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Così Israele confina Gaza

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Politica estera

04/10/2026

da il Manifesto

Eliana Riva

Palestina Dallo sfollamento al concentramento: la linea gialla avanza, da est a ovest, e lascia a due milioni di persone solo il 30% dello spazio

Lo sfollamento della popolazione palestinese a Gaza si è trasformato, dopo un anno dal cosiddetto cessate il fuoco, in un confinamento programmato che ingabbia l’86% della popolazione e ancora minaccia l’evacuazione forzata per decine di migliaia di persone. Una situazione in costante peggioramento, che impedisce alle organizzazioni umanitarie internazionali il regolare supporto e una gestione coordinata delle emergenze. Il nuovo rapporto del Danish Refugee Council (Drc) e della Palestinian Agricultural Development Association (Parc) denuncia il consolidamento, da parte di Israele, di una politica di sfollamento permanente, alimentata soprattutto dalla penetrazione dei carri armati verso ovest.

MENTRE LA LINEA GIALLA avanza, la rete degli aiuti arretra. Appena il 36% dei 1.739 siti in cui vivono gli sfollati dispone di un soggetto formalmente incaricato della gestione: una presenza stabile che coordini acqua, servizi igienici e assistenza sanitaria, registri i bisogni e li faccia arrivare alle organizzazioni in grado di intervenire. E più ci si avvicina alla linea, più la situazione diventa difficile: le organizzazioni umanitarie riferiscono di non riuscire a operare già a diversi chilometri da quel confine, tracciato unilateralmente da Tel Aviv e mai definito formalmente. Mentre una seconda delimitazione israeliana, la cosiddetta «linea arancione», impone il coordinamento preventivo degli spostamenti anche in aree formalmente lontane dall’area di occupazione.

A luglio, nella sola Rafah nord, i movimenti quotidiani dei tank israeliani hanno reso inaccessibili per una settimana undici siti con 1.600 sfollati: si sono fermati trasporto dell’acqua, distribuzioni alimentari, attività igienico-sanitarie e gestione ordinaria dei campi. Quando le organizzazioni umanitarie sono riuscite a tornare nell’area hanno trovato migliaia di famiglie che trascorrevano le giornate dentro le tende per paura degli spari.

I confini dell’occupazione si spostano continuamente e rapidamente, cambiando di continuo le condizioni di accesso e aumentando il rischio per gli operatori umanitari, anche quando gli spostamenti sono coordinati con l’esercito israeliano. Motivo per cui le attività di supporto sono state ripetutamente sospese nelle aree tra la linea gialla e quella arancione.

«CARATTERISTICA distintiva del cosiddetto cessate il fuoco – ha dichiarato Alan Mosley, direttore del Consiglio danese per i rifugiati nei Territori palestinesi – è la linea gialla che continua adespandersi verso ovest e inghiottire più terra, spremendo di fatto le famiglie nel 30% del territorio di Gaza».

Incrociando il lavoro sui dati con interviste nei cinque governatorati, emerge che l’82% delle strutture è improvvisato e con un’altissima concentrazione abitativa. Il rapporto insiste sul fatto che il cessate il fuoco ha trasformato lo sfollamento da movimento a immobilità, costringendo la popolazione a vivere stabilmente nei rifugi nati come temporanei.

IL RISULTATO SONO condizioni di vita insostenibili e una progressiva scomposizione dei legami sociali e familiari. L’80% degli intervistati segnala gravi problemi di acqua e servizi igienici. Tutte e sei le depurazioni sono ferme e il 70% delle stazioni di pompaggio delle acque reflue è fuori uso. Più famiglie sono costrette a condividere la stessa latrina all’aperto, che spesso si riempie fino a far fuoriuscire liquami e rifiuti nell’area circostante, attirando ratti e insetti. Mancano elettricità, gas, illuminazione. Il confinamento aumenta la disgregazione, mentre crescono i danni psicologici.

Drc e Parc chiedono di bloccare immediatamente l’espansione dell’occupazione israeliana e di consentire ritorni sicuri. Esattamente ciò che il premier Benyamin Netanyahu ha promesso di non fare. Lo ha confermato martedì scorso durante la visita alla base aerea di Tel Nof: «Ci sono pressioni enormi: pressioni perché ci ritiriamo, perché rinunciamo ai grandi risultati ottenuti grazie al coraggio dei nostri combattenti. Non permetto che accada e non permetterò che accada».

LE PRESSIONI a cui Netanyahu si riferisce sono quelle degli Stati uniti e dell’organismo messo in piedi dal suo alleato e amico, il presidente Donald Trump. Pressioni che, nei fatti, appaiono assai meno incisive: i 66 progetti iniziali presentati la settimana scorsa dal Board of Peace restano senza copertura finanziaria e senza una data d’avvio, fermi di fronte all’opposizione di Tel Aviv e ai piani di pulizia etnica del governo uscente. Ieri il ministro delle finanze, Bezalel Smotrich, ha spiegato con precisione cosa intendono i politici israeliani quando parlano di «incoraggiare l’emigrazione volontaria» della popolazione palestinese di Gaza: «La chiave principale dell’emigrazione è togliere loro la speranza. Finché penseranno che un giorno arriverà la ricostruzione e Gaza tornerà a prosperare, resteranno. Se annettiamo fino alla linea gialla e quel territorio diventa nostro, allora ciò che resta è minuscolo, sovraffollato e distrutto. Tutti capiranno che lì non c’è più nulla e inizieranno a cercare soluzioni su dove andare».

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