ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

ATTUARE LA COSTITUZIONE PER CAMBIARE L'ITALIA

Francia ed Europa bocciate a scuola. Genesi di un fallimento

Francia ed Europa bocciate a scuola. Genesi di un fallimento

Politica estera

20/10/2026

da Remoocontro

Massimo Nava

Rivoluzione, insurrezione, rivolta, jacquerie, luddismo, espropri proletari, protesta popolare, violenza giovanile. Titoli diffusi, Corriere e stampa nostrana compresa. Con le parole, sulla bocca di politici, commentatori, cittadini, amministratori, si può definire in modo ambivalente tutto quanto accade in Francia e non solo in Francia, come si è visto a Milano, Madrid, Bruxelles, Tirana.

La parola giusta è ‘fallimento’, non solo francese

Ma forse la parola più appropriata, pronunciata da un ministro della Repubblica, è «fallimento». Dello Stato, delle forze politiche e dell’ordine pubblico, al punto che il ministro dell’Interno ha rassegnato le dimissioni, pur respinte dal presidente Macron. Massimo responsabile quest’ultimo del fallimento, sia per la natura stessa del modello francese, di cui il presidente/monarca è vertice e bersaglio assoluto della piazza, sia per la gestione delle proteste di piazza a ripetizione (dai gilet gialli alla mobilitazione degli studenti) sia per la gestione delle crisi politiche, anch’esse a ripetizione, in cui sono stati bruciati governi, ministri e primi ministri nel corso del quinquennato.

Gioventù senza futuro

Ma il fallimento presenta il conto anche alle forze politiche, impegnate in una campagna elettorale all’ultimo sangue per le presidenziali di primavera e per questo colpevolmente miopi di fronte alle profonde ragioni sociali ed economiche di un malcontento e di una rabbia diffusi, trasversali alle categorie di lavoratori, espressi in prima linea da una generazione di giovani che si sentono derubati del loro futuro, che chiedono una scuola migliore, che si mobilitano per la pace e per i diritti oggi calpestati in tutto il mondo.

Politica da bocciare

Più che poter riflettere su una proposta complessiva sulla Francia di domani, si assiste a risse interne ai partiti, moltiplicazione di candidati, rivalità personali che stanno dividendo il campo dei partiti tradizionalmente più attrezzati per governare (la destra gollista popolare e la sinistra riformista e socialdemocratica), mentre emergono le formazioni che traggono il maggior vantaggio dalla situazione delle piazze, l’estrema sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon che cinicamente cavalca le proteste e l’estrema destra populista di Marine Le Pen che reclama ordine e sicurezza ma cresce proprio grazie ai disordini. Disordini che screditano e oscurano sul piano mediatico le grandi manifestazioni studentesche e sindacali.

Danni e reazioni

Il bilancio dei danni e delle ferite è altissimo (quasi duemila arresti, per il settanta per cento adulti, centinaia di poliziotti feriti a colpi di pietre e sbarre, decine di negozi e luoghi pubblici saccheggiati e incendiati), ma ancora più profonda è la ferita nella società francese che assiste al disastro dello Stato in cui ha sempre creduto e da cui non riceve più quelle garanzie di protezione sociale e sicurezza collettiva che sono state il fondamento dello Stato stesso. Nessuno è in grado di decifrare quali saranno le reazioni e le tendenze nelle urne di questa Francia rintanata nelle case, incline all’assenteismo politico, spettatrice dei disordini alla televisione.

Bastone senza carota

Oggi il presidente Macron e il governo promettono un tardivo bastone e un’ancora più tardiva carota: il bastone della repressione (con punizioni esemplari, processi rapidi, divieti di assembramento affidati a sindaci e prefetti) e la carota dell’ascolto delle rivendicazioni e del disagio sociale per cui la protesta è considerata «legittima» e non va confusa con i vandalismi.

Verso un’infuocata primavera

Nella realtà, dopo una lunga pausa per le vacanze scolastiche fino al 2 novembre grazie a un po’ grottesco capriccio del calendario, le proteste si riaccenderanno fino all’appuntamento elettorale di primavera. In mezzo ci saranno le luminarie di Natale (in qualche via già accese) e le stagioni dei saldi, la «tempesta perfetta» per le bande di vandali e violenti, organizzate sui social.

Francia, Milano, Europa

Il fenomeno coinvolge in prima linea la Francia, ma come si è visto a Milano, si sta allargando nelle principali città europee. Nulla lo giustifica, ma va compreso nella sua genesi, ammesso che sia ancora possibile la cura. Donald Trump e la destra populista di casa nostra lo liquidano con i soliti fantasmi dell’immigrazione incontrollata e dell’islamismo delle periferie.

Rabbia sociale da preda

Se guardiamo gli obiettivi dei saccheggi – soprattutto i negozi di articoli sportivi e telefonini, le vetrine del lusso, gli incendi di automobili – questi comportamenti organizzati s’iscrivono piuttosto in una reazione violenta al senso collettivo di esclusione di molti giovani e all’impossibilità di possedere legalmente simboli di consumo. La rete social contribuisce sia all’organizzazione dei vandalismi sia alla deresponsabilizzazione dei protagonisti, poiché il gruppo protegge, consente azioni che individualmente sarebbero impossibili, garantisce spesso impunità.

Ospedale Europa dove nessuno sta bene

  • Sono considerazioni che accentuano le incognite sulla Francia di domani, oppressa dal debito dello Stato, lacerata dai disordini e senza bussola al vertice. Quello che è definito il grande malato d’Europa in una classifica in cui nessuno dei grandi Paesi si sente bene, rischia di questo passo di essere guidato dall’estrema destra e da Marine Le Pen, attualmente – è bene ricordarlo – condannata a tre anni di reclusione per distrazione di fondi pubblici e costretta al braccialetto elettronico. In teoria, nonostante tutto, eleggibile, ma delegittimata in partenza. Salvo riforme costituzionali e normative, magari a colpi di referendum per immaginare una Sesta Repubblica su misura.
share