05/01/2025
da La Notizia
Dopo la cattura di Maduro, Trump parla di controllo Usa sul Venezuela, rilancio del petrolio e minacce a Colombia, Groenlandia e Iran.
Donald Trump alza il tiro sul Venezuela e, dopo il blitz che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro, rivendica senza mezzi termini il controllo diretto del Paese sudamericano. Parole durissime, pronunciate davanti ai giornalisti e poi ribadite in successive interviste, che segnano un nuovo punto di rottura negli equilibri internazionali e aprono una fase di profonda incertezza politica e geopolitica nella regione.
“Il Venezuela in questo momento è un Paese morto. Dobbiamo farlo rinascere”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, presentando l’operazione militare come l’inizio di una ricostruzione guidata da Washington. Secondo Trump, dopo la cattura di Maduro non avrebbe più senso interrogarsi su chi detenga il potere: “Non chiedetemi chi è al comando, perché vi darò una risposta molto controversa: siamo noi al comando”.
Trump si tiene stretto il Venezuela
Nelle intenzioni della Casa Bianca, le elezioni non rappresentano una priorità immediata. Trump ha spiegato che prima del voto sarà necessario ristabilire legge e ordine e avviare una fase di gestione diretta del Paese. “Lo guideremo e lo sistemeremo. Avremo elezioni al momento giusto. La cosa principale da sistemare è il Paese, che è distrutto. Non c’è denaro”, ha detto, insistendo sulle condizioni economiche drammatiche del Venezuela.
In un’intervista al New York Post, il presidente ha chiarito ulteriormente la sua visione: gli Stati Uniti dovrebbero governare il Venezuela anche per valorizzarne le risorse, a partire dal petrolio. “Dovremmo governarlo in modo da poter sfruttare l’economia di ciò che hanno, che è petrolio di grande valore e altre risorse preziose”, ha affermato. Trump ha descritto il Paese come “letteralmente diventato un Paese del Terzo mondo sull’orlo del fallimento” e ha sostenuto che, allo stato attuale, nessuna figura dell’opposizione sarebbe in grado di vincere elezioni credibili senza una lunga fase preliminare di stabilizzazione.
In questo quadro si inserisce anche l’annuncio del possibile ritorno delle compagnie petrolifere statunitensi. Secondo Trump, i grandi gruppi energetici americani sarebbero pronti a investire nella ricostruzione delle infrastrutture venezuelane. “Grandi investimenti delle compagnie petrolifere arriveranno in Venezuela per ripristinare le infrastrutture. Le compagnie petrolifere sono pronte ad andare. E ci andranno”, ha assicurato.
Il tycoon rilancia le sue ambizioni sulla Colombia e sulla Groenlandia
Il caso Venezuela, però, non è isolato. Nelle stesse ore, Trump ha rilanciato minacce dirette anche contro altri Paesi. Nel mirino è finita la Colombia, con accuse pesantissime al presidente Gustavo Petro. Trump lo ha definito “un uomo malato” coinvolto nella produzione di cocaina e non ha escluso un’operazione militare simile a quella condotta a Caracas. “Anche la Colombia è molto malata… l’ipotesi di una operazione militare suona molto bene”, ha dichiarato. Petro ha respinto le accuse, definendole una calunnia e ricordando di non essere mai stato coinvolto in procedimenti legati al narcotraffico.
Toni altrettanto assertivi sono stati usati sulla Groenlandia. Trump ha ribadito che gli Stati Uniti “hanno bisogno” dell’isola per ragioni di sicurezza nazionale, sostenendo che anche l’Unione europea trarrebbe beneficio da un controllo americano. Il presidente ha richiamato la presenza di navi cinesi e russe nell’area, tornando a definire la Groenlandia strategica per la difesa del cosiddetto mondo libero, nonostante resti parte del Regno di Danimarca.
Trema il regime degli ayatollah
Infine, lo sguardo di Washington resta puntato anche sull’Iran. Trump ha avvertito che gli Stati Uniti stanno seguendo “molto da vicino” le proteste in corso e che una nuova repressione violenta potrebbe provocare una risposta diretta. “Se iniziano a uccidere persone come in passato, credo che gli Stati uniti colpiranno duramente”, ha affermato.
Dalle Americhe al Medio Oriente, passando per l’Artico, le dichiarazioni del presidente statunitense delineano una strategia muscolare che ridefinisce il ruolo globale degli Stati Uniti, tornato a un’imperialismo vecchio stampo, e moltiplica i fronti di tensione, con effetti ancora difficili da prevedere.

