La premier italiana racconta a modo suo il ‘ReArm Europe’ senza parlare di riarmo e poi boccia la missione di peacekeeping dei ‘volonterosi d’azzardo’ per salvare la sua maggioranza. Ma sulla vera politica internazionale, bisogna cercare altrove, di fronte alla mostruosità di quanto fatto da Israele ancora una volta a Gaza. E la corsa agli armamenti raccontata dal Corriere. L’antica logica delle guerre sino all’attualità Rearm per Massimo Nava
Spiegare l’inspiegabile
Ricordate la famosa battuta nel film ‘Philadelphia’, quando l’avvocato invita il cliente: «Mi spieghi come se avessi sei anni»? Ecco, qualcuno dovrebbe chiedere agli adulti decisori di spiegarci, come se avessimo sei anni, la corsa agli armamenti, la moltiplicazione degli investimenti pubblici nella produzione bellica, la grandezza di risorse che «prima» non c’erano per le scuole, la casa, la sanità, il cambio di passo su quelli che «prima» erano tabù, come il limite all’indebitamento degli Stati previsto dai trattati europei, o come il «super tabù» tedesco, già spazzato via da Friedrich Mertz già prima di assumere l’incarico di Cancelliere. Evidentemente, anche il Papa, nella toccante lettera al Corriere contro la guerra e la corsa agli armamenti, ha pensato di parlare ai bambini, visto che gli adulti decisori non ascoltano.
Industria tedesca armamenti
Il conservatore Die Welt, in una lunga inchiesta, ci informa sugli affari colossali dell’industria tedesca degli armamenti Rheinmetall, che intanto prevede investimenti senza precedenti nel Vecchio Continente. Il suo amministratore delegato, Armin Papperger, attribuisce questo successo a un’«era di riarmo in Europa» e vuole che l’azienda colmi il ritardo degli europei nella produzione di munizioni, carri armati, artiglieria e difese antiaeree. Nel 2024, il fatturato del produttore di armi renano è balzato di un terzo, raggiungendo il livello record di 9,8 miliardi di euro. Nel frattempo, Friedrich Merz, ha raggiunto un accordo con la Spd che prevede la creazione di un fondo di 500 miliardi di euro per modernizzare le infrastrutture tedesche e una modifica del meccanismo costituzionale che limita il debito al fine di finanziare le spese militari. «Berlino – scrive la Welt – intende allentare il freno all’indebitamento. Una disposizione iscritta nella legge fondamentale, prevista per limitare il deficit di bilancio annuale del governo allo 0,35% del Pil. Con la riforma voluta dai conservatori e dai socialdemocratici, tutte le spese per la difesa che superano la soglia di un punto percentuale del prodotto interno lordo tedesco, pari a circa 45 miliardi di euro, potranno essere votate senza tener conto di questo meccanismo».
Forzature costituzionali tedesche
Per l’azienda, anche il valore delle azioni è raddoppiato nel corso dell’anno, superando i 1.200 euro l’una, e il titolo è cresciuto del 1.150% in tre anni. A questo ritmo, entro il 2030 verrebbero investiti tra i 700 e i 1.000 miliardi di euro nella difesa, solo in Europa. Rheinmetall spera che circa il 40% della spesa riguardi l’acquisto di attrezzature militari: «Entro il 2030, riteniamo che Rheinmetall potrebbe pesare tra i 300 e i 400 miliardi di euro», afferma con entusiasmo Armin Papperger. «Dobbiamo quindi ricominciare subito a investire», conclude l’ingegnere.
Volkswagen degli armamenti
È quello che Rheinmetall sta già facendo dall’inizio della guerra in Ucraina, a un ritmo sempre più sostenuto. Il produttore vuole diventare il cuore del nuovo settore europeo degli armamenti ed espandersi dove può catturare il flusso di ordini che proviene dai programmi di investimento e dai dispositivi di bilancio eccezionali. In pratica, la Germania si candida ad essere il centro produttivo dell’industria degli armamenti europea, quindi ad assorbire buona parte degli 800 miliardi previsti dal piano «Rearm Europe» lanciato da Ursula von der Leyen. Questo lo capirebbe anche un bambino di sei anni.
Gli specialisti avvertono che ci vorranno cinque anni e più perché il settore raggiunga i livelli di produzione richiesti dall’economia di guerra.
Primi produttori di munizioni al mondo
Intanto la Rheinmetall ha riavviato la produzione di munizioni nelle vecchie officine risalenti alla prima guerra mondiale di Unterlüß, nella landa di Luneburgo. Inoltre ha acquistato fabbriche di munizioni in Spagna, un costruttore di macchine per l’industria chimica in Sudafrica e ha investito nel suo storico sito di Unterlüß per rinnovare i locali e le attrezzature, curando al contempo i rapporti con i fornitori di utensili, prodotti chimici e metalli. L’acciaio viene ora acquistato in Germania anziché in India e l’azienda produce in proprio la polvere. Così Rheinmetall è diventato il primo produttore di munizioni del mondo occidentale. Se nel 2022 poteva produrre solo 70.000 proiettili di artiglieria all’anno, dal 2025 il produttore potrà produrne 1,1 milioni dalle sue fabbriche.
