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Contro genocidio e precariato, la protesta ferma la Biennale

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Politica italiana

09/05/2026

da Il Manifesto

Marco Bottazzo

Arte e politica Una trentina i padiglioni chiusi. Tensioni con le forze dell’ordine al corteo ProPal

La Biennale ha chiuso le sue porte per tutta la giornata di ieri. Una trentina di padiglioni nazionali ha risposto all’appello lanciato da Anga (Art not genocide alliance), collettivo indipendente di artisti e lavoratori del settore dell’arte, e ha sbarrato l’accesso alle esposizioni in segno di protesta contro il genocidio e il precariato. Scene mai viste in tutta la lunga storia della rassegna d’arte internazionale, quelle di ieri nei Giardini dell’Arsenale. Ingressi dei padiglioni sprangati mentre curatori, lavoratori, artisti e performer se ne stavano seduti per terra lì davanti reggendo cartelli in inglese e in altre lingue che riportavano frasi come «la Palestina è il futuro del mondo». Oppure: «Il precariato uccide l’arte». Visitatori, tutt’altro che infastiditi, chiacchieravano con i manifestanti facendo domande e solidarizzando con le loro richieste. Richieste che, per la prima volta, sposavano due questioni che solo apparentemente sono diverse: il precariato e la guerra.

«IL PRECARIATO dei lavoratori nel settore dell’arte è una piaga alla quale nessun governo ha voluto porre un freno – spiega davanti al padiglione olandese un attivista Anga, che chiede l’anonimato -. Dicono che non ci sono risorse ma i finanziamenti per la guerra e per supportare regimi genocidari come quello di Israele li trovano sempre. Per questo noi di Anga crediamo che manifestare per i propri diritti sindacali e nello stesso tempo chiedere il rispetto delle regole internazionali boicottando quei governi che le violano siano la stessa battaglia. Una battaglia internazionale perché coinvolge tutti gli Stati del mondo. La Biennale d’arte di Venezia in questo senso è un perfetto palcoscenico».

E IL PALCOSCENICO si è riempito di oltre tremila persone, quando, verso le 17, i manifestanti sono usciti dalle aree espositive e si sono radunati in via Garibaldi, raggiunti da attiviste e attivisti veneziani, per formare tutti assieme un lungo corteo internazionale diretto verso le Tese dell’Arsenale, dove ha trovato un muro di polizia in assetto antisommossa ed è scoppiato qualche tafferuglio. Una manifestazione coloratissima, dove le bandiere dei sindacati sventolavano assieme a quelle della Palestina. Tutti dietro al grande striscione con la scritta «No art washing genocide». Riferimento diretto al contestato padiglione di Israele che proprio ieri è stato inaugurato dall’ambasciatore di Tel Aviv, Jonathan Peled.

E PROPRIO MENTRE il corteo sfilava, anche l’altro padiglione contestato, quello russo, riceveva una visita importante. Quella del ministro dei Trasporti Matteo Salvini venuto a portare solidarietà al padiglione di Mosca che, dopo queste giornate di pre apertura, chiuderà i battenti. Non certo per uno sciopero contro la guerra, ma per decisione della presidenza della Biennale su espressa richiesta dell’Europa.

Il leader della Lega, che è stato accolto da un coro tradizionale russo, dopo aver definito «volgare» l’intervento della Commissione europea e spiegato che «possiamo fare a meno dei loro 2 milioni di euro», ha sostenuto che la politica non dovrebbe trovare spazio nei padiglioni della Biennale. «Io penso che l’arte non debba conoscere né censure, né bavaglio, né boicottaggio, né chiusure», ha dichiarato Salvini schierandosi dalla parte del presidente Pietrangelo Buttafuoco nell’ennesima polemica con il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, per l’apertura dalla rassegna agli artisti russi. Artisti comunque indicati espressamente da Vladimir Putin.

«CHI SOSTIENE CHE L’ARTE non c’entri con la politica o non sa cosa è l’arte o non sa cosa è la politica. O tutte e due le cose assieme. Nello stesso momento in cui un artista fa un quadro contro la guerra compie una azione politica ben precisa – commenta una attivista di Anga davanti al padiglione chiuso dell’Austria -. L’arte può e deve schierarsi sempre. E soprattutto non ha nulla a che vedere con squallide operazioni di artwashing costruite solo per coprire genocidi, guerre e regimi totalitari».

Tra i tanti padiglioni nazionali che hanno aderito alla chiusura non figura quello dell’Italia. «Chiara Camoni, la curatrice del padiglione Italia, ci ha risposto che sarebbe anche d’accordo con noi ma che un conto è la sua opinione personale e un altro la sua opinione professionale», sostiene l’attivista.

Non la pensano così i circa 250 artisti e artiste che, anche se il loro padiglione nazionale è rimasto aperto, hanno scelto di coprire con lenzuola e manifesti pro Pal e contro la guerra le loro opere. Come Gramsci, l’arte odia gli indifferenti.

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