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Da nord a sud, Israele colpisce Gaza come tre mesi fa

Da nord a sud, Israele colpisce Gaza come tre mesi fa

 

Politica estera

06/01/2026

da Il Manifesto

Eliana Riva

Striscia continua Tel Aviv ha ripreso le operazioni militari pre-cessate il fuoco: raid e bulldozer. E il valico di Rafah resta chiuso, nonostante le promesse

Negli ultimi due giorni l’esercito israeliano ha ripreso tutte le operazioni militari che portava avanti prima del cessate il fuoco a Gaza, senza che nessuno degli attori principali di quell’accordo mostrasse interesse per le gravissime violazioni. Eppure è ancora fresca la foto di Sharm el-Sheikh, che ritrae più di venti leader mondiali sorridenti alle spalle del grande timoniere, mente del piano che avrebbe salvato Gaza: il presidente degli Stati uniti, Donald Trump. Erano presenti anche gli stati arabi che hanno mediato per lunghi mesi i colloqui tra Hamas e Israele, sicuri che la firma degli Usa fosse sinonimo di garanzia. Non è chiaro quante volte ancora Washington dovrà dar prova di non poter garantire che gli interessi israeliani.

NELLE ULTIME settimane Trump ha dichiarato una miriade di volte che la seconda fase era prossima alla partenza. Entro dicembre, si diceva, magari ad annunciarla con il premier israeliano Netanyahu al suo fianco. Poi ai primi giorni di gennaio, con l’annuncio dei Paesi che avrebbero preso parte alla Forza di stabilizzazione internazionale e l’avvio del «Consiglio di pace».

Intanto che si aspetta, Israele attacca e avanza. Gli aerei da guerra hanno bombardato il nord, colpendo l’area nelle vicinanze dell’Ospedale indonesiano. Le navi hanno esploso colpi verso la costa di Gaza, il ronzio dei droni è tornato a essere continuo, come i rumori delle demolizioni. Persino l’avanzata dei carri armati è ripresa indisturbata, ben oltre la «linea gialla», il confine dietro il quale Israele avrebbe dovuto ritirarsi. Almeno tre palestinesi sono stati uccisi domenica a Khan Younis, tra i quali un pescatore e un ragazzino di 15 anni. Nel nord le ruspe hanno operato decine di distruzioni e demolizioni, come confermato dallo stesso esercito israeliano. I soldati avanzano a nord, superando la linea gialla nei quartieri di Tuffah, Shujayea e Zeitoun e i giornalisti palestinesi raccontano di un nuovo sfollamento per centinaia di abitanti.

QUESTE ALTRE ONDATE, seppur nei numeri non equiparabili agli esodi obbligati a cui abbiamo assistito in due anni, aumentando un sovraffollamento già insostenibile. Tutta la popolazione è stretta dentro meno della metà della Striscia, senza rifugi idonei, senza servizi, senza un’assistenza adeguata. E i movimenti dell’esercito israeliano non si limitano alle aree del nord: per la prima volta dal cessate il fuoco i carri armati e le ruspe sono arrivati di nuovo alla zona tra Rafah e Khan Younis, insieme a distruzioni e colpi di artiglieria.

Questo nuovo e più lento assalto arriva nel momento in cui le fonti di diversi media internazionali parlano di una prossima apertura del valico di Rafah, che Benyamin Netanyahu avrebbe concordato con Donald Trump durante il suo viaggio negli Stati uniti. In realtà, la notizia dell’apertura è stata diffusa molte volte, anche dalla stessa Tel Aviv, alimentando speranze sistematicamente deluse per la popolazione di Gaza. La quale, oltre allo scetticismo, teme che Israele stia preparando un viaggio di sola andata, un’espulsione camuffata da evacuazione umanitaria, alla quale potrebbe non seguire mai un ritorno.

IN CASO di autorizzazione al passaggio, i primi a uscire sarebbero proprio le 16mila le persone che necessitano di cure urgenti non più garantite dagli ospedali della Striscia, assediati e distrutti dagli attacchi israeliani. È una lista lunghissima, in continuo aggiornamento da parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità, che seguita ad appellarsi alle autorità israeliane perché aprano i valichi e consentano un numero maggiore di evacuazioni giornaliere. I ritardi e gli impedimenti di Tel Aviv hanno causato la morte di 1.092 pazienti già presenti sulla lista.

Le uccisioni di palestinesi non si fermano neanche fuori da Gaza. Non solo in Cisgiordania e a Gerusalemme est occupate, con gli attacchi dei coloni e dei militari, ma anche in Israele, da parte della polizia.

DOMENICA Mohammed Hussein al-Tarabin, un palestinese beduino con cittadinanza israeliana, è stato ucciso davanti ai suoi sette figli durante un’incursione notturna.

Da due settimane il villaggio in cui viveva, Tirabin al-Sana, non riconosciuto da Israele, è al centro di una campagna di incursioni armate, arresti e ordini di demolizione: Tel Aviv vorrebbe costringere diverse comunità beduine del Naqab, cittadini israeliani, a lasciare le terre sulle quali vivono da centinaia di anni per trasferirsi altrove. La campagna contro Tirabin al-Sana è guidata dal ministro suprematista della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, che si è unito ai raid della polizia per tre volte nell’ultimo mese e ora difende gli assassini. Uno dei figli del 35enne ucciso, un bambino di undici anni che ha assistito alla scena, ha testimoniato che la polizia ha sparato appena la porta è stata aperta, senza alcun avviso o dialogo e ha poi spostato il corpo, ripulendo il sangue all’ingresso. Nella Cisgiordania occupata, non si ferma l’ondata di arresti: venticinque ieri solo nel campo profughi palestinese di Aida, nei pressi di Betlemme.

UN RAGAZZO di 15 anni, Yazan al-Aloul, è stato sequestrato a Nur Shams e i militari hanno prelevato con la forza, dalla sua abitazione di Idhna, vicino Hebron, la reporter Enas Ikhlawi. Il Forum dei Giornalisti Palestinesi ha denunciato con fermezza l’arresto, definendolo un ulteriore crimine che si somma alle violazioni quotidiane dei diritti.

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