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Dall’Aliyah alla sostituzione demografica: come Israele finanzia l’immigrazione ebraica mentre nega il ritorno ai palestinesi

Dall’Aliyah alla sostituzione demografica: come Israele finanzia l’immigrazione ebraica mentre nega il ritorno ai palestinesi

Politica estera

17/06/2026

da Pagine esteri

Eliana Riva

Assegni all’arrivo in aeroporto, agevolazioni fiscali e programmi speciali: così Tel Aviv investe denaro pubblico per attrarre ebrei da tutto il mondo, mentre avanza annessione e pulizia etnica dei palestinesi

Ogni anno, all’aeroporto Ben Gurion, centinaia di nuovi immigrati vengono accolti con bandiere israeliane, volontari sorridenti e rappresentanti delle istituzioni. È il compimento dell’Aliyah, il “ritorno” del popolo ebraico nella propria terra nazionale. Anche se la maggior parte di coloro che arrivano in Israele non ci ha mai vissuto, lo Stato li accoglie con cittadinanza automatica, contributi economici, esenzioni fiscali, corsi di lingua e programmi di integrazione. Per gli “Olim” – i nuovi emigrati ebrei che si trasferiscono in Israele – il Ministero dell’Aliyah e dell’Integrazione prevede persino un call center di sostegno “emozionale”. Gli operatori specializzati rispondono in diverse lingue – comprese inglese russo, francese, spagnolo – e prestano sostegno gratuito a chiunque si trovi “in difficoltà a causa del processo di
integrazione”.

Mentre un ebreo nato a New York, Parigi o Mosca riceve sostegno e denaro immediatamente dopo l’atterraggio all’aeroporto di Ben Gurion, milioni di profughi palestinesi e i loro discendenti, nati a pochi chilometri da Haifa, Giaffa o Safad, continuano a vedersi negato il diritto di tornare nelle città e nei villaggi da cui le loro famiglie furono espulse nel 1948 e nel 1967.

La contrapposizione tra queste due realtà rappresenta il risultato di un progetto politico e demografico che precede la nascita stessa di Israele.

Nella Palestina ottomana della fine dell’Ottocento gli ebrei costituivano una piccola minoranza. Fino all’occupazione britannica del 1918, i sionisti rappresentavano meno del cinque per cento della popolazione complessiva del Paese. Le prime ondate migratorie, le Aliyah, iniziarono dopo i pogrom dell’Europa orientale. La maggior parte degli ebrei emigrò verso Stati Uniti, Canada e Sud America. Solo una minoranza scelse la Palestina.

Fu proprio quella minoranza a trasformare l’immigrazione in un progetto nazionale.

Le associazioni Chovevei Zion e Chibbat Zion nacquero per sostenere economicamente i trasferimenti e gli acquisti di terre. Con il sostegno del barone Edmond de Rothschild sorsero le prime colonie agricole. Gli acquisti si concentrarono inizialmente nelle zone meno densamemente abitate, ma finirono inevitabilmente per coinvolgere anche terre lavorate da contadini palestinesi che vi vivevano da generazioni.

Menachem Ussishkin, uno dei principali dirigenti sionisti, spiegò senza ambiguità la centralità della terra nel progetto nazionale: “Senza la proprietà della terra Eretz Yisrael non sarà mai ebreo”. Aggiunse che il movimento avrebbe utilizzato la compravendita “finché, a un certo punto, saremo noi a governare”.

Anche Theodor Herzl, fondatore del sionismo politico, affrontò nei propri diari la questione della popolazione indigena. In uno scritto del 1895 immaginava di “incoraggiare questa misera popolazione ad andarsene oltre confine”, operando “con discrezione e cautela”. Pubblicamente, invece, il sionismo preferì diffondere l’immagine di una “terra senza popolo per un popolo senza terra”a, nonostante i primi immigrati avessero presto scoperto che la Palestina era tutt’altro che vuota.

L’immigrazione ebraica trasformò progressivamente la composizione della Palestina mandataria. Dopo la Dichiarazione Balfour del 1917 e durante il Mandato britannico, nuove ondate migratorie aumentarono la popolazione ebraica fino a circa 650 mila persone alla vigilia della nascita dello Stato di Israele.

