11/02/2026
da Valori
La fusione nucleare promette energia pulita, ma arriverà troppo tardi. La crisi climatica richiede soluzioni disponibili subito
«Dobbiamo elaborare un mix energetico equilibrato, basato sulle tecnologie di cui disponiamo, di quelle che stiamo sperimentando e di quelle ancora da identificare. Non solo con riferimento solo alle energie rinnovabili, ma anche gas, biocarburanti, idrogeno verde, la cattura del biossido di carbonio, senza dimenticare la fusione nucleare, che può potenzialmente produrre energia pulita, sicura e illimitata». Era il mese di gennaio 2025 e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni interveniva alla Abu Dhabi Sustainability Week. Elencando quelle che a suo avviso dovrebbero rappresentare le vie da perseguire per garantire la transizione energetica e salvare la Terra dalla catastrofe climatica.
La fusione nucleare arriverà (forse). Ma tra decenni
Tralasciando il gas – fonte fossile meno impattante rispetto a carbone e petrolio ma il cui utilizzo resta incompatibile con gli obiettivi fissati dalla comunità internazionale nell’Accordo di Parigi sul clima del 2015 – si pone l’accento anche sulla fusione nucleare. Si tratta di una tecnologia oggetto di studio da decenni. L’idea, tagliando con l’accetta, è di riprodurre sulla Terra il metodo di produzione di energia del Sole.
Un’idea che risolverebbe molti dei nostri problemi: dall’approvvigionamento energetico alla necessità di azzerare le emissioni nette di CO2 per limitare la crescita della temperatura media globale. Il problema è che citare la fusione nucleare in un elenco di soluzioni possibili per la risoluzione della crisi climatica è, allo stato attuale, pura fantascienza.
Negli anni, infatti, la fusione nucleare è stata annunciata come “a portata di mano” a più riprese. La ricerca scientifica sul tema, in effetti, avanza. Ma al momento cammina ancora sul terreno della mera sperimentazione. Per raggiungere una solidità tecnologica serviranno ancora molti anni. E per un’ipotetica commercializzazione decenni. La necessità di abbattere in modo drastico le emissioni di gas ad effetto serra è invece un’urgenza assoluta. Anzi, siamo già in gravissimo ritardo, come confermato da tutti gli organismi scientifici più autorevoli: Nasa, Noaa, Ipcc, Copernicus, Potsdam Institute, Organizzazione meteorologica mondiale e Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, solo per citarne alcuni.
Cos’è davvero la fusione nucleare
La fusione nucleare è il processo che avviene naturalmente nel Sole e nelle altre stelle: si tratta in pratica di un meccanismo in cui atomi leggeri, ad esempio l’idrogeno e i suoi isotopi, come deuterio e trizio (e non quelli di uranio, che sono invece pesanti), si fondono per formare atomi più pesanti, liberando una grande quantità di energia.
Si potrebbe in altre parole produrre energia in modo pulito e quasi illimitato, senza generare né gas ad effetto serra né scorie radioattive a lungo termine. Inoltre il combustibile – l’idrogeno e suoi isotopi – è estremamente abbondante sulla Terra.
Perché la fusione non genera scorie pericolose come la fissione
A differenza dei reattori a fissione, che dividono atomi pesanti come quelli dell’uranio producendo scorie altamente radioattive e longeve (fino a decine di migliaia di anni), la fusione unisce atomi leggeri. Le uniche scorie del processo provengono da materiale strutturale del reattore: la fusione rilascia neutroni molto energetici, che colpiscono le pareti interne del reattore.
Col passare del tempo, quel materiale assorbe i neutroni e diventa radioattivo. Queste parti irradiate costituiranno un domani la maggior parte delle scorie da smaltire. Sono però materiali che perdono radioattività in tempi molto più brevi, si parla di decenni, e quindi molto più semplici da gestire e stoccare rispetto ai residui della fissione.
I nodi irrisolti: perché la fusione resta sperimentale
Il problema è che per avere la fusione bisogna generare condizioni estreme: temperature di oltre 100 milioni di gradi centrigradi e pressioni altissime. Temperature che fino a pochi decenni fa risultavano incompatibili con i materiali stessi a disposizione e al cui interno riprodurre e contenere il processo. A queste temperature la materia diventa infatti plasma, cioè un gas di particelle difficile da controllare.
