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Dopo l’Iran Trump sarà un ‘Presidente dimezzato’

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Politica estera

30/03/2026

da Remocontro

Piero Orteca

Agli errori USA nel Golfo Persico se ne potrebbero aggiungere altri, ancora più catastrofici. Con la benzina a quattro dollari al gallone e i Democratici avanti nei sondaggi di ben sei punti, Trump ha praticamente già perso le elezioni di Medio Termine. Ma la cosa peggiore, adesso, è che il Presidente Usa non sa come uscirne. Potrebbe prendere decisioni fatali, come quella di invadere l’Iran via terra.

Un suicidio politico

Andare appresso ai piagnistei di Netanyahu, che da anni caldeggiava una guerra totale contro gli ayatollah, per Donald Trump è stato un boomerang politico, i cui effetti devastanti devono ancora essere tutti contabilizzati. E non parliamo solo della rottura di equilibri internazionali, faticosamente costruiti dopo decenni di paziente lavorio diplomatico, ma anche e soprattutto dei rapporti di forza dentro il Parlamento federale degli Stati Uniti. Perdendo, come ormai sembra certo, le elezioni di Medio Termine, infatti, Trump consegnerà su un vassoio d’argento il Congresso ai Democratici. E lui, come si dice nello slang americano, diventerà una ‘lame-duck’, un’anatra zoppa, perché non potrà più esercitare gli ampi poteri che aveva, venendogli a mancare il sostegno di Camera e Senato. Soprattutto per quanto riguarda le leggi di spesa. E questo Presidente, che ama i progetti faraonici e adora le cose fatte ‘in grande’, sarà costretto a girare col cappello in mano, a Capitol Hill, per elemosinare i fondi necessari per tirare avanti. Lo dicono i sondaggi, della media ponderata di RealClearPolitics, che dipingono per i Repubblicani una situazione sempre più precaria. Ma, soprattutto, per chi sa leggere un paio di indicatori economici elementari, il quadro ‘macro’, che accompagna questa avventura bellica degli Stati Uniti nel Golfo Persico, appare preoccupante. Gli Usa hanno tendenzialmente l’inflazione più alta di tutti i Paesi industrializzati (le previsioni la danno per la fine dell’anno abbondantemente sopra il 3%), una bilancia dei conti correnti in profondo rosso e, soprattutto, un deficit di bilancio su Pil del 6,5%, a livelli sudamericani. A Trump piace giocare ai soldatini, ma il passatempo costa. Ora (pare) che stia cercando una ‘trasfusione’ aggiuntiva di ben 200 miliardi di dollari (cioè il 20% di tutto il bilancio della Difesa) per fare la guerra agli ayatollah. E per fare un piacere al suo grande amico, ‘Bibi’ Netanyahu.

Strategia dello zigzag

Se sottovaluti il nemico, che addirittura riesce a contrattaccare e a metterti in difficoltà, allora entri in agitazione. E rischi di fare delle mosse affrettate, che anziché migliorare la situazione, la peggiorano. Insomma, diciamocela tutta: nel caso dell’attacco all’Iran, c’è la netta sensazione che gli ‘strateghi’ (si fa per dire) della Casa Bianca si stiano muovendo a casaccio. O, meglio, senza un preciso piano logico, secondo uno schema che gli studiosi del comportamento chiamano ‘per prova ed errori’. Forse le informazioni che avevano non erano esatte. Oppure, davano delle indicazioni di massima e loro le hanno ignorate. Fatto sta che l’Iran si è dimostrato un osso molto più duro di quello che il Pentagono e le Forze di difesa israeliane si aspettavano. Da qui un continuo rimodellamento tattico, per adeguare il confronto alla reazione dell’avversario. E anche il gioco su due tavoli, campo di battaglia e diplomazia, è figlio di questa ambivalenza, che porta probabilmente la sfera politica americana ad avere una percezione diversa del problema, rispetto alla componente militare.

