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Deficit al 3,1% e tasse record: il governo finisce in trappola

Deficit al 3,1% e tasse record: il governo finisce in trappola

Economia

23/09/2026

da Il Manifesto

Roberto Ciccarelli

Sforo italico L’Istat nega il rientro anticipato dalla procedura di infrazione: Italia nel mirino dell’Ue

L’Istat ha messo la parola fine al valzer del decimale al quale il governo Meloni ha agganciato il destino della prossima legge di bilancio, l’ultima dell’attuale legislatura. Al ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti è rimasto solo il «rammarico» per un deficit inchiodato al 3,1% nel rapporto con il Pil e la certezza che dovrà compitare una manovra da ragioniere, non una «espansiva» per inaffiare un’economia stagnante con l’aumento del taglio del cuneo fiscale fino ai 60 mila euro di reddito Isee o con la più volte smentita velleità della Lega di riportare l’età pensionabile a 64 anni. L’unica certezza è che le tasse aumentano: questa è l’altra notizia data ieri dall’Istat. Nei quattro anni di Meloni la pressione fiscale ha sfondato un nuovo record: il 42,9%. Tutto il contrario di quanto ha inteso fare credere Meloni fino ad oggi.

L’INCONSISTENZA economica dell’esecutivo può essere riassunta con queste cifre. Per scendere sotto la soglia del 3%, e centrare l’obiettivo del 2.9%, stabilito dai parametri del patto di stabilità sarebbe servito un recupero di circa 2 miliardi di euro. Tuttavia il disavanzo 2025 è salito di ulteriori 355 milioni, attestando l’indebitamento netto a 69.381 miliardi di euro. Si crede che questo sia l’effetto del più che problematico «superbonus» voluto dal governo Conte 2, ma non c’è dubbio che il rovescio subito ieri dall’esecutivo attuale sia anche il fallimento della convinzione di Meloni e Giorgetti di potere uscire in maniera anticipata dalla procedura europea per disavanzo eccessivo.

UNA SPERANZA che ha spinto a impartire dosi di austerità da cavallo, come i sette anni di contenimento della spesa pubblica che hanno messo ulteriormente in ginocchio la sanità, per esempio.

QUESTO È L’ESITO del nuovo patto di stabilità firmato da Meloni nel 2023 che la destra si è auto-inflitta, per di più in un nuovo momento di crisi generato dalla guerra di Trump contro l’Iran. I suoi effetti si faranno sentire nei prossimi mesi: aumento dell’inflazione, caro-energia, erosione dei salari, difficoltà a coprire economicamente iniziative estemporanee come la fine del bollo su auto e moto. Stretto in un rigore di bilancio che paralizza, il governo lascia un paese in stagnazione e con una politica economica incapace di fare quadrare i conti. Lo ha ribadito ieri la Commissione europea secondo la quale il vincolo contabile imporrà all’Italia di ridurre il deficit di almeno lo 0,5% del Pil all’anno. Dunque, altra austerità.

LO SMACCO incassato ieri l’esecutivo riguarda anche i 36 miliardi di euro concessi dalla Commissione Europea per la transizione energetica e per il riarmo. Dovrebbero essere spesi nel triennio 2026-2028: 22 miliardi (lo 0,9% del Pil) per la guerra e 14 miliardi (lo 0,6%) per la sicurezza energetica. Con il rinvio dell’uscita dalla procedura di infrazione non sarà così facile usare subito questi fondi.

IL PASTICCIO è stato chiarito dal commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis: un paese «virtuoso» con deficit sotto il 3% può usare i fondi al di là dei limiti imposti dal patto di stabilità. L’Italia, invece, è un paese «peccatore». Nel suo caso le spese militari saranno conteggiate nel disavanzo totale fino a quando non sarà uscita dalla procedura d’infrazione. Ciò impedirà a Meloni di usare integralmente il plafond dei 36 miliardi prenotati. Ogni euro speso in più farebbe schizzare il deficit ben oltre il limite consentito, mandando in frantumi il percorso di rientro concordato con l’Ue.

IL FALLIMENTO del governo fa decadere le fantasie contabili girate nelle ultime settimane secondo le quali sarebbe stato possibile «stornare» sul capitolo della flessibilità europeo alcune spese già previste in bilancio per liberare risorse fresche da destinare alla manovra. Un meccanismo analogo a quanto avvenuto con la rimodulazione del Pnrr.

UN MARGINE è tuttavia ancora praticabile, ma è solo un rinvio tattico. Uno dei portavoce della Commissione Ue ieri ha ricordato che l’uso parziale dei fondi per le armi e l’energia non precluderà l’uscita dalla procedura nella primavera del 2027. Ma tale rinvio è un’altra cambiale firmata da Meloni che si trova stretta in una tenaglia: da un lato, il rigore di Bruxelles; dall’altro lato, gli ordini a riarmarsi che arrivano da Bruxelles e da Washington. In mezzo, la foglia di fico elettorale dei fondi per la transizione energetica usati per dare una spruzzata di verde al riarmo.

IL PROBLEMA resta la crescita. Secondo l’Istat il Pil nel 2025 è aumentato dello 0,6%, un decimo di punto in più rispetto alla precedente stima. Il rialzo però non è bastato a riportare il deficit sotto la soglia del 3%. Senza benzina nel motore è chiaro che l’utilitaria sgangherata guidata da Meloni e Giorgetti non cammina. Questa elementare legge di un’economia capitalistica dovrebbe essere nota ad alcuni ministri (quello del «made in Italy» Urso) e ai diversi esponenti della maggioranza che ieri hanno cercato di mettere la polvere sotto il tappeto. Sta di fatto che, oltre a essere povera e oppressa da un carico fiscale enorme, questa crescita è una delle più basse d’Europa. È una tendenza strutturale pluriennale da cui non sarà facile uscire se, e quando, cambieranno le comparse al governo.

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