11/06/2026
da Il Manifesto
A caro prezzo La presidente del Consiglio: "No alla patrimoniale" e asse con Confcommercio: ma i soldi del taglio dell'Irpef non ci sono. E indica lo spauracchio: "Non siamo una repubblica delle banane, chiuse 24 mila attività spesso gestite da immigrati, magari entrati illegalmente". L'Upb riporta la realtà: salari inferiori di oltre l’8 per cento rispetto alla media del 2020, cresce la diseguaglianza fiscale
Non si toccano i patrimoni dei miliardari, ma si cambia il sistema fiscale che crea diseguaglianze nel «ceto medio», quello che si dice di volere proteggere. È il patto regressivo che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha stretto ieri a Roma all’assemblea di Confcommercio, un altro dopo quello rinnovato con Confindustria.
MELONI NON HA RISPOSTO, in realtà, alla richiesta di Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio: ridurre l’aliquota centrale dal 35% al 33% per i redditi fino a 60 mila euro per non vivere più una «fisiocrazia: troppe tasse e troppa burocrazia che frenano investimenti e crescita». La presidente del Consiglio non lo ha fatto perché, già l’anno scorso, il suo governo non aveva i soldi. Allargare lo scaglione del 33% dai 50 mila ai 60 mila euro avrebbe richiesto tra i 2 e i 2,5 miliardi di euro strutturali. Un taglio di questa portata non poteva però essere finanziata con i proventi straordinari derivanti dal concordato preventivo biennale. L’ipotesi è stata scartata poiché non si finanzia un taglio fiscale permanente con entrate una tantum e strutturalmente incerte.
LA «RIDUZIONE del carico fiscale del ceto medio» realizzata in questa legislatura ha premiato la fascia che guadagna oltre i 50 mila euro con ben 1.440 euro di sgravi in più all’anno, penalizzando al contempo quella più impoverita sotto i 35 mila euro di reddito. Sfortuna di Meloni vuole che questi dati, già noti, siano stati ribaditi dall’Ufficio parlamentare del Bilancio che proprio ieri ha presentato il rapporto sulla politica di bilancio 2026. Non va dimenticato che, sotto l’attuale governo, la «fiscocrazia» ha raggiunto un record del 43,1% di imposizione sul reddito. E che – come attestato dall’Upb – l’instancabile impegno dell’esecutivo a estendere regimi sostitutivi e flat tax ha favorito le categorie autonome e commerciali a scapito dei lavoratori dipendenti ordinari, allontanando l’obiettivo dell’equità orizzontale. l’autorità indipendente ieri ha anche lanciato un allarme.
L’USO DEL FISCO à la carte rischia di generare un innalzamento delle aliquote marginali effettive. Non si aumentano i salari – che sono più bassi dell’8% dal 2020, dice l’Upb – a colpi di tagli fiscali, ma tramite aumenti coordinati all’inflazione, investimenti e aumento della qualità del lavoro, oltre che gli strumenti del Welfare. Questioni non affrontate in questi anni a favore di una retorica sui record quantitativi del lavoro povero. Squilibri di questo tipo espongono alle stangate delle policrisi: l’ultima è quella del blocco di Hormuz disposto dall’Iran contro la guerra dell’(ex?) alleato di Meloni: Donald Trump.
CONTRADDIZIONI EVIDENTI nascoste da Meloni che non rovescia le frittate a caso. La presidente del Consiglio ha nascosto le grane attaccando le opposizioni che hanno di nuovo fatto l’errore di parlare di «patrimoniale», mentre in realtà pensano a un modesto riequilibrio del sistema fiscale tassando i patrimoni sopra i due milioni di euro (dunque non il «ceto medio»). «Altri parlano di tassare il patrimonio – ha detto Meloni – noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo un patrimonio dopo decenni di lavoro e di sacrifici». In realtà, con le manovre fiscali già fatte è stato premiato chi ha di più con un piatto di lenticchie e si sono allargate le diseguaglianze in un paese stagnante. Per l’Upb la crescita è allo 0,5 per cento nel 2026, potrebbe essere inferiore dello 0,3% se la guerra di Trump in Iran continua. Mentre il debito pubblico veleggia verso la soglia del 140 per cento a causa della crescita degli interessi passivi che potrebbero peggiorare quando la Bce aumenterà i tassi di interesse per contrarre l’inflazione e premiare ancora di più i profitti.
CON UNA PROCEDURA UE per deficit eccessivo ancora aperta (vedremo a settembre), e con l’impegno a proseguire l’austerità nella prossima legge di bilancio, non è chiaro dove l’esecutivo potrà prendere i fondi per soddisfare le richieste di Confcommercio e dare seguito a impegni già annunciati. Lo si è visto già con l’epopea del taglio sulle accise. «Non bisogna aver paura di fare ciò che è giusto» ha detto Meloni. Bisognerebbe avere paura di fare pagare due volte le accise agli italiani: la prima con l’aumento dei prezzi dei carburanti e dell’Iva, la seconda con lo sconto alla pompa sotto forma di bonus decrescente: ora lo sconto sul diesel è di 5 centesimi (da 10).
BISOGNA cercare diversivi. Ad esempio, attaccare gli immigrati «illegali» che hanno dato vita alle «imprese apri e chiudi»: 24 mila quelle chiuse, secondo Meloni. «Non siamo una repubblica delle banane, in Italia le regole si rispettano» ha detto. A parte riprendere il gergo del peggior giornalismo, venato da un etno-nazionalismo da bottegai, non sarebbe male soffermarsi anche sui dati sugli italianissimi evasori e elusori che sembrano abbondare nell’economia dei servizi. Eludere problemi, indicare spauracchi, parlare d’altro: le specialità della casa.

