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Economia di guerra anche in America: meno auto, più armi

Economia di guerra anche in America: meno auto, più armi

Politica estera

17/04/2026

da Remocontro

Piero Orteca

Se in un sanguinoso conflitto molti innocenti muoiono, spesso i colpevoli invece si arricchiscono. Ieri, è trapelata la notizia di un piano americano di riconversione industriale: il Pentagono vuole che le grandi aziende dell’automotive e della meccanica producano massicciamente armi ‘per le guerre del futuro’. Gli Stati Uniti ne stanno usando così tante, da finire le scorte.

La Difesa spende e spande

«La recente richiesta del Pentagono di un budget di 1.500 miliardi di dollari – scrive il Wall Street Journal – se fosse approvata darebbe vita al più grande finanziamento nella storia moderna del Dipartimento. Esso prevede ingenti investimenti nella produzione di munizioni e droni». Oltre, aggiungiamo noi, a tutto l’assortimento da supermarket di ‘guerre stellari’ Made in Usa. Riflessione: quando le crisi prendono una brutta piega, come nel caso del Golfo Persico, allora può accadere che anche vittorie e sconfitte, perdite e guadagni si spalmino in modo ingiusto. Dietro ogni conflitto sanguinoso, ci sono spesso ragioni non proprio nobili. Chi, nel Terzo millennio, sceglie di regolare le dispute internazionali a colpi di bombarda, o è un rozzo (e pericoloso) incapace, oppure un cinico manipolatore di coscienze. Per cercare di tutelare prima di tutto i suoi interessi, è ovvio. Stupisce, quindi, fino a un certo punto, la notizia pubblicata in esclusiva dal Wall Street Journal che, grazie alle sue ‘entrature’ nei gangli dell’Amministrazione Trump, è riuscito a conoscere le linee-guida di un progetto di riarmo veloce. Anzi, oseremmo dire quasi ‘precipitoso’, visto che la foia degli americani di fare gli ‘sceriffi’ del pianeta, li porta a bruciare vagonate di armi e munizioni. Insomma, a Trump piace fare il bullo e mostrare i muscoli. Ma, poi, la recita costa e prima o dopo i magazzini si svuotano. Come sta succedendo ora, in un’epoca storica, nella quale gli Usa distribuiscono (facendoseli pagare a caro prezzo) cannoni, missili, aerei, radar e vario assortimento, saturando praticamente il mercato mondiale. Così, nell’impossibilità di ricostituire le scorte di armamenti impiegati sui vari fronti (specie sistemi d’arma ad alta tecnologia) il Pentagono si è rivolto alle grandi case automobilistiche. Passeranno forse dalle iconiche ‘berline’ ai carri armati a prezzo politico?

Le aziende coinvolte

«Secondo fonti a conoscenza delle discussioni – scrive il Wall Street Journal – alti funzionari della Difesa hanno avuto colloqui sulla produzione di armi e altre forniture militari con i massimi dirigenti di diverse aziende, tra cui Mary Barra, Amministratore delegato di General Motors e Jim Farley, Amministratore delegato di Ford Motor. Il Pentagono è interessato a coinvolgere le aziende affinché mettano a disposizione il loro personale e la loro capacità produttiva per aumentare la produzione di munizioni e altre attrezzature, dato che le guerre in Ucraina e in Iran stanno esaurendo le scorte. I colloqui sono stati preliminari e di ampio respiro. Funzionari della Difesa hanno affermato che potrebbe essere necessario il supporto di produttori americani alle tradizionali aziende che operano nel settore, e hanno chiesto – sottolinea in particolare il WSJ – se queste ultime sarebbero in grado di riconvertire rapidamente la produzione per la Difesa. GE Aerospace e il produttore di veicoli e macchinari Oshkosh sono state tra le aziende coinvolte nei colloqui con i funzionari».

Un piano pronto da tempo

Qualcuno potrà pensare che l’idea di una veloce riconversione industriale, sia un’emergenza. Visto anche il deciso peggioramento della congiuntura politica internazionale, dopo l’attacco all’Iran. Ma, in verità, il progetto è già cotto, mangiato e digerito da tempo. Fin da quando Trump, cercando di scavare il terreno sotto i piedi a Biden, giocava a tagliare gli aiuti all’Ucraina. E come scusante sosteneva proprio la necessità di non toccare le scorte dei magazzini militari. Cosa che però lui invece ha poi fatto, senza freni. Il Wall Street Journal ha pubblicato un video, dedicato al Segretario dell’Esercito, Daniel Driscoll, sulla corsa per riequipaggiare le forze armate degli Stati Uniti. Il giornale spiega che nel novembre 2025, il Segretario Driscoll ha parlato con il Wall Street Journal dei nuovi veicoli per le squadre di fanteria e del «perché è concentrato al massimo sulla preparazione per le guerre future». Le discussioni sono riprese più intensamente prima della guerra all’Iran, anche se le pressioni del Pentagono per intervenire rapidamente con le aziende, si sono intensificate in questi ultimi giorni. A questo punto, sembra evidente una clamorosa sottovalutazione della resistenza iraniana e del susseguente ‘consumo’ di armi e munizioni. In definitiva, l’utilizzo di un mero approccio tattico, senza nessuna valida proiezione strategica ha portato gli Stati Uniti a subire una sorta di effetto ‘coperta corta’. Ecco perché adesso i militari di Washington si sentono scoperti e chiedono (di corsa) risorse e strumenti che garantiscano loro il giusto margine operativo.

Sicurezza nazionale?

«Durante i colloqui con i dirigenti delle aziende manifatturiere statunitensi – rivela sempre il WSJ- i funzionari della Difesa hanno presentato il potenziamento della produzione di armi come una questione di sicurezza nazionale. La riconversione della produzione nazionale a fini militari non è un caso isolato. Le case automobilistiche di Detroit interruppero la produzione di automobili durante la Seconda Guerra Mondiale per dedicarsi alla produzione di bombardieri, motori per aerei e camion».

«Questi colloqui – conclude WSJ –  rappresentano l’ultimo tentativo dell’Amministrazione di porre la produzione militare su quello che il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito ‘un livello di produzione in tempo di guerra’».

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