02/03/2026
da Valori
Mentre si preparava l'attacco, l'Iran trattava sull'uranio. Un accordo era possibile. Perché questo contesto è sparito dal racconto mediatico?
«L’Iran ha accettato di non stoccare uranio arricchito. È un fatto completamente nuovo, che rende evidentemente a questo punto la questione risolta, poiché d’ora in poi si può negoziare partendo da questo presupposto. Ci sarà inoltre pieno accesso ai siti nucleari iraniani per gli ispettori dell’Aiea». È la sera di venerdì 27 febbraio. Badr Albusaidi, ministro degli Esteri dell’Oman, nazione posta alla guida dei negoziati tra il governo di Teheran e gli Stati Uniti, annunciava al mondo i giganteschi passi avanti effettuati negli colloqui a Ginevra. «È una svolta – aveva aggiunto -. Le scorte attuali saranno miscelate al livello più basso possibile e convertite definitivamente in combustibile».
Il ministro omanita aveva poi affermato di aver tenuto un incontro con il vice-presidente degli Stati Uniti J.D. Vance. Al quale senza dubbio aveva riferito le ottime notizie giunte dalla Svizzera. E aveva concluso, in uno slancio di ottimismo: «La pace è a portata di mano, attendo con ansia ulteriori e decisivi progressi nei prossimi giorni».
Perfino il quotidiano The Times of Israel dava la notizia, nella notte tra venerdì e sabato. Sei righe , per carità, affogate nel mare di informazioni di una lunghissima diretta. La notizia però c’era: pubblicata online alle 4:20 ora locale, le 3:20 di notte in Italia. Soltanto tre ore più tardi, alle 9:27 ora iraniana, le prime esplosioni scuotevano Teheran e molte altre città. Stati Uniti e Israele avevano appena attaccato la Repubblica islamica.
La sequenza di questi fatti non può essere casuale. Se per giorni e giorni si tratta, si negozia, con fatica, con inciampi, tra due governi profondamente diversi ma accomunati dall’aderire a forme di estremismo, e finalmente si riesce a raggiungere un risultato potenzialmente epocale, come è mai possibile che pochissime ore dopo si sia passati dalla forza della ragione alla ragione della forza?
Di fronte alla breve sequenza di questi eventi, è impossibile non rimanere per lo meno perplessi. Forse il ministro degli Esteri dell’Oman era stato esageratamente ottimista? Può darsi. Forse dal punto di vista di Donald Trump si trattava comunque di progressi insufficienti? Può darsi. Forse la Casa Bianca considerava l’interlocutore non credibile. Può darsi (ma perché allora avviare negoziati?). Tuttavia, le stesse Nazioni Unite avevano accolto con soddisfazione i passi avanti, e il segretario generale António Guterres, poco dopo l’inizio dei bombardamenti, aveva espresso «profondo rammarico» proprio per la buona opportunità diplomatica vanificata. È difficile negare, insomma, che dei passi avanti concreti fossero fossero stati davvero compiuti.
La realtà è perciò evidente, ed è inutile girarci attorno. A qualcuno la pace non interessava. Ancor più chiaramente: il governo, anch’esso estremista, di Israele, guidato da Benjamin Netanyahu, non vuole un accordo tra Stati Uniti e Iran. Perché in caso di intesa diventerebbe impossibile portare a termine il progetto di rendere lo Stato ebraico l’incontrastato dominatore della regione.
Di qui la fretta di avviare l’attacco, alle prime ore di sabato. Senza passare per le Nazioni Unite, senza giustificare l’operazione militare neppure in modo puramente formale (il che la rende illegale dal punto di vista del diritto diritto internazionale). Senza avvisare i rispettivi parlamenti. E senza neppure avvertire gli alleati della Nato. Trascinando il mondo intero in un’escalation della quale nessuno può prevedere le conseguenze.
Sia chiaro, fosse mai necessario ribadirlo: il regime iraniano è oggettivamente liberticida, violento e retrogrado da molti punti di vista. Ma risparmiateci – per favore, per lo meno – la retorica della rinascita democratica e della volontà di difendere i poveri manifestanti repressi. Basta ripercorrere la storia recente dell’Iraq o dell’Afghanistan per capire che gli Stati Uniti, da questo punto di vista, hanno perso oggettivamente ogni tipo di credibilità, e da tempo.
Forse, piuttosto, a Washington interessa avere un alleato di ferro egemone in Medio Oriente. Forse in un mondo multipolare la dottrina emergente punta a imporre feudatari regionali per garantire a Washington un controllo globale. Forse spera di impossessarsi del petrolio iraniano, sulla scorta di quanto già visto in Venezuela. Magari immagina di colpire l’economia della Cina, che finora ha acquistato tra l’80 e il 90 per cento del greggio prodotto nella Repubblica islamica. Ma francamente, non chiedeteci credere, anche stavolta, alla favoletta ridicola della democrazia esportata con i missili.

