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Da Davos ad Abu Dhabi, le alleanze storiche si incrinano

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Politica estera 

09/02/2026

da Remocontro

Remocontro

La fiducia transatlantica è incrinata, Zelensky critica gli alleati e i negoziati sull’Ucraina si tengono senza l’Europa, che non può più rinviare una riflessione sul suo futuro strategico. Trump a Davos, la rottura sulla Groenlandia non si è consumata. Ma per Board of Peace una nuova realtà si è imposta, a cui gli europei sono chiamati ad adattarsi: la fiducia negli Stati Uniti è rotta.

La Nato asservita

Non è chiaro cosa si aspetti dal colloquio a porte chiuse con il Segretario generale della Nato Mark Rutte a cui la Danimarca fa sapere di non aver concesso “alcun mandato” per negoziare a suo nome. Il rischio è che il presidente americano metta nuovamente alla prova l’unità europea. E Trump ha minacciato “pesanti  ritorsioni” se i paesi europei iniziassero a vendere titoli del debito americano per fare pressione sugli Stati Uniti, mentre n fondo pensione danese e uno svedese hanno annunciato la loro decisione di ridurre fortemente l’esposizione ai titoli del Tesoro americano, citando “l’imprevedibilità della politica statunitense”.

Zelensky a mano tesa ma con furore

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel suo discorso da Davos ha sferzato duramente l’Europa. «Europa resta un magnifico ma frammentato caleidoscopio di piccole e medie potenze. Invece di guidare la difesa della libertà nel mondo, soprattutto quando l’attenzione americana si sposta altrove, l’Europa appare disorientata, occupata a cercare di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare idea. Ma non la cambierà.Molti dicono: ‘Dobbiamo restare forti’, aspettando che qualcun altro decida per quanto tempo. Preferibilmente fino alle prossime elezioni». Che tutti gli attuali governanti perderanno.

Negoziati a tre, senza l’Ue e senza il Donbass

Intanto la conferma che “la questione del Donbass è fondamentale”, mentre Mosca insiste sul fatto che non porrà fine alla guerra a meno che Kiev non faccia significative concessioni territoriali. La regione orientale, di cui al momento le forze russe controllano quasi il 90%, è teatro di scontri da anni. Kiev si rifiuta di ritirare le sue truppe dalle zone del territorio che i russi non hanno conquistato. E più volte, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ripete: “La posizione della Russia è nota: l’Ucraina e le forze armate ucraine devono lasciare il Donbass”.

Trarre vantaggio dalla crisi?

Le ambiguità che si trecciano. Putin o Zelenski o Trump in altalena. Ora molti pensano che tutti vogliano raggiungere un accordo. Lo scopriremo presto. Entro giugno pretende Trump. «Per usare una frase spesso attribuita a Churchill – osserva Politico –  il rischio è che l’Europa “lasci che una buona crisi vada sprecata”». Come? Col tira e molla di Zelensky e di parte dell’Europa alla consueta strategia di compiacere il presidente statunitense, anche a scapito dell’Unione europea, al faticoso avvio trilaterale tra le delegazioni russa, americana e ucraina. Anche se l’Ue di fatto frammentata, difficilmente modificherà il proprio fragile sostegno a Kiev. Cosa che non si può dire di Trump.

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