11/07/2026
da Pressenza
Hussam Abu Safiya, il volto della resistenza sanitaria a Gaza: cresce la mobilitazione per la sua liberazione e quella dei prigionieri palestinesi
Da Roma a Londra, da Parigi a Madrid, fino a numerose città del mondo arabo e dell’America Latina, continua ad allargarsi la mobilitazione internazionale per la liberazione del dottor Hussam Abu Safiya e degli altri prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Il medico palestinese è ormai diventato uno dei simboli più riconoscibili della tragedia che attraversa la Striscia di Gaza e della battaglia per la tutela del personale sanitario nei conflitti armati.
Anche a Roma, venerdì 10 luglio, si è svolto un presidio davanti a Montecitorio, promosso da diverse realtà della solidarietà internazionale. Una mobilitazione per chiedere la liberazione immediata del direttore dell’ospedale Kamal Adwan e, insieme a lui, dei prigionieri palestinesi le cui condizioni di detenzione continuano a suscitare denunce e preoccupazioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani.
Il dottor Hussam Abu Safiya è un pediatra e il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, una delle poche strutture sanitarie rimaste operative nel nord della Striscia di Gaza durante i mesi più duri della guerra. Mentre gran parte degli ospedali veniva distrutta o costretta a sospendere le attività per la mancanza di elettricità, carburante, medicinali e personale, Abu Safiya ha continuato a lavorare insieme ai suoi collaboratori, prestando assistenza ai feriti, ai bambini e ai civili rimasti intrappolati nell’area.
Le immagini del medico che continuava a svolgere il proprio lavoro sotto i bombardamenti hanno fatto il giro del mondo. È diventato così uno dei volti più conosciuti dell’emergenza sanitaria di Gaza: un medico rimasto al proprio posto mentre intorno a lui il sistema sanitario veniva progressivamente travolto dalla guerra.
Il 27 dicembre 2024, durante un’operazione militare israeliana che ha coinvolto l’ospedale Kamal Adwan, Hussam Abu Safiya è stato arrestato dalle forze israeliane. Da allora è detenuto in Israele. La sua detenzione e le condizioni in cui si trova hanno suscitato interrogativi sempre più pressanti sul rispetto delle garanzie previste dal diritto internazionale.

Negli ultimi mesi la preoccupazione è cresciuta ulteriormente a causa delle notizie sulle sue condizioni di salute. Il suo avvocato e organizzazioni come Physicians for Human Rights Israel hanno denunciato condizioni di detenzione estremamente dure, parlando di isolamento prolungato, perdita di peso, difficoltà nell’accesso alle cure mediche e maltrattamenti. Le autorità israeliane hanno respinto le accuse sul trattamento dei detenuti, sostenendo di agire nel rispetto della normativa vigente e per ragioni di sicurezza.
La vicenda è arrivata anche all’attenzione delle Nazioni Unite. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui Territori palestinesi occupati ha chiesto il rilascio immediato del medico e del personale sanitario detenuto arbitrariamente, ricordando la particolare protezione che il diritto internazionale umanitario riconosce ai sanitari impegnati nelle aree di conflitto. Anche l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso preoccupazione, chiedendo che siano garantite l’incolumità di Abu Safiya, le cure necessarie e il rispetto delle garanzie fondamentali.
Ma la vicenda del direttore del Kamal Adwan è soltanto una parte di una questione molto più grande. Migliaia di palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane. Tra loro ci sono uomini e donne, minori, giornalisti, operatori sanitari, attivisti e figure politiche. Una parte dei detenuti si trova in regime di detenzione amministrativa, uno strumento che permette di privare una persona della libertà senza un processo ordinario e sulla base di elementi che possono rimanere segreti. Israele sostiene che questo strumento sia necessario per ragioni di sicurezza e per contrastare il terrorismo. Numerose organizzazioni per i diritti umani ne denunciano invece da anni l’uso esteso e le conseguenze sulle garanzie fondamentali delle persone detenute.
È anche su questo che si concentra la mobilitazione che sta crescendo in numerosi Paesi. Associazioni umanitarie, organizzazioni sindacali, reti di medici e operatori sanitari, movimenti e realtà della solidarietà internazionale chiedono la liberazione di Hussam Abu Safiya, la protezione del personale sanitario e il rispetto dei diritti dei prigionieri palestinesi.
Il nome di Hussam Abu Safiya, però, rappresenta ormai qualcosa che va oltre la vicenda personale di un singolo medico. È diventato il simbolo della difesa del diritto alla cura anche durante la guerra, della protezione degli ospedali e di chi vi lavora, ma anche di una domanda che la comunità internazionale non può continuare a eludere: che valore hanno le norme del diritto internazionale se non vengono applicate proprio quando servono a proteggere chi è più esposto?
Le manifestazioni organizzate in diverse città vogliono impedire che questa storia venga inghiottita dal susseguirsi quotidiano delle notizie provenienti dalla Palestina. Perché il rischio, di fronte alla quantità di immagini di morte e distruzione, è che persino l’orrore diventi abitudine. Che un ospedale distrutto diventi soltanto una notizia in più, che un medico arrestato venga dimenticato, che migliaia di detenuti si trasformino semplicemente in un numero.
Il presidio che si è svolto davanti a Montecitorio ha voluto rompere proprio questo silenzio. Riportare nel cuore politico e istituzionale del Paese il nome di Hussam Abu Safiya e, insieme al suo, quello di tutti coloro che restano dietro le sbarre. La richiesta della sua liberazione si intreccia così con una battaglia più ampia per i diritti dei prigionieri palestinesi e per il rispetto di principi che non possono valere soltanto quando è conveniente applicarli.
La liberazione di Hussam Abu Safiya e la difesa dei diritti dei detenuti palestinesi non riguardano soltanto il conflitto israelo-palestinese. Riguardano la credibilità stessa del diritto internazionale e la capacità della comunità internazionale di far rispettare le norme che dovrebbero proteggere la dignità umana, il personale sanitario e le persone private della libertà.
Per questo la mobilitazione continua. E per questo il nome di Hussam Abu Safiya non deve essere dimenticato.


