12/02/2026
da Remocontro
E’ l’ipocrisia a guidare le trattative diplomatiche in Medio Oriente, denuncia Eric Salerno. «Due pesi e due misure. La parola più giusta è ipocrisia. Le parole della famosa canzone della nostra Mina sembrano le più adatte a definire lo ‘sforzo’ internazionale per mettere fine alla carneficina di Gaza».

L’impossibile ‘compromesso onesto’
C’è chi sostiene che ambiguità e cautela siano indispensabili nelle fasi iniziali di una trattativa diplomatica per arrivare a un compromesso onesto. Purtroppo osservando la cosiddetta ‘crisi mediorientale’, lo scontro crescente (a parole) con Israele sul futuro del popolo palestinese, è impossibile definire il comportamento del mondo uno strumento diplomatico di lotta per arrivare a una soluzione equa e in linea con i valori del nostro mondo di oggi. Per quanto la guerra cha va avanti da quattro anni in Europea, tra Russia e Ucraina, le ambiguità della comunità internazionale hanno un volto diverso, forse più comprensibile visto che c’è chi è, fin dall’inizio convinto che la Russia in qualche modo ha ragione ed è l’indipendentismo Ucraino a essere colpevole della tragedia.
Storia europea e Palestina
La Storia europea può essere interpretata in molti modi, i diritti alla scelta di un popolo anche. Per la questione palestinese le cose stanno diversamente. Senza tornare indietro alla Risoluzione 181 del 1947 che sancisce la spartizione della Palestina, ricordiamo quella del 1967 che la comunità internazionale, con una Risoluzione delle Nazioni Unite, “impose” la fine dell’occupazione israeliana dei territori occupati da Israele nella guerra del giugno 1967 e il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese. Fu sul prato della Casa Bianca che il presidente Clinton sorrise nel settembre 1993 vedere Arafat, Peres e Rabin stringere le mani a conclusione di un lungo dialogo a distanza.
Gli accordi sistematicamente stracciati
La storia degli ultimi trenta anni è il fallimento degli accordi sottoscritti dal leader palestinese (che aveva riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele) e dai leader israeliani dell’epoca: colpa di Israele? Colpa della leadership palestinese? Credo che sarebbe meglio ammettere che è colpa, in gran parte, delle ambiguità di molti Paesi del mondo, in primo piano l’Europa e la complessa galassia dei Paesi arabi.
L’orrore imperdonabile di Gaza
Contro quello che sta accadendo da due anni in Gaza si sono sollevate proteste e condanne dagli stessi governi che non avevano voluto imporre con azioni pratiche la famosa Risoluzione dell’ONU di oltre mezzo secolo fa. E che non prendono nemmeno in considerazione un’iniziativa come il boicottaggio del Sudafrica bianco che portò dopo non molti anni alla fine dell’apartheid. Al contrario: vediamo aumentare il commercio di sistemi militari tra Israele e il mondo. Uno degli ultimi accordi molto apprezzato è stato pubblicizzato dal produttore di armi di proprietà del governo israeliano.
Israele produttore di armi
Recentemente la Rafael Advanced Defense Systems ha dichiarato che venderà i sistemi di protezione attiva Trophy (Meil Ruach, o Windbreaker in ebraico) per carri armati del valore di 330 milioni di euro, o circa 385 milioni di dollari, a quattro Paesi della NATO: Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Croazia e Lituania. Negli ultimi tre anni, Trophy è stato il principale sistema di protezione per i carri armati israeliani che operano a Gaza e in Libano. Armi testate in guerra valgono sempre di più anche se l’arsenale dell’avversario, in questi casi, è sicuramente meno ricco di strumenti di devastazione e morte.
Usa, Germania e Italia gli esportatori
Sono numerosi le organizzazioni internazionali che raccontano come Israele dipende principalmente da tre Paesi per le sue importazioni di armi: Stati Uniti, Germania e Italia. Il nostro rappresenta appena l’1% delle importazioni di armi da Tel Aviv, ma rimane il terzo fornitore di armi di Israele. Tutto ciò è in contrasto con la legge italiana n. 185 del 9 luglio 1990, che vieta il trasferimento di armi a entità coinvolte in un conflitto armato. Il governo italiano di tanto in tanto critica il comportamento di quello israeliano e parla a sostegno dei diritti del popolo palestinese, ma nell’ultimo trimestre del 2023 sono state spedite in Israele armi fabbricate in Italia per un valore di 2,1 milioni di euro. E nel 2024 l’Italia ha fornito ad Israele armi per un valore di 5,2 milioni di euro.
