza con una logica di mutualismo. Non dovrebbero essere solo un «condominio dell’energia», ma svolgere interventi di carattere sociale a favore del territorio, come nel caso delle comunità energetiche sociali o delle forme cooperative. La sfida è decidere se accompagnare le comunità locali in questo percorso con risorse e regole adeguate, oppure lasciarle a una gestione burocratica da «condominio dell’energia», rinunciando in cui si condivide non solo l’energia, ma anche un’idea di futuro.

