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Eserciti contro e una città sotto assedio: l’abisso di Trump

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25/01/2026

da Il manifesto

Luca Celada

Guerra incivile. Le uniche indagini federali aperte in Minnesota oggi sono per “fiancheggiamento” a carico della compagna di Good, e su tre attivisti che protestavano pacificamente

Nell’ottobre del 2024, ricordava mercoledì sul Guardian Claire Finkelstein, il Centro per l’etica e lo stato di diritto dell’Università del Pennsylvania (Cerl), ha simulato con una commissione di accademici e ufficiali militari gli eventi che potrebbero portare a una guerra civile in Usa. Lo scenario più plausibile ricalcava la sequenza oggi in atto in Minnesota.

Un’escalation di violenza in uno stato preso di mira da truppe federali in cui le autorità locali sono infine costrette a reagire.

Questo sarebbe il momento in cui un governo normale – anche se di destra e “pro sicurezza” – farebbe dichiarazioni almeno formalmente distensive, annunciando ad esempio un’inchiesta per accertare eventuali responsabilità. Ma negli Stati Uniti ogni segno di normalità è ormai un ricordo.

Il corpo dell’ultima vittima dei commando Ice era ancora caldo che il ministero della Sicurezza emetteva la sua sentenza: «Questo individuo voleva apparentemente massacrare il massimo numero di agenti». Come nel caso di Renée Good, per il governo il caso si chiude con una sentenza senza appello pubblicata sui social. Le uniche indagini federali aperte in Minnesota oggi sono per “fiancheggiamento” a carico della compagna di Good, e su tre attivisti che hanno pacificamente protestato nella chiesa di un pastore di destra che collabora con le squadre di deportazione. Il regime soffia sul fuoco, avanti tutta dunque col copione dell’escalation. «È colpa dei facinorosi pagati, terroristi e delle autorità locali che li fiancheggiano».

DUE GIORNI PRIMA dell’assassinio di ieri, in città era arrivato JD Vance, il vicepresidente della «immunità totale» venuto a passare in rassegna le truppe preposte a imporre la volontà del presidente. Ancora prima, Stephen Miller, principale apologo della pulizia etnica, aveva riorientato i miliziani verso i «dissidenti». «Chiunque vi metta una mano addosso – ha dichiarato il principale ideologo del regime – è un criminale e voi avete il dovere di reagire. Nessun terrorista può interferire con voi». Un’apologia preventiva di reato che non ha tardato a produrre le prevedibili conseguenze. A Minneapolis le protezioni costituzionali dei cittadini sono da ritenersi di fatto sospese.

PER SODDISFARE LE QUOTE di arresti richieste, i commando puntano a prelevare persone che in molti casi sono richiedenti asilo con pratiche in corso, più facile individuarli e andarli a prendere a casa se necessario, in pigiama, di ritorno dal lavoro o da scuola, come successo al piccolo Liam Conejo Ramos, rinchiuso ora col padre nel “centro di residenza famigliare” in Texas. In un anno sono stati carcerati 3mila minori incensurati. Ogni azione della Corte suprema volta a ripristinare le norme di giusto processo tarderebbe mesi: la lentezza del ramo giuridico sui cui contava il Project 2025.

FRA LA GENTE CRESCE la sensazione di abbandono. Non solo in Minnesota. La Camera ha appena approvato un ulteriore pacchetto di finanziamenti al Dipartimento della Sicurezza Interna (Dhs), con un budget ora simile a quello dell’esercito russo. In 12 mesi Ice ha raddoppiato gli agenti, da 10 a 20mila. In un anno diventeranno 40mila. L’esercito di miliziani e pretoriani di Trump è destinato adoperare in tutto il paese. Le manifestazioni di venerdì in dozzine di città solidali con Minneapolis esprimevano con la rabbia e la volontà di resistere, questa consapevolezza (d’altra parte le operazioni non sono mai cessate anche a New Orleans, Chicago, Los Angeles, Texas).

IL REGIME NON DÀ CENNI di voler arretrare dall’abisso. Anziché moderare i toni, soffia sulla polveriera. In casa come nell’emisfero il regime Maga non conosce altra marcia che il “dominio”. I segnali sono invece inequivocabili. Truppe militari in Alaska e Fort Bragg, in North Carolina, oltre a reparti di polizia militare sono state messe in “preallerta” per possibile mobilitazione sul Minnesota, già da venerdì. Nella città di George Floyd tornano le sue ultime parole «I can’t breathe» – non respiro. L’attacco federale sembra inesorabilmente sortire l’effetto desiderato: spingere la popolazione disperata a reagire.

Nella simulazione del Cerl una situazione analoga produceva la mobilitazione della guardia nazionale da parte del governatore per proteggere i cittadini e l’inevitabile, impensabile scontro green on green, fra contrapposti eserciti statunitensi. È stato l’ultimo sviluppo puntualmente eseguito da parte di Tim Walz, il governatore del Minnesota lasciato senza alternative per tentare di proteggere la popolazione dalle squadracce fuori controllo. L’insurrection act, sembrerebbe ormai una pura formalità.

Di fatto le operazioni di 3mila miliziani Ice si profilano già come spedizione punitiva contro «l’intollerabile insubordinazione» della gente che venerdì ha proclamato in un’oceanica manifestazione il rifiuto dell’occupazione della propria città. È in corso la repressione paramilitare di una popolazione civile, un copione che sembra condurre diritto ad altri morti.

Minneapolis è stata spinta sull’orlo del baratro – la città e la nazione è in balia di un regime folle con le mani sempre più strette al collo della democrazia. «I can’t breathe».

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