Come accennato, negli ultimi anni sono stati effettuati grandi progressi scientifici, ma non esiste ancora al mondo un solo reattore che in grado di produrre più energia di quella che consuma per attivare il processo.
Come si prova a ottenere la fusione: laser, Tokamak e Stellarator
Esistono ad oggi tre grandi approcci che gli scienziati stanno seguendo. Il primo è legato alla tecnica del confinamento inerziale, usata negli Stati Uniti, al Lawrence Livermore National Laboratory: in questo caso, una minuscola capsula di combustibile viene colpita da potenti laser che la comprimono e la riscaldano fino a far partire la fusione.
Quella del confinamento magnetico è invece la strada seguita dal progetto Iter, in costruzione nel sud della Francia: qui il plasma viene tenuto sospeso e riscaldato con campi magnetici. L’idea è mantenere il plasma abbastanza a lungo in condizioni tali da far sì che gli atomi si fondano. Nel caso specifico si usa una macchina chiamata Tokamak: si tratta di una ciambella di acciaio e magneti potentissimi in cui il plasma è confinato e riscaldato grazie a una corrente elettrica che scorre al suo interno. A fianco del Tokamak, si sta sviluppando un’alternativa che è lo Stellarator, una macchina ancora più complessa, ma più stabile. In questo caso i campi magnetici sono generati interamente da magneti esterni, disposti in forme tridimensionali intricate.
Startup e nuovi reattori: la corsa alla fusione commerciale
Per decenni lo Stellarator è stato limitato al mero esercizio accademico, per via dei calcoli troppo complessi e perché troppo difficile da costruire. Ma l’arrivo di supercomputer e nuovi superconduttori ad alta temperatura ha riacceso l’interesse: oggi una serie di start-up e laboratori in tutto il mondo sta cercando di renderlo un’opzione praticabile.
Tra questi nuovi attori c’è anche Renaissance Fusion, giovane impresa franco-italiana che sviluppa proprio una versione avanzata di Stellarator. Il suo ceo per l’Italia, Diego Cammarano spiega che «negli ultimi decenni, ci sono state diverse evoluzioni tecnologiche che hanno aperto il ventaglio di mezzi a disposizione di chi opera nel settore della fusione: la potenza di calcolo è aumentata vertiginosamente, nuovi materiali come i superconduttori ad alta temperatura sono stati scoperti e “ingegnerizzati”. Queste nuove risorse ci permettono oggi di fare delle cose che erano impensabili fino a qualche anno fa. Per questo siamo convinti di essere a un punto di svolta nella storia della fusione e che i tempi siano maturi per passare dalla ricerca fondamentale allo sviluppo commerciale».
Il dibattito sulla fusione nucleare non è solo politico, ma anche scientifico
Cammarano precisa che Renaissace Fusion ha come obiettivo un primo prototipo di reattore entro i prossimi dieci anni. Si tratta sicuramente di un traguardo ambizioso e non garantito. Fosse solo per i costi: la start-up ha raccolto circa 60 milioni di euro, cifra significativa, ma minuscola rispetto ai miliardi necessari per costruire un vero reattore. «Il nostro approccio è graduale», spiega Cammarano in merito alla questione finanziaria. «Rimuoviamo un rischio tecnologico alla volta, raccogliendo fondi man mano che i risultati arrivano».
Finora però ogni esperimento di fusione, anche il più promettente, si è sempre scontrato con lo stesso problema: l’energia in uscita non basta ancora a compensare quella necessaria per far funzionare il sistema. Anche il celebre risultato del laboratorio americano Livermore nel 2022 – il primo “guadagno netto” di energia a livello di reazione – resta lontanissimo dall’essere in grado di produrre energia commerciale.
Una promessa che si allontana: «La fusione nucleare è una fata morgana»
Non a caso, Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, ha spiegato a chiare lettere che «la fusione nucleare non c’entra niente con la transizione ecologica». Allo stesso modo, Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, ritiene che «la fusione nucleare è una fata morgana che continua ad allontanarsi nel tempo. Potremmo citare la battuta “ci vogliono altri 30 anni”, che si sente ripetere a partire dagli anni Settanta del secolo scorso».

