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Conferenza di Monaco: il mondo è in disfacimento

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Politica estera 

11/02/2026

da Remocontro

Piero Orteca

Monaco di Baviera ridiventerà la capitale mondiale della geopolitica, con la 62ª Conferenza Internazionale sulla Sicurezza. Atmosfera a dir poco cupa, per non dire lugubre. Lavori dedicati a un mondo il cui ordine, nel documento introduttivo, viene già definito, senza mezzi termini, ‘Under destruction’, in via di smantellamento, con un’accusa non tanto velata a Trump.

Un’analisi impietosa

Se il buongiorno si vede dal mattino, allora c’è poco da stare allegri. La ponderosa introduzione alla Conferenza non lascia spazio a grandi ottimismi, sulla possibilità di disegnare, nel corso del summit tedesco, strategie complessive efficaci, una specie di “road map” che consenta al pianeta di ritrovare l’equilibrio internazionale perduto. Nonostante la presenza dei Grandi della Terra, gli scienziati politici che hanno preparato il documento che fa da “manifesto” ai lavori, sono stati quantomeno pessimisti (per non dire quasi catastrofisti) sul futuro del “mondo che verrà”. Primo firmatario il prof. Tomas Bunde (International Relations, Hertie School), presentato dall’ambasciatore Wolfgang Ischinger, il report punta il suo indice accusatorio sulla “nuova era del disordine globale”, che rimette radicalmente in discussione la geografia politica consolidata dalle intese raggiunte dopo la Seconda guerra mondiale. E, in questo senso, non si fa mistero di addossare gran parte della responsabilità di una simile turbolenza epocale agli Stati Uniti di Donald Trump. Ormai, dice il report, viviamo una fase storica difficile, in cui alla diplomazia, al dialogo e alle riforme, sembra essersi sostituito un durissimo confronto, un gioco di sponda (e di sfondamento) in cui si esercita la legge del più forte, sparando a palle incatenate. Se questo è vero sul piano delle relazioni tra gli Stati, molto più complessa è l’evoluzione del rapporto tra i cittadini e il potere che li rappresenta. In generale, riconosce lo studio, all’interno dei Paesi industrializzati (e del G7 in particolare) si assiste a un progressivo scollamento tra la popolazione e le istituzioni. Queste ultime, sottolineano i processi elaborati sotto la coordinazione di Bunde, vengono percepite come iperburocratizzate e incapaci di dare risposte in tempo reale ai bisogni della comunità.

Europa: la sindrome dell’abbandono

Il gruppo di Bunde sottopone, all’attenzione della comunità politica internazionale che sarà presente a Monaco, lo “psicodramma” della nuova Europa, che appare sempre più sedotta e abbandonata dagli alleati-patrons americani. Il report parla chiaramente di distacco, nel panel dedicato al Vecchio continente e torna a ribadire la sua condanna per la politica estera “da bulldozer” seguita da Trump, senza che lui abbia minimamente a preoccuparsi dei suoi perniciosi effetti collaterali. D’altro canto, nella sua introduzione, il chairman della Conferenza, l’ambasciatore tedesco Ischinger, è di una durezza inusitata nei confronti della nuova Amministrazione americana, ricordando che i problemi sono stati brutalmente messi sul tavolo l’anno scorso, nel corso dell’intervento del vicepresidente Usa J.D. Vance.  Il brusco e repentino cambiamento nella “grand strategy” degli Stati Uniti ha finito per spiazzare tutti, a cominciare dal Vecchio continente. È stato come se in una stanza piena di cristallerie si fosse catapultato al galoppo un elefante, dice l’ambasciatore di Berlino, offrendo un quadro dello smarrimento che ha colpito la diplomazia internazionale. Il problema per noi, in particolare, è che l’Europa ha subito un doppio shock: prima quello dell’invasione dell’Ucraina da parte di Putin e poi il reflusso neoisolazionista (e per certi versi quasi ostile) di Trump. Insomma, nel giro di un quinquennio l’Europa si è ritrovata praticamente da sola, a dover ricostruire quasi daccapo una strategia di sicurezza e l’organizzazione di piani comuni di difesa, che nessuno credeva potessero essere più necessari dopo la caduta del Muro di Berlino. A questo punto, però, il report si imbarca in un’analisi sulle relazioni con la Russia che, a nostro avviso, specie nelle conclusioni, sembra decisamente seguire la vulgata “merziana” corrente e i suggerimenti in arrivo da Bruxelles(Merz ma anche Von der Leyen). Ecco che, gratta gratta, sotto la vernice della scienza politica spunta invece la “politica della scienza”, cioè una sorta di “operazione persuasione”. Perché vengono riproposti i soliti proclami (sul “pericolo russo”) di invasione dell’Europa, a partire dal Baltico. Forse, allora, non c’era bisogno di una conferenza internazionale per sentire, tra tante analisi interessanti le solite conclusioni d’ordinanza.

Indo-Pacifico, business e fame

Gli altri capitoli del report, che introduce i lavori della Conferenza, spaziano dalla geopolitica, al commercio internazionale, fino alle politiche di solidarietà e di sostegno alla crescita e allo sviluppo. È bene ribadirlo ancora una volta con chiarezza il leit-motiv che guida la stesura dello studio è un pesante atto di accusa, senza nessuna attenuante, nei confronti dell’Amministrazione Trump. Che, nel caso delle turbolenze riguardanti i mercati internazionali, viene messa sul banco degli imputati assieme alla Cina. In sostanza, secondo gli autori della “traccia” che dovrebbe guidare il vertice sulla sicurezza, i Paesi “di mezzo” (tra cui l’Europa) sono vittime di uno scontro titanico, colossale, per la supremazia mondiale, tra le due vere superpotenze del pianeta. Con la Russia, a fare da “terzo incomodo”, che manifesta ambizioni di inserirsi ruvidamente in questa competizione. Naturalmente, se il fronte della battaglia si sposta dall’altro lato della Terra, l’Europa perde tutto il suo valore strategico e, in un certo senso, rischia di essere tagliata fuori da tutte le grandi decisioni epocali. Che saranno prese sulla sua testa. Questo fatto non è solo frutto dell’ambizione e dell’avidità dei concorrenti più grossi, ma anche la risultante di una UE che, all’atto pratico, di fronte alle sfide del Terzo millennio, non è mai compiutamente riuscita a dare una convincente risposta unitaria. Certo, sinceramente, resta l’impressione che il rapporto confezionato per la Conferenza per la Sicurezza di Monaco, visto l’assortimento e i contenuti che presenta, avrebbe potuto (e dovuto) essere ben più slegato dalla narrativa corrente dei “poteri forti” che dominano le capitali europee.

  • Perché, scrivere che moriranno 10 milioni di persone nel mondo, entro il 2030, per colpa dei tagli di Trump agli aiuti umanitari, è cosa buona e giusta. Ma altrettanto onesto sarebbe dire quanti europei tra i più fragili (bimbi, anziani, ammalati) saranno condannati a indicibili sofferenze per l’insufficiente disponibilità della diagnostica sanitaria. Peggiorata anche per colpa dell’incredibile aumento delle spese militari. La salute, caro prof. Bunde, viene prima di Putin.
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