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Cosa ci insegnano le vittorie degli altri

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07/11/2026

da Valigia blu

Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti erano molto attese, per usare un eufemismo.

I sondaggi davano i Democratici favoriti alla Camera dei Rappresentanti (che si rinnova da zero ogni due anni) e in una posizione abbastanza favorevole alla ripresa del controllo del Senato, in cui sarebbe bastato scippare due seggi ai Repubblicani per ottenere una maggioranza risicata. Mentre vi scrivo, i seggi aggiudicati ai Democratici sono sette, un paio sono in bilico e potrebbero essere assegnati a breve o fra settimane (nel caso dell’Alaska, che quanto a elezioni potrebbe subentrare a Bisanzio come metafora della complicazione procedurale), la maggioranza alla Camera è consistente e anche sul fronte delle elezioni locali e dei governatori è andata molto meglio del previsto. Insomma, dopo la vittoria di Lula in Brasile al ballottaggio per le presidenziali (molto più risicata, ma consolidata dalla fuga dell’avversario negli Stati Uniti), i progressisti di tutto il mondo possono spostare due pallini nel pallottoliere e dichiarare vittoria. 

È normale che l’investimento emotivo ci sia: stiamo parlando di consultazioni elettorali importanti, che arrivano in un momento in cui l’avanzata delle destre rimane una minaccia concreta agli equilibri globali. Trump che prende una scoppola è un tonico per l’umore, perché va a contrastare direttamente il senso di ineluttabilità della sconfitta che demotiva l’elettorato e lo fa sospirare “Non c’è speranza! È un paese perduto!”, parlando del proprio o degli altri. E anche se gli effetti tarderanno a farsi sentire e tra qua e gennaio Trump può fare una montagna di danni, la prospettiva di incontrare un’opposizione strutturata potrebbe, finalmente, farlo desistere dai propositi più bellicosi. Sempre che per Trump si possa applicare la logica che applichiamo ad altri capi di Stato, cioè che quello che fa abbia un obiettivo e un fine orientato alla geopolitica, e non soltanto a soddisfare il proprio bisogno narcisistico di sentirsi vincente. 

Dicevamo: i progressisti gioiscono, è normale. Pensano: se l’hanno fatto lì, lo possiamo fare anche noi qui. La risposta è: sì e no.

Partiamo dai sì.

L’affluenza al voto è un elemento fondamentale. La demotivazione, la mancanza di entusiasmo e la sensazione di trovarsi intrappolati in un gorgo della storia da cui è impossibile non farsi risucchiare sono tutte emozioni legittime, che a volte prendono la forma di un convincimento politico (che va da un qualunquista “Tanto sono tutti uguali” a un più raffinato e complottista “È tutto già deciso dalle grandi lobby”, a seconda del grado di formazione, dell’orientamento e della radicalità). L’attivismo politico di statunitensi e brasiliani è stato capillare: chiunque avesse un minimo di visibilità, e anche chi non ce l’aveva ma stava sui social, si è impegnato a incoraggiare la gente a registrarsi per votare (lì dove è necessario, come negli USA, appunto), a farlo usando i mezzi a disposizione come il voto postale o anticipato, a controllare il proprio status e a esercitare il proprio diritto di suffragio con ogni mezzo lecito. 

Stimolare il voto in un paese come l’Italia è molto più complesso, perché l’elettorato italiano, per quanto sempre più polarizzato e schierato, è anche molto più ambiguo e riluttante a posizionarsi. Gli statunitensi tendono a prendere posizione e a comunicarla volentieri, ed essere “indipendenti” (cioè non affiliati a uno dei due grandi partiti) è percepito come una forma di disimpegno che confina con l’ignavia, se non direttamente un tentativo di mascherare posizioni conservatrici che si preferisce tenere celate. Chi si dichiara “non politico” sulle app di dating viene scartato quasi in automatico dalle potenziali partner progressiste: la politica entra in maniera significativa anche nella vita privata. Gli italiani, al contrario, hanno perso da un pezzo l’entusiasmo per la partecipazione democratica: l’astensionismo è una malattia endemica che nessuna formazione o leader è riuscito a intaccare in maniera significativa. L’unico episodio nella memoria recente in cui il corpaccione elettorale sembra aver dato segnali di vita è stato il referendum sulla riforma della giustizia, che è stato – appunto – trascinato da un comitato popolare e non era agganciato direttamente ad alcun partito, se non come appoggio esterno. C’era un tema, c’è stata una motivazione forte, la gente ha votato in un senso o nell’altro. Semplice, finché non provi a farlo alle elezioni nazionali: se da molto tempo la gente ha la sensazione che votare per questo o per quello cambi poco, se non si crea un senso di urgenza e necessità, se non di entusiasmo (su cui torneremo), è difficile mobilitarla al voto.

