28/11/2025
Di fronte a una manovra che smantella il welfare e i servizi pubblici e apre le porte a un gigantesco riarmo imposto da Bruxelles, dalla NATO e dal governo italiano, lo sciopero del 28 novembre lanciato da USB diventa uno spartiacque decisivo. I numeri dell’economia italiana parlano chiaro, raccontando di un Paese che arretra mentre si accumulano più armi e meno diritti di cittadinanza.
Crescita in caduta libera: l’Italia fanalino di coda dell’EuropaLa Commissione Europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita del PIL italiano per il 2025, dallo 0,8% atteso a inizio anno allo 0,4% della stima del 17 novembre.
Mentre l’Eurozona crescerà in media dell’1,3%, l’Italia diventa così il suo fanalino di coda. È importante sottolineare che l’enfasi sulla crescita non è un vezzo. Meno crescita vuol dire, meno occupazione e meno opportunità di lavoro complessive, quindi condizioni di vita peggiori per milioni di persone. Un rallentamento della crescita si scarica, dunque, direttamente sulle spalle di lavoratori e lavoratrici. Questo rallentamento, inoltre, non è casuale, e arriva dopo tre anni in cui il Governo Meloni si è distinto come primo della classe nell’applicazione zelante dei vincoli del Patto di stabilità ed è tornato a praticare politiche di austerità. L’Italia è tornata all’avanzo primario già nel 2024 ed ha previsto di mantenerlo per tutto il triennio successivo.
L’avanzo primario toglie risorse dall’economia
L’avanzo primario – ossia la differenza tra le entrate dello Stato (imposte e tasse) e le uscite (spesa pubblica e trasferimenti) al netto degli interessi sul debito pubblico – indica che lo Stato preleva dall’economia più di quanto restituisca in servizi, salari pubblici, investimenti e welfare, applicando di fatto politiche di austerità. I numeri ufficiali del deficit e del saldo primario, riportati nella tabella sottostante, delineano un quadro tendenziale desolante.
| Anno | Deficit (% PIL) | Saldo primario (% PIL) | Tipo |
| 2022 | – 8,0 % | – 3,7 % | Consuntivo |
| 2023 | – 7,2 % | – 3,4 % | Consuntivo |
| 2024 | – 3,4 % | + 0,5 % | Consuntivo |
| 2025 | – 3,0 % | + 0,9 % | Previsione |
| 2026 | – 2,7 % | + 1,3 % | Previsione |
Un valore positivo implica un avanzo, mentre uno negativo è un disavanzo
L’austerità colpisce il welfare, la flessibilità è per le armi
Come abbiamo già mostrato in un nostro precedente articolo, Bruxelles ha introdotto una clausola che consente ai Paesi “virtuosi” – cioè quelli che applicano con zelo l’austerità – di escludere dal calcolo del deficit gli aumenti di spesa militare richiesti dalla NATO. In altre parole, con questa legge di bilancio avremo meno asili, meno sanità, meno servizi; più droni, più armi, più missioni militari. È dentro questa logica che si muove il Governo Meloni. Rispettare con rigore i parametri europei oggi serve a ottenere il bollino di “Paese disciplinato” e, con esso, la possibilità di aumentare il budget militare senza sforare i conti pubblici. Ma questo trucco contabile scadrà nel 2029, quando anche la spesa militare tornerà a pesare sul deficit. E allora, se oggi la spesa in sanità, istruzione e ricerca e welfare arretra per fare spazio ai carri armati, domani sarà costretta ad arretrare due volte.
Le politiche di bilancio espansive creano crescita. L’austerità no!
L’economia italiana è ferma da decenni e ha un bisogno disperato di un massiccio intervento pubblico per stimolare la domanda aggregata e quindi la crescita economica. Dove va dirottato questo intervento? Nella scuola e nella ricerca, nella sanità ormai al collasso, nei trasporti pubblici, nella riconversione ecologica e nell’aumento dell’occupazione nel settore pubblico. Stimolare la domanda aggregata tramite politiche di bilancio espansive, basate sull’aumento della spesa pubblica, genera crescita economica e occupazione, oltre a incentivare consumi e investimenti privati. Le politiche di austerità fanno esattamente il contrario poiché comprimono la domanda aggregata, rallentano l’economia e – paradossalmente – aumentano il rapporto debito/PIL, perché il PIL si contrae più di quanto si riduca il debito. Questo effetto “perverso” – non nuovo nel dibattito scientifico – è ancora più pesante nei Paesi con un alto debito, come l’Italia. Eppure, il Governo Meloni continua a imboccare la stessa strada percorsa negli ultimi decenni, come se non avessimo imparato nulla dagli errori del passato. Nonostante le evidenze e l’atteso aumento del rapporto debito/PIL nei prossimi anni – come anche indicato dallo stesso Documento Programmatico di Finanza Pubblica 2025, che prevede una crescita del rapporto debito/PIL dal 134,9% nel 2024 al 136,2% nel 2025, fino a raggiungere il 137,4% nel 2026, il 137,3% nel 2027 e il 136,4% nel 2028 – le politiche di austerità del Governo Meloni hanno ricevuto il plauso delle principali agenzie di rating. Moody’s ha addirittura migliorato il merito di credito sui titoli del debito pubblico italiano, premiando il “consolidamento dei conti pubblici”, ossia i tagli, i sacrifici e la riduzione della spesa pubblica attuati dal governo. Nessuna sorpresa. Il Governo Meloni preferisce inseguire il consenso dei mercati piuttosto che affrontare la realtà del Paese, fatta di salari stagnanti, servizi pubblici al limite, investimenti fermi e crescita azzerata. Le élite finanziarie ringraziano e migliorano i rating; i lavoratori no!
La corsa al riarmo: fino al 5% del PIL per la difesa
L’Unione Europea sembra riscoprire improvvisamente le politiche fiscali espansive quando si tratta del tema della spesa militare. Per scuola, ricerca, sanità e riconversione ecologica non ci sono fondi; per il riarmo, invece, tutto diventa possibile, persino aggirare i vincoli di bilancio. Nel 2023 l’Italia ha destinato alla difesa 25,6 miliardi di euro, pari all’1,2% del PIL. Ma gli obiettivi imposti da NATO e UE parlano chiaro: entro il 2032 bisognerà arrivare al 5% del PIL, ossia superare i 100 miliardi di euro l’anno. Inoltre, per la maggior parte, non saranno neppure investimenti che rafforzano l’economia italiana ed europea dato che gli accordi firmati nel luglio 2025 tra Stati Uniti e Unione Europea prevedono infatti giganteschi acquisti europei di energia e armamenti americani. Donald Trump lo ha dichiarato senza mezzi termini: “L’Europa acquisterà equipaggiamento militare per centinaia di miliardi di dollari”. Sarà dunque un colossale trasferimento di risorse verso l’industria bellica statunitense, mentre ai cittadini europei – e italiani – vengono imposte politiche economiche e manovre di bilancio lacrime e sangue.
PER QUESTO IL 28 NOVEMBRE SI SCIOPERA, ANCHE PER QUESTO IL 29 SI MANIFESTA
Di fronte ad una finanziaria che taglia il welfare per finanziare i missili, che impoverisce i lavoratori per compiacere la NATO, che sacrifica la crescita per un riarmo senza precedenti, che esporta la guerra su larga scala, la risposta deve essere collettiva.

