31/08/2026
da Remocontro
Il poeta latino Lucrezio, nel primo secolo a.C., scrisse un poema intitolato “De rerum natura”. Fu i tra i primi ad interrogarsi sulle cause dei fenomeni naturali senza attribuirli semplicemente al capriccio divino. L’umanista fiorentino Poggio Bracciolini, nella prima metà del Quattrocento, ritrovò il manoscritto di Lucrezio quindici secoli dopo nella biblioteca di un monastero. A due millenni dal poema il nostro atteggiamento contemporaneo è tuttavia simile: di fronte allo sgomento davanti a fenomeni naturali devastanti ci interroghiamo sulle cause, anche se non sempre le risposte sono facili, soprattutto quando le catastrofi sono collegate all’azione degli uomini.
Catastrofi naturali? Non sempre …
La montagna per secoli è stata considerata un mondo sconosciuto e spaventoso, a volte perfino popolata da mostri. Solo ai tempi dell’Illuminismo si cominciò ad esplorarla, a studiarla geologicamente ed elaborarne la cartografia. Rimase però a lungo un senso di angoscia per un mondo sconosciuto, anche se direttamente confinante con le pianure abitate, di cui si sapeva poco o nulla. Eppure cronache locali o piccole storie narrarano per secoli di frane rovinose, di valanghe o alluvioni che spesso cancellarono interi paesi con le loro popolazioni. A complicare le cose il linguaggio: ‘labinia’ era utilizzato sia per le grandi valanghe che per le frane e con questa espressione fu chiamata la grande frana di massi nei pressi di Rovereto precipitata dal monte Baldo alla metà dell’XI secolo. Alluvioni in montagna dal Medioevo al XVIII secolo sono meno note, ma sappiamo che nell’arco di pochi anni a metà del XIV secolo soprattutto l’Europa centrale fu devastata da alluvioni ed esondazioni. L’attuale ponte di Carlo a Praga fu infatti costruito dopo che una piena travolgente in quegli anni aveva distrutto il primo ponte. Qualche volta tuttavia alluvione e frana si verificarono l’uno dopo l’altro: ad esempio nel 1700, dopo quaranta ore di pioggia ininterrotta, franò l’intero borgo di Maioletto, oggi in provincia di Rimini.
I disastri ‘glaciali’
Per il XX secolo l’elenco di grandi alluvioni in montagna provocate dal brusco mutamento dei ghiacciai in alta quota è sempicemente impressionante. Nel 1941, sulle Ande nel nord del Perù, la tracimazione di un lago glaciale sulla Cordillera Blanca provocò un’alluvione che si abbattè sulla città di Huaraz causando la distruzione di un terzo dell’abitato e un numero di vittime stimato intorno a cinquemila, probabilmente sino ad oggi la maggior catastrofe avvenuta in montagna e originata da un bacino glaciale. Altri due eventi si verificarono sempre in Perù rispettivamente a Ranrahirca nel 1962 e a Yungau nel 1970. Nel primo caso un gigantesco blocco di ghiaccio si abbattè su un costone sottostante provocando una frana di dieci milioni di metri cubi di roccia, neve e ghiaccio che travolse il villaggio di Ranrahirca seppellendolo sotto dodici metri di detriti; la seconda catastrofe fu originata da un terremoto che scosse le pendici del monte Huascaràn provocò il crollo di una parete rocciosa, l’inondazione e una colata di materiali sulla cittadina di Yungai e per la seconda volta sul villaggio di Ranrahirca. Nel 1981, ai confini tra Tibet e Nepal, si verificò un disatro assai simile nella dinamica a quello attuale: una massa di ghiaccio sospesa – pensile, in linguaggio geologico – precipitò in un lago glaciale provocando la fuoriuscita dell’acqua dall’alveo e il superamento della barriera morenica.
L’intervento dell’uomo
I casi precedenti si svolsero quasi tutti in ambienti poco o per nulla ‘antropizzati’, popolati cioè dall’uomo e da insediamenti industriali, mentre in alcuni casi minori – che conosciamo bene e ricordiamo perché avvennero in Italia – tra le concause ci fu l’intervento umano legato alla costruzione di dighe o sbarramenti. Nel dicembre 1923, dopo piogge torrenziali che avevano riempito l’invaso, la diga del Gleno (nelle Alpi Orobie) crollò facendo precipitare verso il lago d’Iseo sei milioni di metri cubi di acqua, fango e detriti. Quarant’anni dopo, nell’ottobre 1963, una frana staccatasi dal monte Toc precipitò nell’invaso della diga del Vajont che sovrastava il paese di Longarone in provincia di Belluno: la diga non crollò e rimase integra, ma Longarone fu spazzata via, il bilanco delle vittime fu molto pesante e tuttora la catastrofe del Vajont resta uno degli eventi più drammatici della storia del paese. Ultima in ordine di tempo la vicenda della diga di Stava, 19 luglio 1995, che non era uno sbarramento destinato a produrre energia elettrica, ma un argine destinato al contenimento di una grande vasca di decantazione, ossia un trattamento per eliminare residui di fluorite dagli scarti di lavorazione. La tragedia di Stava, al contrario di quelle del Gleno e del Vajont, ebbe tuttavia un seguito giudiziario con pesanti condanne.
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