Dal Brasile arriva una lezione importante sulla gestione della propaganda. Come spiega l’attivista Karen Ricci, brasiliana che vive in Italia ed è l’ideatrice del profilo Instagram Cara, sei maschilista!, ogni persona ha la possibilità di trasformarsi in un micro-influencer con poche e semplici azioni, che iniziano con il non abboccare alle provocazioni di chi conta sull’indignazione per ottenere visibilità, e la spara sempre più grossa allo scopo di conservare titoli sui giornali che poi diventino contenuti social. Questa tattica viene appaiata all’amplificazione dei contenuti che si ritiene abbiano invece un valore costruttivo, o siano collegati a candidati a cui vogliamo dare spazio. Infine, Ricci ricorda – giustamente – che il corpo conta: partecipare alle manifestazioni facendosi ispirare dalla gioia brasiliana fa bene alla democrazia e fa bene anche a noi. La sinistra italiana tende a essere funerea, istituzionale, un po’ grigia: il decoro dei dirigenti della Prima Repubblica ha avuto come contraltare la sguaiataggine delle destre, i festini di Berlusconi, Salvini seminudo al Papeete. Nessuno ha ancora davvero trovato la quadra per essere spudoratamente sexy come Abdul El-Sayed, con le sue magliette attillate e i balletti ammiccanti, o festoso come un golden retriever, alla Zohran Mamdani, il primo sindaco di New York che sembra divertirsi davvero a fare il sindaco. Un po’ lo sta facendo Roberto Gualtieri a Roma, e nel suo è bravo, ma diciamolo: non è il figlio giovane, figo, cosmopolita e poliglotta di Mira Nair.

Quanto sia importante questa strategia della disattenzione lo possiamo vedere anche nelle ultime settimane proprio qui da noi: quando i media e l’opinione pubblica hanno cominciato a concentrarsi su cose gravi che stavano avvenendo a livello nazionale (proteste e scioperi su vasta scala contro il carovita e il riarmo) e internazionale (l’aggravarsi della crisi in Iran, gli attacchi ibridi sempre più fantasiosi, questa volta ai danni della grande distribuzione organizzata), Roberto Vannacci ha faticato a conquistare lo spazio mediatico che lo aveva portato a una rapida ascesa nei sondaggi. L’emorragia di adesioni, i comitati di Futuro Nazionale che si sciolgono e la dimostrazione della sua vacuità hanno fatto il resto: il partito sta scendendo nel gradimento, e i rinnovati tentativi di spararla grossa a mezzo stampa non stanno portando i risultati sperati. È un travaso e non una perdita (gli elettori starebbero riconfluendo in Fratelli d’Italia), ma è comunque un dato osservabile.

La valorizzazione delle donne è un’altra caratteristica importante di queste midterms. Al conteggio attuale sono almeno 100 le deputate elette alla Camera, 17 le governatrici di cui 14 Democratiche. Molte sono donne adulte, appartenenti alla Generazione X, che finalmente abbandona la sua ormai proverbiale invisibilità e si fa classe dirigente anche attraverso la sua componente femminile. Una delle storie più poetiche è quella di Nancy Lacore: cacciata dalla Marina dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth, ha vinto il seggio per il Distretto 1 del South Carolina, uno degli Stati più tradizionalmente conservatori. Lacore, al Congresso, diventa tecnicamente la superiore di Hegseth, che nel frattempo è già in odore di dimissioni.

Riconoscere alle donne adulte il valore dell’esperienza accumulata sarebbe non solo doveroso, ma anche vantaggioso. Dove possono giocarsela davvero, le donne vincono.

Veniamo ai no, perché ovviamente ce ne sono. Il successo dei Democratici negli Stati Uniti non è replicabile con le stesse modalità: vediamo perché.

La struttura elettorale conta. Ogni Stato dell’Unione organizza le elezioni per conto proprio, con le proprie regole. Il fatto che il voto non sia garantito in automatico al raggiungimento della maggiore età, ma richieda di registrarsi ogni volta, è un altro elemento che – pur nella sua complicazione –  contribuisce a motivare l’elettorato: registrarsi è già di per sé un atto politico, anche perché la registrazione permette di specificare anche l’affiliazione. È un modo di dirsi e di affermarsi che purtroppo viene spesso sfruttato nelle sue vulnerabilità per sopprimere il voto dei gruppi sociali che si vorrebbero colpire, ma che è allo stesso tempo un modo per riattivarsi.