Il paradosso di Hormuz

«Domenica – scrive il New York Times – il Presidente Trump ha dichiarato che l’Iran ha acconsentito al transito di altre 20 navi cisterna attraverso lo Stretto di Hormuz, una rotta marittima cruciale per il petrolio e il gas, interpretando la decisione di Teheran come un segnale dell’avvio di negoziati per porre fine alla guerra. Ore dopo, due navi mercantili di proprietà cinese che venerdì avevano rinunciato al tentativo di attraversare lo Stretto sono riuscite a passare attraverso il canale, secondo la piattaforma di tracciamento navale MarineTraffic. Questi attraversamenti hanno fornito una prima indicazione del fatto che l’Iran potrebbe allentare la sua morsa sullo Stretto di Hormuz, che ha fatto impennare il prezzo del petrolio e del gas di oltre il 50% da quando Stati Uniti e Israele hanno iniziato ad attaccare l’Iran un mese fa. Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One – aggiunge il Times – il signor Trump ha affermato che l’Iran ha accettato di consentire il passaggio delle navi a partire da lunedì come ‘segno di rispetto’ nei confronti degli Stati Uniti. Non era chiaro a chi appartenessero le 20 navi cargo, né dove fossero dirette. Cina e India sono tra i maggiori acquirenti di petrolio greggio iraniano. La scorsa settimana l’Iran ha permesso il passaggio di circa 10 navi attraverso lo Stretto, un passo che il signor Trump ha presentato come un progresso». Beh, siamo senz’altro di fronte a un’evoluzione paradossale della crisi, in cui chi attacca (e si ritiene più forte) chiede il permesso a chi si difende (e viene considerato più debole) di poter far transitare un certo numero di navi attraverso il collo di bottiglia di Hormuz. È il riconoscimento sostanziale del fatto che Teheran conserva un grande potere contrattuale e continua a controllare tutto ciò che entra e esce dal Golfo Persico. Riservandosi la facoltà di colpirlo. Cioè, si stava meglio quando si stava peggio, nel senso che prima dell’intervento Israelo-americano non c’era nessun problema di questo tipo.  Bene, questo ci porta a un’ulteriore riflessione: quanto potrebbe essere rischiosa un’eventuale invasione terrestre dell’Iran, sia pure limitata del tempo nello spazio?

Un blitz all’isola di Kharg?

Trump, al solito suo, negli ultimi giorni ha mischiato promesse e minacce, dicendo che sono in corso negoziati che hanno fatto ‘grandi progressi’, ma avvertendo anche gli iraniani che in caso di fallimento della diplomazia la sua reazione sarebbe stata terribile. «Gli Stati Uniti – ha detto il Presidente – bombarderanno le centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg, da cui l’Iran esporta la maggior parte del suo petrolio». In effetti, il New York Times ha dato notizia dell’arrivo nell’area del Golfo di reparti Usa appartenenti alle forze speciali. Si tratterebbe, in particolare, di Army Rangers e Navy Seals, che vanno ad aggiungersi ad altre migliaia di Marines e paracadutisti già fatti affluire nella regione. «Il Pentagono si prepara a settimane di operazioni di terra in Iran» è invece il titolo del Washington Post, che prosegue: «Se il Presidente Donald Trump approvasse i piani, un’iniziativa del genere segnerebbe una nuova fase della guerra, potenzialmente molto più pericolosa per le truppe statunitensi rispetto alle prime quattro settimane». «Se Trump ordinasse il dispiegamento, le truppe potrebbero essere impiegate per conquistare posizioni strategiche – sostiene il Wall Street Journal – come le isole al largo della costa meridionale dell’Iran o tratti di litorale. Potrebbero inoltre mettere in sicurezza i 970 kg di uranio arricchito in possesso del regime, che Teheran potrebbe utilizzare per tentare di costruire armi nucleari. Ciascuna di queste missioni sarebbe complessa e pericolosa. Una battaglia per una testa di ponte vicino a Bandar Abbas, il principale quartier generale della Marina iraniana, o per l’isola di Kharg, un cruciale snodo per l’esportazione di petrolio, comporterebbe il rischio di numerose perdite americane, secondo quanto affermato da ex funzionari».

  • Intanto Trump insiste e afferma di avere già realizzato un ‘cambio di regime’ in Iran, poiché i leader in carica all’inizio degli attacchi al Paese sono stati uccisi, a cominciare dall’ayatollah Ali Khamenei, la Guida Suprema. «Penso che abbiamo assistito a un cambio di regime. Si tratta davvero di un cambio di regime», ha ribadito il Presidente. Forse. Però ha dimenticato di dire una cosa importante: quelli che sono arrivati, gli ‘intransigenti’, sono peggio di quelli che c’erano prima.
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