In seguito alla proclamazione unilaterale dello stato d’Israele, nel 1948, oltre 700 mila palestinesi furono costretti alla fuga e centinaia di villaggi vennero distrutti. Nonostante le élite politiche neghino formalmente il compimento della Nakba (la catastrofe palestinese), la storiografia israeliana ha assodato che dopo la conquista delle località arabe, il ritorno dei profughi venne sistematicamente impedito e numerosi centri abitati furono demoliti e sostituiti con nuove comunità ebraiche.

Mentre ai palestinesi veniva impedito di tornare, Israele approvò nel 1950 la Legge del Ritorno, che garantisce a ogni ebreo del mondo il diritto automatico di immigrare e ottenere la cittadinanza.

Settantacinque anni dopo, quel meccanismo continua a funzionare.

Il ministero dell’Aliyah e dell’Integrazione offre ai nuovi immigrati un “paniere di assorbimento” con pagamenti immediati e contributi mensili. Esistono agevolazioni fiscali, programmi per professionisti, incentivi abitativi e percorsi dedicati ai giovani. Accanto allo Stato opera una rete globale composta dalla Jewish Agency, dalla World Zionist Organization, dal Jewish National Fund, dal Keren Hayesod e da Nefesh B’Nefesh.

La Jewish Agency accompagna gli immigrati “dal momento della decisione fino all’assorbimento in Israele”. Nefesh B’Nefesh, attiva soprattutto in Nord America e nel Regno Unito, aiuta a trovare lavoro, casa, scuole e a orientarsi nella burocrazia israeliana. Sono associazioni e organizzazioni che rappresentano la prosecuzione moderna delle strutture create dal movimento sionista oltre un secolo fa.

La classe media, altamente specializzata e laica, negli ultimi anni sta abbandonando Israele, a favore di una emigrazione ultrareligiosa e politicizzata che dipende dal sostegno dello Stato. Così, nel 2025, il governo di Tel Aviv ha avviato nuovi programmi per attrarre ebrei facoltosi e professionisti qualificati. Medici disposti a trasferirsi nel Negev o in Galilea possono ricevere incentivi economici particolarmente elevati. Lo stesso ministero degli Esteri ha più volte invitato gli ebrei della diaspora a “tornare a casa”.

Nonostante la guerra a Gaza, in Libano, in Siria e in Iran, il flusso di immigrazione ebraica verso Israele è proseguito anche negli ultimi anni. Secondo i dati diffusi dalla Jewish Agency e dal ministero israeliano dell’Aliyah, nel 2025 quasi 21.900 ebrei provenienti da 105 Paesi hanno ottenuto la cittadinanza israeliana trasferendosi nel Paese. Il numero più alto di nuovi arrivati proveniva dalla Russia, con circa 8.300 immigrati, seguita dagli Stati Uniti con oltre 4.100, dalla Francia con circa 3.300 e dal Regno Unito con 840 persone. Dal 7 ottobre 2023 alla fine del 2025 i nuovi immigrati ebrei sono stati complessivamente 53.765. Dopo il picco del 2022, determinato soprattutto dalla guerra in Ucraina, gli arrivi sono diminuiti progressivamente, passando da circa 74.700 nel 2022 a 45 mila nel 2023, poco più di 31 mila nel 2024 e meno di 22 mila nel 2025. Parallelamente, la Jewish Agency ha reso noto di aver aperto circa 30 mila pratiche di Aliyah nel solo 2025, registrando un forte aumento delle richieste provenienti da Paesi occidentali come Regno Unito, Australia e Francia.

