02/07/2026
da Pressenza
C’è un errore di fondo, drammatico e strutturale nelle ricostruzioni – burocratiche – che continuano a circolare sulle stragi in mare: l’idea che una scelta, politica o amministrativa, possa condizionare il dovere di effettuare un soccorso in mare.
Sentire qualcuno che giustifica l’inazione parlando di “scelte di policy”, di “operazioni di polizia” (law enforcement) o di buona “galleggiabilità” di un caicco evidentemente carico di migranti, significa ignorare deliberatamente il pilastro fondamentale della civiltà umana e giuridica: non è e non deve mai più essere il potere, la politica, a decidere quando salvare una vita, ma è la legge a stabilire quando sorge una situazione di pericolo e quando si deve provvedere.
Ma l’etica di ognuno, sulla base di esperienza e competenza, avverte ancora prima il funzionario responsabile che deve prepararsi ad agire.
Il dovere di soccorso in mare, infatti, non è una concessione e non può essere stoltamente confuso con miserande strategie elettorali. Non è un’opzione discrezionale lasciata ai burocrati, ma una necessità degli uomini, un obbligo fissato anche da convenzioni internazionali (Amburgo, SOLAS, UNCLOS), le quali sono norme che costituiscono solo la codificazione giuridica dell’antico codice del mare, ovvero di un principio etico ancestrale che riconosce priorità alla fragilità dell’uomo.
Una fragilità che non si consuma solo in mezzo al mare, ma che è connaturata alla stessa condizione umana: davanti alle guerre, alla miseria e persino di fronte all’indifferenza dei sistemi violentemente burocratici. Rispetto alla fragilità il mare è solo il paradigma più drammatico e immediato di questa vulnerabilità universale. Se lo Stato, le istituzioni e le leggi non servono a proteggere l’uomo proprio nel momento della sua massima fragilità — ovunque essa si manifesti —, allora perdono la loro stessa ragion d’essere. Cedere alla retorica delle “frontiere da difendere” lasciando o respingendo in mare chi è in pericolo significa rinnegare e disconoscere il legame umano fondamentale.
E in pericolo si trova ogni imbarcazione sovraccarica, senza dotazioni di sicurezza o condotta da persone inesperte. Sono chiarissimi i manuali internazionali di ricerca e soccorso aero marittimo e i regolamenti europei: non c’è da fare alcuna ulteriore interpretazione nel momento operativo, c’è da agire.
Classificare una situazione così caratterizzata, come “operazione di polizia” non è legittimo, è un vero e proprio cortocircuito che calpesta l’etica e costa dolore e vite umane.
Nessuna direttiva politica, nessuna circolare ministeriale può cambiare il nome alle cose; ogni elemento della catena di comando rimane responsabile e ha il dovere di osservare i trattati internazionali, oltre che di rispondere alla propria coscienza e gli uni e l’altra hanno rango superiore a qualsiasi protervia in carica pro tempore.
Non si abdica alla propria responsabilità genuflettendosi al potere. In mare, come in terra, la legge della vita, il rispetto della fragilità e il dovere di umanità vengono prima di qualsiasi dinamica di potere o di polizia. Sempre.
I servitori dello Stato — a ogni livello della catena di comando — giurano fedeltà alla Costituzione e alle sue leggi, non agli interessi elettorali di qualcuno e nessuna divisa o funzionario potrà mai giustificarsi, neppure con sé stesso, dietro un “Ho eseguito gli ordini” quando a naufragare è la nostra stessa civiltà.
* Già ufficiale di Marina noto per i soccorsi alla Costa Concordia, è stato senatore dal 2018 al 2022, distinguendosi nel Gruppo Misto per la difesa dei diritti umani.

