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Dall’Europa dei popoli a quella ‘a due velocità’

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Politica estera

13/02/2026

da Remocontro

Piero Orteca

Molti progetti e pochi fatti. Vertice dei 27 Paesi UE, per un nuovo modello di crescita economica del Continente, si è concluso con una serie di date «per approfondire le proposte». E non poteva che essere così, visto il vero oggetto della discussione. Il principio della «cooperazione rafforzata», con i più forti che, alla fine, decideranno per tutti.

Un ‘pronto soccorso’

Interpretatela come volete, ma a noi la riunione dal vago sapore conventuale, svoltasi ieri nel castello belga di Alden Biesen, nel Limburgo, suona un po’ come il brusco (e tardivo) fischio di una serena d’allarme: il mondo corre e l’Europa, invece, arranca. E quindi è l’ora di svegliarsi, prima che sia troppo tardi. Anche perché gli indicatori economici sono impietosi e, soprattutto, la frattura tra i cittadini e le istituzioni si allarga sempre di più, ogni giorno che passa. Creando così ampie praterie elettorali, pronte a essere cavalcate da orde di ‘populisti’. Rilanciare l’Unione significa anche, in qualche modo, salvare un sistema politico mezzo moribondo o, comunque, bisognoso di essere ‘ricondizionato’. La ‘tempesta perfetta’, scatenatasi a partire dalla pandemia e proseguita con tutte le turbolenze geopolitiche ed economiche successive, ha tagliato le gambe alle imprese del Vecchio continente. L’invasione dell’Ucraina, le sanzioni alla Russia, i costi dell’energia, il crollo della domanda, la parziale ripresa, la robusta inflazione, i dazi di Trump e di nuovo la stagnazione, sono le mille stazioni di una Via Crucis che il sistema-Europa ha dovuto attraversare. Ora, però, siamo al redde rationem. Persa la centralità strategica, l’UE economicamente parlando è rimasta schiacciata, come una sottiletta in un sandwich, tra Stati Uniti e Cina. E cerca disperatamente la sua pietra filosofale, con un nuovo assetto istituzionale che le possa garantire la passata prosperità.

Focus sui mercati

Se per molti anni si è parlato di Europa dei popoli e di un fervente spirito comunitario, sul quale costruire il futuro del continente, adesso l’attenzione è tornata invece a spostarsi sull’importanza degli scambi commerciali. «Abbiamo una chiara priorità – ha detto il Presidente del Consiglio Europeo, il portoghese Antonio Costa -. Occorre rafforzare la crescita economica in Europa. Questo è essenziale per la nostra prosperità, per creare posti di lavoro di qualità e per sostenere il nostro modello economico e sociale». E nel comunicato stampa ufficiale del vertice si legge che «ai leader si sono uniti Mario Draghi per una sessione di lavoro sulla competitività dell’UE in un nuovo contesto geoeconomico globale, ed Enrico Letta per una sessione di lavoro su come sfruttare al meglio il mercato unico in un mondo in rapida evoluzione». Guardando al futuro, i leader hanno concordato una serie di aree prioritarie per rafforzare la competitività e l’autonomia strategica dell’UE. Daranno seguito a queste discussioni in occasione del prossimo Consiglio Europeo di marzo, durante il quale si prevede che la Commissione presenti anche una tabella di marcia sul tema «Un’Europa, un mercato».

L’Europa dei Sei

In realtà, quello di ieri al Consiglio Europeo, è stata solo la prosecuzione di una elaborata manovra di salvataggio del ruolo politico dell’Unione, attraverso una revisione in corsa del suo stesso processo decisionale. Ci si è accorti, dopo un ventennio, che la politica di allargamento è stata fatta alla carlona, imbarcando troppo rapidamente nuovi Stati, che avrebbero avuto bisogno di dispendiose politiche di convergenza. L’UE è così diventata, in un certo senso, un blocco con grandi risorse rivolte all’assistenza e alla stabilizzazione dei bilanci, più che alla crescita. Questi Stati, anche i più piccoli, hanno tutti potere di voto e di veto. Una cosa che ha più volte inceppato i meccanismi decisionali di Bruxelles. L’esigenza di finanziare massicciamente la guerra in Ucraina, superando l’opposizione di alcuni Stati, come l’Ungheria, ha poi indotto i Paesi più importanti ad abbracciare l’idea di un’Europa ‘a due velocità’. Introducendo il voto a maggioranza. Dopo lo studio redatto da Draghi sulla ‘cooperazione rafforzata’, si è creato il Gruppo dei Sei (Francia, Spagna, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia) che secondo i proponenti (la prima mossa ufficiale è stata fatta con una lettera dal Ministro delle Finanze tedesco, Lars Klingbeil) dovrebbe rappresentare il «nocciolo politico duro dell’Unione». Il Ministro parla della creazione di un’unione dei risparmi e degli investimenti, del rafforzamento del ruolo internazionale dell’euro, di una maggiore coordinazione nella spesa militare e della messa in sicurezza delle catene di approvvigionamento delle materie prime critiche.

Il buco nero dell’energia

Nella conferenza stampa finale è intervenuta anche la Von der Leyen, facendo capire che quella di ieri è stata sostanzialmente una riunione interlocutoria. Anche perché, aggiungiamo noi, quando si annuncia la creazione di un organismo a diverse velocità, chi rimane indietro non è certo contento. La Presidente della Commissione ha comunque ribadito l’impegno a sostenere le imprese europee, sia dal lato dei costi (energia, semplificazione burocratica) che da quello della domanda (buy european, Made in Europe). Con l’avvertenza che, per comprare veramente europeo, i prezzi dovranno essere competitivi. Se no, a essere penalizzati, ancora una volta saranno i consumatori. D’altro canto, Bruxelles ci ha ormai abituati a fare tante chiacchiere, riuscendo però a stringerne poche. Ieri, per esempio, Frau Ursula ha lungamente lodato la resilienza comunitaria in tema di energia, decantando i progressi ambientali e dicendo che la nuova frontiera dell’Unione sarà rappresentata da un’efficace politica energetica ‘di blocco’.

Nello stesso momento, il Financial Times titolava: «La Francia punta sul nucleare, mentre la politica climatica si frantuma in tutta Europa».

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