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Dopo una guerra assurda, una tregua alla coreana

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24/05/2026

da Il Manifesto

Alberto Negri

Orizzonti di fuoco Qualunque accordo che garantisca la sopravvivenza del regime di Teheran per Trump e Netanyahu è difficile da vendere come una vittoria

Trump e l’Iran ricordano il tempio romano di Giano bifronte, le cui porte venivano aperte in tempo di guerra e chiuse in tempo di pace: ma sullo Stretto di Hormuz queste porte sono diventate sliding doors e scorrono da una parte all’altra.

Lo fanno con la velocità delle dichiarazioni dei protagonisti e dei mediatori veri o presunti (Pakistan, Qatar, Paesi arabi e dietro le quinte Cina e Russia). Che il destino della guerra, e di gran parte del mondo, sia appeso a questa diplomazia sincopata accompagnata da minacce continue appare quasi assurdo. Perché assurda è stata questa guerra, quasi quanto è la pace che al massimo arriverà sotto la forma di una tregua alla coreana, destinata magari come quella sul 38esimo parallelo a durare a lungo a o a essere infranta con una semplice e fatale provocazione. Qualunque accordo che garantisca la sopravvivenza del regime di Teheran per Trump e Netanyahu è difficile da vendere come una vittoria.

Questa guerra per Trump e Netanyahu, che lo ha spinto al conflitto, doveva – e forse deve ancora – concludersi con la resa incondizionata dell’Iran. Anzi il premier israeliano ha fatto intendere che con la decapitazione di figure chiave come la Guida suprema Ali Khamenei sarebbe arrivato anche il cambio di regime. Netanyahu, prima ancora di disintegrare il nemico, ha annichilito l’intelligence americana: prima infilando uomini legati al Mossad nelle manifestazioni in Iran, poi dimostrando di poter individuare e colpire la leadership. Ha venduto a Trump la grande illusione di una guerra breve e trionfale. Anche per questo la guerra, iniziata il 28 febbraio alla vigilia di un nuovo incontro diplomatico a Ginevra, è assurda. Ancora di più lo è perché lanciata sull’assunto sbagliato che la Repubblica islamica, una volta sparata la silver bullet, la pallottola d’argento, contro Khamenei sarebbe crollata.

Non è stato così: questo è un regime ansimante e anche detestato da una buona parte della popolazione ma forgiato nelle guerre. In primo luogo Khamenei non ha mai deciso da solo non avendo né l’autorevolezza né il carisma del fondatore Khomeini: per anni l’Iran è stato governato da una diarchia condotta in tandem con Rafsanjani, poi la Guida ha sempre consultato dozzine di consiglieri e per molto tempo, almeno fino all’uccisione, buona parte delle questioni militari erano affidate al generale Qassem Soleimani. Quando in questi giorni è emerso che l’ex presidente Ahmadinejad era il cavallo su cui puntavano Washington e Tel Aviv come leader di un «nuovo» Iran qualche dubbio è venuto: contro di lui nel 2009 hanno marciato milioni di iraniani, anche membri fondatori del regime, ha avuto un breve momento di popolarità ma in realtà non è mai stato protagonista di nulla di rilevante. E nella sua casa di Narmak a Teheran ho visto una libreria di scaffali desolatamente vuoti. In quella di Rafsanjani c’era anche una Bibbia autografata da Ronald Reagan.

L’altro errore di calcolo della coppia Trump-Netanyahu è stata ritenere l’Iran un paese isolato. La Russia usa in Ucraina i droni iraniani e i generali di Mosca sono stati per anni a fianco di quelli di Teheran per sostenere il siriano Bashar Assad. Pensare che non si scambino informazioni è una barzelletta. Così come i cinesi che sono i migliori clienti del petrolio iraniano e hanno investito miliardi in Iran nella Belt and Road Initiative. Pure i mediatori in campo hanno legami storici con l’Iran, a partire dal Qatar che condivide da anni con l’Iran lo sfruttamento di South Pars, uno dei più grandi giacimenti mondiali di gas, che Netanyahu ha bombardato beccandosi i rimproveri persino di Trump. La coppia comincia a incrinarsi, secondo il New York Times. Il premier israeliano entrava nella Situation Room come fosse il padrone, ora la situazione sembra cambiata. Un tempo copilota di Trump contro l’Iran – scrive il giornale Usa – Netanyahu è ora un passeggero in classe economica. Israele è stato in gran parte escluso dai colloqui di pace, una battuta d’arresto umiliante. Se il distacco Trump-Netanyahu sia vero lo sapremo nelle prossime ore.

Perché allora l’Iran non accetta un compromesso con Trump? È qui che parte la vera discussione tra i vertici di ayatollah e pasdaran. In queste ore è risalito alla ribalta in varie interviste Robert Malley, mediatore dell’accordo di Obama nel 2015 che boccia l’attuale amministrazione e la sua guerra «inutile». Omette di dire perché quell’intesa non ha funzionato: Obama e gli Usa non hanno rispettato gli accordi economici impedendo con le sanzioni secondarie contro banche e imprese europee ogni apertura economica e commerciale con l’Iran. Per questo il moderato e riformista ex presidente Rohani e il suo ministro Zarif sono stati emarginati dall’ala dura del regime. Chi si fida ora di Trump?

Ecco perché l’Europa non è al tavolo con vista su Hormuz (come non lo è in Ucraina) e subisce le conseguenze pesanti di una guerra inutile e assurda, come quelle di una pace, o meglio di una tregua, che vede soltanto da lontano.

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