È la somma di barriere tariffarie e non tariffarie e Iva. I calcoli di Blooomberg economics e le ipotesi in attesa della conferenza stampa di Trump, il 2 aprile
Dazi sì, ma a che livello? Su cosa? E a danno di chi? I dettagli saranno svelati da Donald Trump mercoledì, nella prima conferenza stampa nel Rose Garden da quando si è nuovamente insediato alla Casa Bianca. L’unica certezza è che il presidente l’ha battezzato Giorno della liberazione da quelle che la sua amministrazione giudica “trattamenti scorretti” nei confronti degli Usa da parte dei partner commerciali. Pratiche da cui deriverebbe un indebito “eccesso” di valore delle importazioni rispetto alle esportazioni che Trump vuol ridurre a colpi di dazi, appunto. Anche se il disavanzo in realtà è limitato ai beni, perché per i servizi vale il contrario, e causato dalla forza del dollaro. Le ultime settimane sono state uno stillicidio di annunci contraddittori che ha spaventato investitori e consumatori. Se sarà rispettata l’idea iniziale, ovvero tariffe reciproche personalizzate pari alla somma di dazi e altre restrizioni adottate da ogni Paese, l‘Italia rischia di essere in assoluto il Paese più danneggiato.
Il calcolo l’ha fatto Bloomberg, che (vedi tabella sotto) ha sommato le barriere tariffarie e non tariffarie e l’Iva – ritenuta dalla Casa Bianca “peggio di un dazio” – in vigore nei “dirty 15” citati nei giorni scorsi dal segretario al Tesoro Scott Bessent: il gruppo di 15 Stati da cui arriva la maggior parte dell’import negli Usa e che vantano quindi i maggiori avanzi della bilancia commerciale nei confronti di Washington. Risultato: la mazzata in arrivo sotto forma di dazi sui beni esportati raggiungerebbe per l’Italia quota 60%, considerando un 3% di differenza tra le tariffe attualmente applicate e quelle subìte, l’Iva al 22% e misure non tariffarie equivalenti al 35%. Un colpo mortale per vini, farmaceutica, macchinari industriali. Seguono l’Irlanda, con un dazio reciproco potenziale del 58%, e la Cina, al 54%. La lista comprende soprattutto Paesi asiatici: tra i big europei oltre a Roma c’è solo Berlino, con il 38%. Come il vicino di casa Canada, che Trump continua a provocare sostenendo che dovrebbe diventare il 51esimo Stato Usa e sarà pesantemente danneggiato anche dal dazio del 25% su tutte le auto importate ufficializzato la scorsa settimana.
Una mossa del genere su tutte le merci in ingresso farebbe impallidire lo Smoot-Hawley Tariff Act varato nel 1930 da Herbert Hoover, che scatenò una feroce guerra commerciale aggravando la Grande Depressione. E anche in questo caso l’esito temuto è una nuova fiammata dell’inflazione a danno dei consumatori (ed elettori) e una parallela recessione. La Fed ha già alzato le previsioni sull’andamento dei prezzi e abbassato quelle sulla crescita del pil. Ora Bloomberg Economics stima, nel caso di un “approccio massimalista” da parte di Trump seguito da ritorsioni dei Paesi colpiti, un possibile crollo del pil Usa del 4% e un aumento dei prezzi del 2,5% su un orizzonte di due-tre anni. L’impatto sarebbe poco più contenuto di quello della crisi finanziaria globale iniziata nel 2007. Come è noto la Casa Bianca spera, al contrario, che prevalgano gli effetti positivi sotto forma di entrate con cui rifinanziare i tagli fiscali – fino a 700 miliardi di dollari l’anno nel prossimo decennio, sostiene il Senior Counselor per il commercio Peter Navarro senza spiegare i propri calcoli – e maggiori investimenti produttivi in territorio statunitense come quelli già annunciati da alcune grandi aziende straniere.
Il risultato finale dipenderà in larga parte anche dalla risposta dei partner. Martedì la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ribadito l’apertura al negoziato aggiungendo però che Bruxelles è pronta a “risposte forti” se sarà necessario. Il leader del suo partito (Ppe), Manfred Weber, parlando all’Eurocamera ha avvertito che “se Trump si concentra sui beni europei, noi dovremmo concentrarci di più sui servizi americani“, lasciando intendere che sul tavolo c’è l’opzione di attivare lo strumento anti-coercizione, arma che consentirebbe di imporre restrizioni alla partecipazione di aziende del Paese terzo agli appalti pubblici, ritirare licenze di importazione, limitare lo sfruttamento dei diritti di proprietà intellettuale. Per farlo occorre la maggioranza qualificata dei Ventisette. I più esposti dei quali, a partire dall’Italia, hanno però tutto l’interesse a cercare un accordo con l’amministrazione Usa. Non pare un caso se, stando a un sondaggio condotto da YouGov in sette Paesi europei, proprio l’Italia è quello che registra la minor percentuale di popolazione favorevole a ritorsioni.
Al momento, comunque, i riflettori sono tutti su Washington, perché il punto di caduta delle minacce di Trump fino a domani sera resterà fumoso. Lunedì la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha spiegato che i consiglieri gli hanno presentato diverse proposte ma sarà lui a prendere la decisione finale. Il Wall Street Journal aveva riferito di una possibile tariffa generalizzata del 20%, come da suggerimento del nuovo numero uno del Council of Economic Advisors Stephen Miran, che auspica anche un “accordo di Mar-a-Lago” (dal nome della residenza di Palm Beach che è il buen retiro del tycoon) con le altre grandi economie per deprezzare il dollaro a vantaggio della competitività delle merci statunitensi. Sarebbe un’alternativa a quelle personalizzate che sembrano però in cima alle preferenze del presidente. Trump, ha spiegato Leavitt, ritiene che “sia il momento della reciprocità”.
01/04/2025
da Il Fatto Quotidiano