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Ex ILVA di Taranto risanata o addio entro la fine di ottobre

Ex ILVA di Taranto risanata o addio entro la fine di ottobre

Lavoro

13/09/2026

da Remocontro

Remocontro

Nessuna sospensione alla chiusura dell’area a caldo dell’ex ILVA di Taranto decisa dalla Corte d’appello di Milano. Significa che l’ex ILVA dovrà chiudere entro il 28 ottobre come stabilito dalla Corte, perché senza l’area a caldo, la parte più importante e più inquinante dell’intero impianto, non può produrre niente.

Le illusioni governative

E diventa quasi impossibile la vendita da parte dello Stato italiano – che gestisce gli impianti in amministrazione straordinaria –con conseguenze sulle migliaia di persone che lavorano negli stabilimenti dell’ex ILVA e nelle imprese dell’indotto o lavorano in appalto. Venerdì mattina la conferma della Corte: «tra il diritto a esercitare un’attività d’impresa e quello alla salute delle persone, deve prevalere quest’ultimo». I sindacati FIM, FIOM e UILM hanno già chiesto l’intervento del governo prima che i lavoratori finiscano tutti in cassa integrazione o licenziati. La presidente del Consiglio Meloni ripete di «un tavolo sull’ILVA riconvocato a breve», e basta. 

La siderurgia di base del Paese

L’ex ILVA è l’impianto siderurgico più grande d’Italia e il governo sta cercando da tempo di venderla. Le molte decisioni giudiziarie che ne hanno ordinato la chiusura per il suo impatto ambientale (la prima fu del 2012), il commissariamento e la prospettiva della vendita hanno innescato una crisi industriale e occupazionale che va avanti da anni, tra proteste di lavoratori, interventi dei governi e tentativi di trovare un nuovo proprietario. Nell’area a caldo le materie prime vengono fuse negli altiforni e trasformate nell’acciaio che poi viene trasportato e lavorato negli stabilimenti nel Nord Italia. Gli altiforni dell’ex ILVA sono quattro di cui solo uno attivo:

La difesa della salute pubblica

L’ANSA scrive che le operazioni di spegnimento dovranno iniziare il 16 settembre e completate entro la fine di ottobre. L’area a caldo è anche la parte più costosa e problematica perché molto inquinante. A fine luglio la Corte d’appello aveva disposto la sospensione delle attività dell’area a caldo entro 90 giorni, quindi entro la fine di ottobre. Il provvedimento stabilisce che l’area a caldo deve restare ferma finché l’azienda non avrà rimosso tutto l’amianto e trovato il modo di portare l’emissione di polveri sottili entro i livelli di sicurezza. Ma da allora nulla è accaduto. Interventi costosi per l’eventuale acquirente che si troverebbe a comprare un impianto chiuso dal tribunale.

Crisi occupazionale a cascata

  • Il 4 settembre era stato annunciato il licenziamento collettivo di 2.500 di loro, che la settimana dopo era stato sospeso in attesa di questa decisione della Corte: ora l’Aigi, l’associazione che le rappresenta, ha fatto sapere che le procedure riprenderanno. Ora, verso la inevitabile resa dei conti, difficile inventare nuove false promesse.
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