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Falcone e Borsellino: non sono stati uccisi da poteri occulti, ma da una rete di potere

Falcone e Borsellino: non sono stati uccisi da poteri occulti, ma da una rete di potere

Politica Italiana

13/07/2026

da Left

Vincenzo Scalia

Trentaquattro anni di depistaggi, autoaccuse e ritrattazioni. Ma dietro via D'Amelio non c'è nessun "terzo livello" misterioso ma un intreccio di potere fra mafia imprenditoria

La strage di via D’Amelio, avvenuta a Palermo il 19 luglio 1992, nella quale trovò la morte il magistrato Paolo Borsellino insieme agli agenti Loi, Catalano, Traina, Cosina e Li Muli, continua, a distanza di 34 anni, ad essere oggetto di discussione. Ben 5 processi sono stati celebrati prima di giungere a una verità giudiziaria. Nel mezzo, un’insolita pletora di autoaccuse, ritrattazioni. Accompagnate dai depistaggi, tipico elemento delle inchieste italiane relative alle stragi. Mentre alcuni settori dell’opinione pubblica si contentano di quanto appurato finora, da altre parti si leva l’invito a cercare i cosiddetti “mandanti occulti”. Facendo leva su episodi come l’agenda rossa e la trattativa.

Se da un lato non si può negare l’evidenza, relativamente ai troppi aspetti poco chiari che si sono sviluppati attorno alla vicenda, dall’altro lato non si può trascurare il monito di Giovanni Falcone, che avvertiva, in merito all’esistenza del terzo livello, che se esistesse basterebbe James Bond a sconfiggerlo. Inoltre, parlare di poteri occulti, equivale ad evocare attori di cui, in conseguenza dell’aura di mistero che li circonda, è difficile valutare la forza reale. Svilendo così ogni tentativo di contrasto e legittimando quelle figure che chiedono poteri eccezionali, a detrimento delle libertà civili. Infine, non ci sono poteri occulti. Quando si utilizza questa formula, si fa riferimento alla criminalità organizzata, a settori degli apparati dello Stato, del mondo imprenditoriale, della politica, che vogliono garantirsi rendite di posizione a discapito della collettività e a danno delle leggi che regolano la convivenza civile. La borghesia mafiosa la definì il comunista siciliano Mario Mineo nel 1953.

Dal momento che abbiamo presente gli attori coinvolti in questa vicenda, e le loro motivazioni, è necessario collocarli nel contesto dell’epoca e provare a capirne i rapporti. Il 1992 è l’anno in cui lo Stato italiano affronta una grave crisi di legittimità. La rottura degli equilibri della guerra fredda viene catalizzata dallo scandalo di Tangentopoli. In questo contesto, anche attori come Cosa Nostra, che fino al 1989 avevano fatto leva sulla pregiudiziale anticomunista per ricavarsi una rendita di posizione, si trovano in difficoltà. Anche alla luce della mobilitazione della società civile, che si intreccia, fin dai primi anni ottanta, con l’azione repressiva condotta da settori della magistratura e delle forze dell’ordine, per la prima volta sostenute  dopo oltre un secolo di unità nazionale, dai diversi esecutivi che si sono succeduti.

La crisi di legittimità segna una rottura degli equilibri di potere consolidati da quasi mezzo secolo. Lo annuncia la sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio, che conferma le condanne del maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino nel 1986. È la fine dell’impunità per Cosa Nostra. La quale, come abbiamo detto, non è un soggetto isolato, bensì parte di un blocco sociale più ampio. Che teme il mutamento di scenario politico. Non soltanto per il venir meno del contesto in cui era possibile consolidare le proprie posizioni di preminenza. Ma anche perché, con lo smantellamento della rete di protezione e connivenza, sarebbe stato possibile, per i due magistrati palermitani, fare luce su altre articolazioni del sistema di potere della borghesia mafiosa. Non si tratta necessariamente di rapporti diretti o di coinvolgimenti in prima persona. Si può pensare a calcoli di cinico realismo, omissioni, connivenze, cointeressenze anche temporanee da parte di apparati statali, settori della politica e imprenditoria.

La verità non doveva venire a galla. La rete di potere non andava smantellata, o, quantomeno, andava ricollocata, a partire dal suo potenziale economico, paramilitare e relazionale. Falcone e Borsellino vennero uccisi per questi due motivi: per non disarticolare la rete di potere esistente, oltre che per evitare di accertare le responsabilità penali degli attori coinvolti. Le loro atroci soppressioni, tuttavia, rivestono un valore altamente simbolico, nella misura in cui Cosa Nostra vuole mandare ai suoi oppositori e ai potenziali ed effettivi interlocutori il messaggio di poter colpire indiscriminatamente e di nuocere allo svolgersi ordinato e regolare della convivenza civile.

Si può sostenere che gli attentati di Capaci e via D’Amelio siano stati pianificati e messi in atto da Cosa Nostra senza il bisogno di accordi o interlocuzioni con altri attori. La mafia siciliana gode della forza paramilitare, del potere economico, della forza relazionale che consente di muoversi in modo indipendente. E di potere contare sull’appoggio o sul consenso della rete di potere in cui è inserita.  Tuttavia, i Corleonesi, che dominano nel 1992 la mafia siciliana, devono fare i conti con quattro fenomeni: l’opposizione interna di certi mafiosi che non condividono la linea stragista; la crescente mobilitazione sociale e politica a partire dalla parola d’ordine della legalità; il modificarsi dei rapporti di potere di fronte ai mutati scenari; la necessità da parte dello Stato di rilegittimarsi agli occhi dell’opinione pubblica. All’inizio, Riina e soci, pensano che basti uccidere uno dei due, forse il più famoso, per ottenere qualche risultato. Ma le conseguenze della strage di Capaci vanno in direzione opposta. Quindi decidono di sopprimere anche Borsellino. Pensando che alzando ulteriormente il tiro ottengano risultati migliori. Otterranno il 41 bis, i Vespri Siciliani, la cattura di Riina.

Perché i depistaggi? Perché le autoaccuse? Per vari motivi. In parte per la fretta di trovare un colpevole e dimostrare capacità di reazione attribuendosi il merito. In parte perché gli scenari sono mutati troppo velocemente. E certe connivenze, omissioni o atti di cinico realismo sarebbero potute affiorare. Quindi si cerca di rimediare, in modo maldestro e manipolatore, a questi vuoti. Sul versante dei pentiti, veri e presunti, la ragione è evidente. Capendo e conoscendo la portata della posta in gioco, le rivelazioni possono portare a sconti sostanziali di pena o ad altri benefici, specialmente se provengono da persone che hanno un quadro penale compromesso.

Si direbbe, parafrasando Sciascia, che qualcuno è morto al momento giusto.

 

Vincenzo Scalia è professore associato di Sociologia della devianza all’Università di Firenze; si occupa di carceri, criminalità organizzata e abusi di polizia

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