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Conflitto infinito: la ricetta di Netanyahu per vincere ancora

Conflitto infinito: la ricetta di Netanyahu per vincere ancora

Politica estera 

02/07/2026

da Il Manifesto

Michele Giorgio

Io sono la guerra Il premier israeliano propone un governo ampio per mantenere aperti i fronti regionali e realizzare la pulizia etnica palestinese

La campagna elettorale sarà una lotta all’ultimo respiro nella destra israeliana che, con sfumature diverse, rappresenta gran parte dell’elettorato israeliano. Benyamin Netanyahu intende affrontare a muso duro il suo avversario più credibile, l’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar. E lo farà battendo il pugno sul tavolo, senza offrire novità rispetto alle politiche che abbiamo conosciuto in questi ultimi anni: guerra infinita nella regione e negazione del diritto dei palestinesi a qualsiasi forma di indipendenza e sovranità territoriale, accompagnate da una decisa spinta all’«emigrazione volontaria» della popolazione di Gaza e del resto dei Territori occupati.

Il suo partito, il Likud, ha lanciato ieri un’offensiva politica e mediatica a sostegno della sua candidatura all’ennesimo mandato di primo ministro, distribuendo a ministri e deputati un documento con le linee guida da seguire. Il testo, riferisce il giornale Maariv, si concentra su tre punti principali. Il primo invita a presentare Netanyahu come l’artefice dell’indebolimento dell’Iran e di Hezbollah e di uno «storico risultato» in Libano, perché ha ottenuto che l’esercito israeliano continui a occupare le regioni meridionali del paese dei cedri con il consenso degli Stati Uniti e dello stesso governo di Beirut. Il secondo è dedicato allo scontro con Eisenkot.

I membri del Likud affermeranno che solo Netanyahu è in grado di guidare una futura coalizione nazionale, fondata sul rifiuto di uno Stato palestinese e sulla difesa del carattere ebraico dello Stato di Israele. Eisenkot viene invece descritto come un «esponente della sinistra» – cosa non vera, tenendo conto delle posizioni espresse dal generale – che avrebbe manifestato dubbi sull’attacco all’Iran e sarebbe pronto ad aprire a un ruolo dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). L’ultimo punto riguarda il processo per corruzione a carico del premier. Il Likud chiede di ripetere ovunque che il procedimento «è solo una persecuzione politica» per estromettere il leader della destra israeliana.

L’altro giorno, nelle prime interviste concesse all’apertura, di fatto, della campagna elettorale, Netanyahu è stato molto chiaro a proposito di ciò che farà, o meglio continuerà a fare, se il voto previsto in autunno lo confermerà alla guida di Israele. Ha parlato di un «governo nazionale allargato». In realtà intende riproporre la maggioranza uscente, guidata dal Likud e formata da partiti di estrema destra e religiosi ultraortodossi, e proseguire la contestata riforma giudiziaria.

Un esecutivo, ha detto, che dovrà consentirgli di raggiungere la «vittoria totale» contro l’Iran e i suoi alleati. «Non finisce mai. Volete vivere in Medio Oriente o nel mondo? Dovete essere molto forti. E noi siamo molto forti. Israele è più forte che mai, abbiamo respinto le minacce e indebolito considerevolmente i nostri avversari. Abbiamo ancora del lavoro da fare. Ci occuperemo di ciò che resta dell’asse iraniano», ha detto Netanyahu a Canale 14, la tv della destra più radicale. Ha quindi enfatizzato l’uccisione di gran parte della leadership di Hamas, Hezbollah e dell’Iran e l’importanza delle «zone cuscinetto» israeliane all’interno dei territori di Gaza, del Libano e della Siria.

Per Netanyahu, Israele dovrà per sempre «vivere di spada» in un mondo pieno di avversari, a suo dire, decisi a distruggerlo. In questo modo ha replicato a chi, all’interno, lo accusa di prolungare le guerre solo per rimanere al potere, dato che i suoi partner di estrema destra minacciano di far cadere il governo se adotterà politiche più moderate. E ha mandato un messaggio ai leader stranieri, molti dei quali alleati, che criticano l’aggressività di Israele. «Non si può risolvere ogni singolo problema di sicurezza nazionale semplicemente con la violenza», ha dichiarato il mese scorso il vicepresidente Usa, JD Vance, irritato dalle critiche israeliane all’accordo raggiunto da Washington con l’Iran.

Rispetto alle picconate che la sua guerra infinita nella regione ha inferto agli Accordi di Abramo e al processo di normalizzazione tra i Paesi arabi e Israele, Netanyahu non si è scomposto, insistendo sul fatto che ulteriori accordi sarebbero ancora possibili, anche senza uno Stato palestinese. «Quando sei forte, le persone stringono alleanze con te e fanno anche la pace con te», ha proclamato. Quindi ha confermato che una nuova guerra con l’Iran è sempre possibile. Riguardo a Gaza, gli è stato chiesto se le precedenti proposte di «emigrazione volontaria» degli abitanti, respinte da gran parte della comunità internazionale, fossero ancora sul tavolo. Netanyahu ha rifiutato di approfondire, affermando: «Preferisco parlare meno e fare di più». È stato inoltre evasivo sulla ricostruzione degli insediamenti coloniali israeliani a Gaza. Si è invece vantato di aver raggiunto due dei tre obiettivi dell’offensiva: il rilascio degli ostaggi e l’eliminazione di Hamas come minaccia militare. «Avevamo anche un terzo obiettivo», ha proseguito, «che non è stato ancora raggiunto: eliminare il loro governo civile. Ci arriveremo».

Netanyahu è dietro Eisenkot nelle preferenze degli israeliani per la carica di premier. Tuttavia, dopo le elezioni sarà il primo a essere convocato dal capo dello Stato, Herzog, perché il suo partito risulterà primo. Poi proverà con tutte le sue forze a smembrare il campo avversario, proponendo allettanti alleanze con quelle formazioni, comunque di destra, che al momento garantiscono a Eisenkot le maggiori possibilità di formare una nuova coalizione di governo, probabilmente di minoranza e forse con l’appoggio esterno di un partito arabo (l’islamista Raam). Deve anche compattare i suoi attuali alleati continuando la guerra e la colonizzazione della Cisgiordania palestinese.

Il quotidiano Israel Hayom ha riferito che i coloni israeliani avrebbero preparato un piano per impadronirsi di cento posizioni strategiche nell’Area A della Cisgiordania occupata, amministrata dall’Anp, con l’obiettivo di ridisegnare radicalmente la mappa del territorio occupato. Sarà il «Giorno dell’esecuzione», si legge nell’articolo.

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