I candidati contano. Il voto delle Midterms è stato un voto alle persone, non all’establishment o al partito. Sarebbe errato pensare che quella che abbiamo visto negli Stati Uniti sia una vittoria dei Democratici: non lo è. L’insoddisfazione e l’insofferenza dell’elettorato americano nei confronti dell’istituzione-partito è analoga a quella di moltissimi altri elettori per i partiti tradizionali di tutto il mondo, compresi quelli italiani. La Blue Wave di queste midterm non è merito della struttura dei Democratici, ma della verticalità delle singole sfide, quasi tutte fra due candidati che hanno iniziato a farsi conoscere non a ridosso delle consultazioni o perché inseriti in un listino (bloccato, o con le preferenze finte), ma nel corso di mesi di campagna elettorale fatta Stato per Stato, contea per contea, casa per casa, con un comitato elettorale che va a bussare alla porta della gente, che coordina una comunicazione personalizzata e mirata, che segue i social, che diffonde i discorsi, chiama i potenziali elettori, li convince a votare per il candidato o la candidata che sta seguendo. I contendenti costruiscono il proprio personaggio secondo i criteri della narratologia, adottano un archetipo e lo interpretano: il seminarista che ama tutti, il supereroe Marvel, il campione paralimpico che è uno del popolo, la discendente di schiavi che diventa governatrice dopo essere stata sindaca, l’anziana della tribù Pueblo che posa in abiti tradizionali, il giovane senatore all’incrocio fra l’idealismo Sixties e Atticus Finch. Si studia l’abbigliamento, l’immagine, il modo di parlare, la struttura dei discorsi. Ogni dettaglio è curato. La struttura e la legge elettorale italiana non sono paragonabili, come non lo è il processo di validazione delle candidature e la creazione delle liste elettorali, che vedono ancora i candidati sparati con un grosso cannone verso territori con cui non hanno alcuna familiarità e in cui spesso neanche sentono il bisogno di affacciarsi.

L’avversario non è abbastanza impopolare. A Giorgia Meloni si possono avanzare moltissime critiche sotto il profilo della gestione politica: come molti leader di destra, sembra essere molto interessata a comandare, molto poco a governare, e il fatto di essere circondata da gente scarsa e poco qualificata non è un caso, ma il sintomo della sua stessa qualità come gestrice della cosa pubblica. Ma Giorgia Meloni non è Donald Trump: non è un’anziana con evidenti problemi cognitivi e di incontinenza verbale, con una condanna per frode fiscale e una sentenza di un tribunale civile che ha accertato la sua responsabilità nel reato di violenza sessuale ai danni della giornalista E. Jean Carroll. Il nome di Meloni non è legato a quello di una rete internazionale di pedofili capitanata e rifornita da Jeffrey Epstein. Meloni è, anzi, il volto rispettabile delle destre europee, fra le poche – per ora - a non essere stata colpita in prima persona da scandali o condanne. Sia gli statunitensi che i brasiliani avevano di fronte la prospettiva di altri quattro o cinque anni in mano a gente corrotta fino al midollo: si sono mobilitati e hanno scelto, se non quello che li entusiasmava, il meno peggio. Meloni è ancora il meno peggio per moltissima gente di destra, che continuerà a votarla.

La posta in gioco era molto più alta. Al di là di Trump, che andava (e va tuttora) fermato, le consultazioni andavano oltre l’elezione del Congresso e a quella dei governatori dei singoli Stati: le cariche elettive erano molte di più, e le istituzioni locali fanno una differenza enorme nella vita dei cittadini di uno Stato. Ricordiamoci sempre che il rovesciamento della sentenza Roe v Wade ha avuto conseguenze a livello locale, non nazionale: le donne in California che vogliono o devono abortire hanno molti meno problemi di quelle del Texas. Il rinnovo degli organi locali dovrebbe contribuire a normalizzare la situazione in molti Stati. Non è un caso che lo Stato con la più alta affluenza elettorale sia il Minnesota: non solo perché tradizionalmente Democratico, ma anche perché è lì che l’ICE di Trump ha consumato le sue aggressioni di più alto profilo, l’omicidio in pieno giorno di Renée Nicole Good e Alex Pretti e il rapimento e incarcerazione del cinquenne Liam Conejo Ramos, il bambino con il cappello blu a forma di coniglietto.

Chi sta protestando per le strade in Italia non è un elettore del Campo Largo. È più facile, anzi, che sia un elettore della destra (soprattutto quando parliamo degli autotrasportatori e delle fasce d’età fra i 50 e i 65 anni) che comunque finirà per dare la preferenza a quell’area politica. Fra i giovani, la disillusione e il rigetto degli strumenti tradizionali della democrazia sono altissimi, come lo è il rifiuto per una coalizione che si percepisce come artificiosa e forzata, e i cui membri non collaborano fra di loro, figuriamoci con l’elettorato. Pensare che quell’energia si traduca automaticamente in voti per la coalizione di sinistra, e adagiarsi su quell’ipotesi – già ampiamente sconfessata dagli esiti delle consultazioni successive al voto per il referendum sulla giustizia – è un modo affidabile per fallire. “Tocca a noi”, è stato il commento di Elly Schlein ai risultati americani: la partita è più che aperta, diciamo noi. Bisogna sapersela giocare.

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