Sul versante palestinese, la pressione demografica procede in senso opposto. In Cisgiordania, secondo OCHA, demolizioni, violenza dei coloni e restrizioni all’accesso alla terra hanno prodotto un ambiente coercitivo che spinge le comunità palestinesi ad abbandonare le proprie aree di residenza. Dal gennaio 2023, almeno 45 comunità palestinesi sono state completamente sfollate in Cisgiordania a causa degli attacchi dei coloni e delle restrizioni collegate; nei soli primi mesi del 2026, 1.697 palestinesi di 33 comunità sono stati sfollati in questo contesto, superando già il totale registrato in tutto il 2025. Amnesty International parla di almeno 117 comunità beduine, per un totale di 5.910 persone, sfollate in modo parziale o totale tra il 2023 e il 2025 in Area C, e definisce questo processo una campagna di pulizia etnica condotta attraverso violenza dei coloni, sostegno statale e ampliamento delle colonie illegali.  

A Gerusalemme Est, i palestinesi non sono cittadini israeliani ma “residenti permanenti”, uno status revocabile. Dal 1967 Israele ha revocato la residenza a oltre 14.500 palestinesi di Gerusalemme. La negazione della cittadinanza piena e la precarietà della residenza trasformano così la presenza palestinese nella città occupata in una condizione amministrativa perennemente sospesa.  

Anche per i palestinesi cittadini d’Israele la cittadinanza non è più una garanzia assoluta. Nel 2023 la Knesset ha approvato una legge che consente di revocare cittadinanza o residenza permanente a palestinesi condannati per “atti di terrorismo” e accusati di aver ricevuto fondi dall’Autorità palestinese, con deportazione verso la Cisgiordania occupata o la Striscia di Gaza. Nel febbraio 2026 Netanyahu ha firmato i primi ordini di deportazione per due cittadini palestinesi d’Israele, applicando per la prima volta quella norma alla rimozione fisica di cittadini dallo Stato.  

Fuori dalla Palestina storica resta poi la marea dei profughi. L’UNRWA registra oggi circa 5,9 milioni di rifugiati palestinesi che usufruiscono dei propri servizi, mentre l’UNHCR, nel suo rapporto globale 2026, include circa 6 milioni di rifugiati palestinesi sotto mandato UNRWA nel conteggio complessivo della popolazione rifugiata mondiale.  

Mentre le famiglie palestinesi cacciate spinte via, il governo israeliano continua a finanziare l’espansione coloniale. Israele ha creato un meccanismo che consente a decine di avamposti illegali persino per la legge israeliana di ricevere fondi pubblici e infrastrutture senza completare i normali processi di approvazione. Nel giugno 2026 il governo ha portato al gabinetto di sicurezza un piano da 1 miliardo di shekel, circa 300 milioni di euro, per espandere le colonie in Cisgiordania occupata, con fondi destinati a strade, fognature, infrastrutture e alloggi temporanei. Gli insediamenti sono illegali per il diritto internazionale, sorgono su terra occupata e illegalmente confiscata.  

Diversi ministri dell’attuale esecutivo, uno dei più estremisti della storia d’Israele, sostengono politiche che mirano ad eliminare la presenza palestinese. Ma anche tra le promesse elettorali dell’opposizione, in tempo di elezioni, la “ebraicizzazione” dell’intera Palestina storica rappresenta un obiettivo politico di primo piano.

Bezalel Smotrich, attuale ministro delle finanze, ha più volte promosso quella che definisce “emigrazione volontaria” dei palestinesi da Gaza. Lo stesso ministro è uno dei principali sostenitori dell’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Itamar Ben Gvir, ministro della sicurezza nazionale, ha espresso posizioni analoghe e appoggiato l’estensione della presenza ebraica nei territori occupati. Il governo di Benyamin Netanyahu, composto dalla destra più estrema e razzista, sta operando politiche di annessione, pulizia etnica e occupazione senza precedenti negli anni recenti.

Mentre Tel Aviv si finanzia l’arrivo di nuovi cittadini ebrei provenienti dall’estero, le comunità palestinesi continuano a subire demolizioni, confische e trasferimenti forzati.

L’Aliyah viene presentata ufficialmente come il compimento del diritto storico del popolo ebraico. Ma rappresenta il vero volto di un processo iniziato alla fine del XIX secolo: la costruzione di una maggioranza ebraica attraverso l’immigrazione e, contemporaneamente, la pulizia etnica della popolazione palestinese.

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