Francia e Gran Bretagna potenze nucleari
Se la Germania si prepara come polmone produttivo, la Francia e la Gran Bretagna (uniche potenze nucleari) si candidano alla leadership strategica, ovviamente anche loro con un occhio ai bilanci. Bilanci con il vento in poppa anche in altre aree del Vecchio Continente e del mondo. Ad esempio, come riporta il Courrier International, i produttori e i commercianti di armi dei Balcani hanno approfittato della guerra in Ucraina. Dal 2022 le esportazioni di armi dalla Serbia sono quadruplicate, raggiungendo circa 800 milioni di euro. Nei primi quattro mesi di quest’anno, la Bosnia-Erzegovina ha esportato quasi il doppio di armi da fuoco e munizioni rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Armi all’Ucraina dai Balcani
«La produzione e la vendita di armi sono in piena espansione nei Balcani», sottolinea Jasmin Mujanovic, politologo associato al think tank New Lines Institute. Numerosi ordini provenienti dall’Ucraina hanno rilanciato le fabbriche di munizioni serbe e bosniache che fino a poco tempo fa erano minacciate di fallimento. La Serbia, nonostante la drammatica crisi politica, le piazze in subbuglio e la collocazione nel campo dei filorussi, ha anche allacciato forti legami con la Francia, finalizzando una commessa di aerei Rafale «per un’alleanza a lungo termine».
‘Triangolazioni’ per le armi vietate
L’Ucraina e i suoi alleati acquistano volentieri munizioni e attrezzature militari nei paesi dei Balcani occidentali. Per diversi motivi: rispondono agli standard della Nato, sono compatibili con il sistema utilizzato dalle forze ucraine e i loro prezzi sono inferiori rispetto ad altri mercati. «La Serbia e la Bosnia-Erzegovina hanno leggi che vietano loro di vendere armi nelle zone di guerra. Tuttavia, ciò non ha impedito loro di inviare armi a Kiev, anche se in modo indiretto, attraverso intermediari. Gli Stati Uniti hanno quindi reindirizzato verso l’Ucraina armi e munizioni acquistate in Bosnia-Erzegovina». Il Financial Times di Londra ha riferito che munizioni prodotte in Serbia, per un valore di 855 milioni di dollari, sono recentemente entrate in Ucraina attraverso la Turchia, la Repubblica Ceca e la Slovacchia.
Arsenale Bosnia
Nel 2023 le esportazioni di armi e munizioni della Bosnia-Erzegovina sono state pari a 163 milioni di euro, con un aumento del 26% rispetto all’anno precedente. Il ministro della Difesa Zukan Helez ha recentemente elogiato l’espansione dell’industria nazionale degli armamenti, affermando che le munizioni della Bosnia-Erzegovina, in particolare i razzi e le granate, vengono esportate in tutto il mondo: negli Stati Uniti, nel Medio Oriente e nei paesi dell’Unione Europea. «D’altra parte, Milorad Dodik, presidente della Repubblica Serba (Republika Srpska, una delle due entità che compongono la Bosnia-Erzegovina) e amico di Putin, ha criticato l’esportazione di armi e munizioni bosniache verso l’Ucraina, affermando che si sta adoperando per porvi fine».
Vecchi armamenti sovietici
Croazia, Albania, Montenegro e Macedonia, paesi membri della Nato, hanno trasferito in Ucraina una parte significativa delle loro scorte di vecchie attrezzature sovietiche. «I dirigenti dell’azienda croata Duro Dakovic – riferisce il Courrier International – stanno negoziando con il Kuwait una possibile acquisizione di almeno 100 carri armati kuwaitiani M-84, fabbricati negli anni ’90 in Jugoslavia. Dopo la riparazione e l’ammodernamento di questi carri armati nelle officine di Duro Dakovic, la Croazia li donerà all’Ucraina».
Lianhe Zaobao di Singapore
«La corsa agli armamenti danneggia la sicurezza del pianeta», avverte l’editoriale di Lianhe Zaobao di Singapore. Riprendendo il rapporto dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, in Svezia. Quest’ultimo specifica che le spese militari mondiali hanno battuto un record nel 2023 raggiungendo 2.443 miliardi di dollari, ovvero il 6,8% in più rispetto all’anno precedente. L’editoriale sottolinea che si tratta della «crescita più forte dal 2009».
Cinque spendaccioni armati
I cinque Paesi che spendono di più per le spese militari sono gli stessi del 2022: Stati Uniti, Cina, Russia, India e Arabia Saudita. Se gli Stati Uniti rimangono i campioni del mondo con una spesa che ammonta a 916 miliardi di dollari, la Russia registra l’aumento più forte del suo budget su base annua: + 24% per raggiungere un importo stimato a 109 miliardi di dollari. Seguono Cina (+ 6%), Arabia Saudita (+ 4,3%) e India (+ 4,2%). Nel 2023, nel «Libro bianco sulla difesa», il Giappone ha chiaramente espresso le sue preoccupazioni, ritenendo che questo rafforzamento cinese rappresentasse «la più grande sfida strategica per l’ordine internazionale». L’anno scorso Tokyo ha destinato più di 50 miliardi di dollari alla spesa militare. Per quanto riguarda Taiwan, isola rivendicata dalla Cina come parte integrante del suo territorio, la spesa militare ha raggiunto i 16,6 miliardi di dollari, con un aumento dell’11% rispetto all’anno precedente.
Le colpe delle Grandi potenze
Secondo Lianhe Zaobao, questi aumenti riflettono «una situazione internazionale instabile e un clima internazionale in cui il deficit di fiducia reciproca si sta approfondendo». Secondo l’editorialista, questo ha posto fine ai «dividendi» della pace del dopoguerra fredda. Il quotidiano di Singapore punta il dito contro «la corsa agli armamenti» delle grandi potenze. Queste ultime hanno messo il mondo in una situazione pericolosa, costringendo altri Paesi a partecipare a questa corsa. Secondo l’editorialista, per porre fine a questo circolo vizioso, è necessario avere «una governance globale efficace e leader visionari», per risolvere le controversie attraverso la diplomazia, al fine di evitare il ricorso alla forza in ogni occasione. Ma forse lo capisce solo chi ha compiuto sei anni.
19/03/2025
da Remocontro