11/07/2026
da Il Manifesto
Il limite ignoto Le birre vendute nella capitale e vietate nel Donbass, il coprifuoco che ogni giorno spegne ogni cosa. Mentre i droni volano sulla testa
Ci sono degli ucraini che combattono la guerra e ne subiscono le conseguenze e altri che la subiscono soltanto. Nella seconda categoria rientrano i civili che non hanno lavori particolarmente importanti o posizioni di rilievo in politica, praticamente la quasi totalità della popolazione. Ma anche in questo insieme esistono molti sottogruppi.
I CIVILI DEL DONETSK, ad esempio, sono quelli che la subiscono più di tutti. Da sempre, non solo dall’inizio dell’invasione ma dal 2014. A Kiev hanno sperimentato la mancanza di cibo e altri generi di prima necessità durante i primi giorni del conflitto, ma quando si è capito che la capitale ucraina non sarebbe diventata una nuova Sarajevo come qualcuno andava predicando terrorizzato, i negozi hanno iniziato a riaprire, le merci ad arrivare e oggi siamo nella situazione in cui a ogni trasferta qui troviamo nuove attività aperte.
Ristoranti, bar, locali con pretese gourmet e grafiche studiate. Oppure negozi di abbigliamento di marchi occidentali, la maggior parte statunitensi, perché all’uomo che non combatte piace vestirsi come se lo facesse. Ma anche tanti negozietti nati da start-up ucraine che utilizzano qualcuno dei simboli più pop della guerra (la corazzata Moskva, i gattini dei soldati, il coperchio della raffineria di San Pietroburgo saltata) per farne indumenti o accessori.
Non mancano le linee di abbigliamento nostalgiche della Berlino anni ’30 e qui si sprecano rune, frecce, soli neri e i più banali ritratti di Stepan Bandera. Anche a Kramatorsk hanno aperto un paio di filiali di questi marchi, dicono che i proventi vanno ai reduci e molti militari in borghese li usano come seconda pelle. Ma al fronte è diverso: vedi anche l’aquila che sorregge tra gli artigli il tridente ucraino invece della svastica e qualcuno vuole spiegarti che non è un’aquila ma «un falco». E comunque è inutile dire che le magliette arcobaleno con i simboli della pace non avrebbero molto mercato.
IN CITTÀ I FIGLI di alcuni di quei militari, ma non generalizziamo, poco tempo fa hanno organizzato una fiaccolata in concomitanza con il gay pride per manifestare per la famiglia tradizionale. Qualcuno di loro lo riconosci dall’intramontabile testa rasata e dagli anfibi, ma sono una minoranza talmente minima da saltare all’occhio proprio perché stonata. Kiev è, nonostante tutto, una città di colori. Ragazzi e ragazze che si affollano per assaporare quel poco di vita notturna concessa prima del coprifuoco intorno ai simboli che tutti conosciamo, il Mc Donald’s o il Kfc – che restano gli ultimi aperti a dar da mangiare anche dopo le 22, quando gli altri hanno già spedito a casa i dipendenti per non violare il coprifuoco e spesso questi articoli non sono ancora finiti.
Oppure ai concerti che iniziano presto, a una delle innumerevoli manifestazioni che si organizzano di giorno per attirarli o, semplicemente, a passeggio. Attività quasi sparita: le sirene anti-aeree, i bombardamenti, la preoccupazione dei genitori e il coprifuoco stanno privando questi ragazzi anche della possibilità di passeggiare con gli amici o di appartarsi per tentare la sorte. I ragazzini a Kiev non hanno dovuto imparare a nascondersi dai droni, come a Kramatorsk, ma sanno che per qualsiasi cosa devono correre nella metro e aspettare restando insieme.
Il che non è scontato. La loro infanzia è passata dal Covid alla guerra: sei anni rubati nel momento più importante, di isolamento in isolamento. Molti non vanno neanche a scuola perché i genitori hanno paura di farli uscire e seguono le lezioni online. Da soli, davanti agli schermi, mentre fuori ogni tanto arriva la guerra con tutto il suo concerto di orrori.
PER GLI ADULTI è diverso. Intanto perché qui si può bere, nel Donbass no. All’ultima stazione di servizio dell’oblast di Dnipropetrovsk vedi sempre qualcuno che beve una birra, indipendentemente dall’ora. Poco dopo c’è il confine con il Donetsk e ai posti di blocco prima ti controllavano anche le valigie per vedere se portavi bottiglie. Ora ci sono i droni e le priorità sono cambiate. Ma comunque a Kramatorsk non si beve per strada e non si può comprare ufficialmente alcool.
Che i residenti riescano a rimediare una vodka o qualche birra per il barbecue sotto gli alberi del cortile delle krusciovke – gli edifici sovietici a basso costo da tre-cinque piani – non stupisce troppo. Stupisce di più che quando quelli dell’ex Azov trovano un posto che vende alcol di nascosto – ci hanno raccontato – lo riducono in pezzi.
A KIEV INVECE si beve, si frequentano i bar e spesso ci si ubriaca pure. Il che vuol dire che le scene sono le stesse che nell’Occidente lontano dalla guerra: individui barcollanti che provano a fermare un taxi per tornare a casa, gruppetti che camminano attaccati cantando stonati eccetera. È il simulacro di una festa, ma è pur sempre un tentativo.
C’è un aspetto bellissimo in tutto ciò: che vedi la vita. Anzi, che allontana la morte. La morte come scontro con il nemico in guerra ma anche come iconografia, come assenza di futuro, baratro nero in cui i vizi sono un palliativo e mai un divertimento. Non che i militari non ridano, al contrario: è più il tempo che passi a farti tradurre le battute e gli sfottò che quello in cui cerchi di carpire informazioni sui movimenti dei reparti in prima linea.
Ma sono le risa di chi sa che sta giocando con la morte, che entra a far parte di loro con le prime esperienze di combattimento e non li abbandona più. Soprattutto ora che la senti anche fisicamente nel ronzio costante dei droni sopra la testa.
SENZA IL LUSSO di essere schematici, a Kiev bombardano dall’inizio della guerra, «a periodi» come dicono tutti qui per sottolineare che ogni tanto si vive male e ogni tanto peggio, e questo è un periodo molto brutto. «Non avevo mai sentito un bombardamento come quello della settimana scorsa» racconta Olga a proposito dei 30 missili balistici che sono arrivati tutti insieme (oltre ai droni, naturalmente).
«I muri del palazzo hanno un po’ tremato, almeno mi sembra». Olga è appena tornata dalle seconde linee intorno a Kramatorsk, dove fa la paramedica in un punto di stabilizzazione. Passa le giornate a vedere feriti, amputati e morti. «Non vado mai a rifugiarmi nella metro, ma l’altra sera sono scesa. Mi sono anche sentita una fifona, pensa che stupida».

