13/04/2026
da Il Fatto Quotidiano
Boom affluenza: oltre il 77%, superato anche il record del 2002. Trionfo di Tisza, il partito del nuovo capo di stato: con i due terzi in Parlamento può modificare la Costituzione e, di conseguenza, il sistema messo in campo finora dal leader sovranista
L’era di Viktor Orbán è finita. Il popolo ungherese, andato in massa alle urne (ha votato oltre il 77% degli aventi diritto, un record storico) ha deciso: il nuovo presidente è Peter Magyar. Prima dei numeri di un trionfo, sono le reazioni degli altri leader a far percepire l’importanza geopolitica dell’affermazione del numero uno di Tisza: in Europa, infatti, si festeggia; von der Leyen e Merz parlano già di Ue di nuovo unita, dopo anni in cui le pressioni e le politiche di Orbán avevano aperto una crepa non da poco nella politica continentale, con il sovranismo ungherese ad andare a braccetto più con Putin e Trump, che con Bruxelles. Ora cambia tutto. E non potrebbe essere altrimenti, perché quella di Magyar non è stata una semplice vittoria: è stato un trionfo. I numeri: con il 72% dei voti scrutinati il suo partito si avvia a conquistare la maggioranza assoluta del parlamento di Budapest. Le proiezioni infatti assegnano a Tisza 138 seggi, mentre Fidesz (il movimento di Orbán) si ferma a 54 e il partito di estrema destra Mi Hazank a 7. Salvo clamorose quanto impronosticabili sorprese nel resto dei seggi, con questo vantaggio Magyar otterrebbe la maggioranza dei due terzi in Parlamento, necessaria per poter modificare la Costituzione e, di conseguenza, il sistema messo in campo finora dal leader sovranista.
L’affluenza e le prime parole dei protagonisti
Un’affermazione salutata dalla gente di Budapest quasi come una liberazione. La città è in festa, sul Danubio rimbalzano le urla dei sostenitori di Peter Magyar: soffia “il vento della primavera”. Una vittoria netta, che segna l’inizio di un’altra Ungheria. A legittimarla è un’affluenza monstre: quasi l’80% degli elettori, oltre il dato già alto del 2022 e persino sopra il 1990, le prime elezioni libere dopo la caduta del Muro. Un segnale politico forte, che ha premiato il leader di Tisza e inflitto il colpo decisivo al premier della “democrazia illiberale”. “Orban si è congratulato per la nostra vittoria”, ha scritto lo sfidante su Facebook, usando poche parole per sigillare un’era che si chiude. “Un risultato chiaro e doloroso”, ammette il premier uscente magiaro che promette di “continuare a servire il Paese dalle file dell’opposizione”.
La giornata storica di Budapest
Sin dalle prime luci del giorno, in tutto il Paese il voto ha preso subito il ritmo di una mobilitazione fuori scala: code ordinate davanti alle scuole, ingressi rallentati, volontari a distribuire indicazioni. Nel XII distretto, sulle colline di Buda, Orban si è presentato a votare nella scuola elementare di Zugliget insieme alla moglie Aniko Levai, prima di fermarsi con i giornalisti, mantenendo il registro che lo accompagna da settimane: sicurezza, controllo, nessuna crepa visibile. “Sono qui per vincere”, ha detto, lasciando però uno spazio alla formalità democratica: “La decisione del popolo deve essere rispettata”. Alla domanda più scomoda – se avrebbe saputo riconoscere la sconfitta – il premier ha risposto senza scomporsi: “Congratularmi? Lo faccio sempre, ci sono regole civili”. Poi si è aggrappato al dato che per anni è stato il suo alleato più fedele: l’affluenza. “Più persone votano, meglio è”, ha ripetuto, ricordando come storicamente la partecipazione alta abbia premiato Fidesz e accostando il voto a quello storico del 1990, evocando l’alba della nuova Ungheria. Sul piano internazionale – e sul dialogo con Vladimir Putin – è rimasto fedele alla sua linea da equilibrista solitario: “Relazioni amichevoli con tutti i leader principali”. Su Volodymyr Zelensky, una stoccata secca: “Sono fortunato a non essere lui”. Poche centinaia di metri più in là, nello stesso distretto, appena fuori dal seggio dell’asilo Hegyvideki Mesevar, Magyar continua a sfidarlo: “Vinceremo“. L’unico dubbio, ha continuato a ripetere, è “se con una maggioranza semplice o assoluta”. La sua campagna si è chiusa come è iniziata: rapporti da ricucire con l’Europa, fondi da sbloccare, rottura con il sistema. “Dobbiamo rafforzare la posizione dell’Ungheria nell’Ue e nella Nato“, ha evidenziato, affondando il colpo su misure anticorruzione subito e tornando a indicare la rotta di una nuova Costituzione da riscrivere con un referendum popolare, per riportare il Paese dentro i binari dello stato di diritto.
Il sistema elettorale ungherese
Nei bar e sui tram si parla soltanto del voto, con gli occhi incollati alle notizie che scorrono veloci sui cellulari. La discussione torna sempre lì: al sistema elettorale. Dei 199 seggi in Parlamento, 106 si decidono nei collegi uninominali, spesso nelle aree rurali, dove il peso del voto cambia scala. Qui bastano 50-60mila elettori per eleggere un deputato, contro i 90-100mila delle città. Un dettaglio che sembra tecnico, ma non lo è affatto: negli anni è diventato un moltiplicatore per il partito di governo, capace di valere fino a cinque punti percentuali. È su questo squilibrio che l’opposizione ha costruito la sua strategia: non basta vincere, bisogna stravincere, puntando ai due terzi del Parlamento. La mobilitazione, come nelle attese, si porta dietro la sua scia di ombre. Accuse, controaccuse, sospetti che si rincorrono. Dal fronte governativo, il consigliere di Orban parla di un’”ondata di segnalazioni” contro Tisza: pressioni, tentativi di compravendita, tensioni ai seggi, tornando a evocare le interferenze di Bruxelles e Kiev. Dall’altra parte rimbalzano accuse speculari: elettori inseriti a loro insaputa nelle liste delle minoranze, presunti buoni spesa in cambio del voto a Fidesz, controlli oltre il limite nelle cabine. A fare chiarezza, all’indomani, saranno gli osservatori dell’Osce. Ma a fine serata l’Ungheria ha scelto Magyar. E, con lui, ha rialzato lo sguardo verso l’Europa. Ventitré anni dopo quel referendum che la fece entrare nell’Unione.
La posta in gioco
Come detto, del resto, le elezioni erano decisive per tutta l’Unione europea. Peter Magyar è un politico legato a doppio filo con il Ppe. Ha detto di voler puntare tutto su difesa e aiuti a Ucraina, ma il suo ruolo va ben oltre la sua strategia politica. Con Orbán fuori dai giochi è venuto meno il tramite tra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin. È caduta, insomma, la punta di diamante dell’asse di Visegrad, che oggi può contare anche sul ceco Andrej Babis e sullo slovacco Robert Fico. E poi c’è lo scenario strettamente politico. Dopo anni di costante ascesa, la sconfitta di Orbán è il primo vero passo falso del sovranismo europeo. I segnali, dalla Danimarca all’Olanda, ci sono già stati. Il riverbero del voto magiaro ha però ben altra ampiezza. Lo stesso leader del Ppe, Manfred Weber, potrebbe avere qualche difficoltà in più nel collaborare con il gruppo dei Patrioti – dove milita Fidesz – all’Eurocamera. La fine dell’era di Orbán è inoltre una dura risposta al trumpismo e a un’America che, nel Vecchio Continente, un numero crescente di persone vede ormai ostile.