Ritorno di vecchio colonialismo
Si potrebbe intitolare “il modello italiano torna di moda” o più romanticamente “nuovi vecchi campi sulla sabbia”. Le vicende di Gaza sono scivolate via dalle prime pagine della maggioranza dei giornali; quelle della Cisgiordania, dove Israele continua a uccidere e distruggere, troppo spesso non vengono nemmeno prese in considerazione. Eppure varrebbe pena non ignorare il piano del presidente americano per il futuro di Gaza e della sua popolazione che appare sempre di più come, a dir poco, confuso se non criminale.

Casa Bianca-Netanyahu
Le strutture progettate dalla Casa Bianca e dal governo Netanyahu in Israele, descritte e condannate da varie organizzazioni internazionali, riportano alla memoria quelle organizzati alla perfezione dagli uomini di Benito Mussolini in Libia. Quasi tutti gli studiosi concordano nell’attribuire all’Italia quello che sarebbe stato il modello per i campi di concentramento di mezzo mondo, a partire da quelli nazisti. Dal 1997 Euro-Med Rights riunisce 68 organizzazioni provenienti da 30 paesi per promuovere e difendere i diritti umani e la democrazia nella regione euro-mediterranea. Recentemente ha affermato che il progetto delineato nel nuovo piano statunitense “rispecchia il modello storico dei ghetti, in cui i regimi coloniali e razzisti confinavano gruppi specifici in aree sigillate circondate da mura e posti di guardia, con movimenti e risorse controllati esternamente, come si è visto in Europa durante la seconda guerra mondiale e in altri contesti coloniali”.
USA-Israele per Gaza e i lager italiani in Libia
Fu il generale Graziani, nei primi anni 30 dello scorso secolo a creare il modello giudicato perfetto. Nel 1979, dopo mesi di ricerca d’archivio in Italia e un lungo viaggio in Libia, pubblicai ‘Genocidio in Libia’. Documenti riservati, testimonianze dei sopravissuti e immagini fotografiche dell’epoca. Lo scontro tra le forze coloniali italiane e i ‘ribelli’, ossia i libici che non volevano sottostare al regime era arrivato a livelli intollerabili per Mussolini e Graziani decise di attuare un provvedimento più drastico: la creazione dei campi di concentramento. «Con essi – raccontai – sperava di poter raggiungere due scopi. I lager, enormi recinti di filo spinato, permettevano di sottrarre ai ribelli armati il tradizionale supporto delle popolazioni – e questo era lo scopo principale, immediato – e nel contempo liberavano terre fertili per i coloni che sarebbero venuti dall’Italia. A questo si potrebbe aggiungere un terzo punto: attraverso l’istruzione scolastica e militare degli orfani o dei ragazzi separati dai loro genitori e sistemati in campi speciali si andavano formando quei quadri intermedi necessari per garantire più in là una ‘sana’ gestione coloniale della Libia».
Le ‘isole’ di container
Guardiamo da vicino i piani americani e israeliani per la striscia di Gaza dove i militari di Tel Aviv continuano a bombardare e appiattire le case ancora in piedi. Prevedono la creazione di ‘città’ di container prefabbricati (roulotte), ciascuna delle quali ospiterà circa 25.000 persone in un’area di non più di un chilometro quadrato, delimitata da muri e posti di blocco.
Zone verde e zona rossa
A novembre, diverse testate giornalistiche hanno riportato il piano dell’amministrazione Trump di dividere Gaza in due: una cosiddetta ‘zona verde’ controllata da Israele e una ‘zona rossa’ controllata dal gruppo militante Hamas. Gli Stati Uniti costruirebbero quelle che hanno definito “Comunità Alternative Sicure” per i palestinesi nella parte di Gaza controllata da Israele, che rappresenta, va ricordato, oltre la metà del territorio soggetto all’attuale accordo di “cessate il fuoco”.
Semaforo disumano
- Il New York Times ha descritto queste comunità come “complessi” di 20.000-25.000 persone, da cui, secondo quanto riferito, non verrebbero autorizzati ad andarsene. Detto in poche parole Usa e Israele vorrebbero allestire quello veri “campi di concentramento”, dove i palestinesi sarebbero costretti a vivere in condizioni squallide senza libertà di movimento.

