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Gaza, le bombe accanto a me

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Politica estera

19/08/2026

da Il Manifesto

Lina Ghassan Abu Zayed

Gaza City C’era gente seduta ai tavolini del caffè, altri guardavano il mare e conversazioni sparse riempivano il locale. Poi è successo proprio quello che temevo

Ero lì con il mio amico Omar, a pochi metri dal tavolo che è stato preso di mira da un raid israeliano, al porto di Gaza City. Stavamo lavorando a un piccolo progetto, cercando di concederci un po’ di tempo lontano dal peso delle giornate che stiamo vivendo. Poco prima eravamo andati con mia madre a cercare un vestito per la mia festa di fidanzamento.

Il mare era proprio davanti a noi. Eravamo andati lì perché, per noi, il mare è sempre stato un luogo dove respirare. Nella Gaza assediata, dove gli spazi si restringono e sfuggire alla realtà è diventato quasi impossibile, a volte basta sedersi di fronte al mare e guardare verso l’orizzonte per sentire che esiste ancora uno spazio più vasto di tutto ciò che ci circonda. A volte guardavo il mio portatile e continuavo a lavorare. In altri momenti, alzavo lo sguardo e guardavo il mare.

Poi mi perdevo nei miei pensieri. C’è sempre un piccolo tarlo in fondo alla mia mente, e non so da dove viene: e se succedesse qualcosa proprio in questo momento?

Non è solo una paura passeggera. È una strana sensazione che mi accompagna sempre e che mi accompagnava ieri mentre stavo lì seduta, anche se tutto intorno a noi sembrava normale.

C’era gente seduta ai tavolini del caffè, altri guardavano il mare e conversazioni sparse riempivano il locale. Poi è successo proprio quello che temevo. Il tavolo a pochi metri da noi è stato preso di mira da un boato. In un istante, il mare che stavo guardando qualche secondo prima non era più lo stesso.

QUEL PICCOLO CAFFÈ di tavolini e tendaggi contro il sole si è trasformato in un tripudio di urla, fumo e gente che correva. Coloro che solo pochi istanti prima erano seduti in riva al mare si sono ritrovati improvvisamente tra i morti e i feriti. Un normale raduno si era trasformato in un’altra scena di morte in una Gaza dove tali scene sono diventate dolorosamente familiari. Secondo il ministero della salute di Gaza, l’attacco israeliano ha causato la morte di sei palestinesi e il ferimento di altri 14. Tra i morti c’è un bambino. Israele si è poi «giustificando» dicendo di aver preso di mira «combattenti di Hamas» che stavano pianificando azioni contro le forze di occupazione nella Striscia.

Dopo il boato, me ne sono rimasta lì in piedi cercando di comprendere cosa fosse successo. Avrei potuto passare, nel giro di pochi secondi, dall’essere una persona seduta in riva al mare che lavorava sul proprio portatile a diventare frammenti di un corpo sparsi tra i tavoli. Quella domanda mi è rimasta impressa. Forse perché ero così vicina a quel luogo. O forse perché c’è un’immagine più vecchia che rimane scolpita nella mia memoria. Ricordo l’Al-Baqa Café sul lungomare di Gaza, colpito l’anno scorso. Ricordo le immagini dei resti delle ragazze che erano sedute al caffè. Da allora, le scene di caffè affacciati sul mare non mi sono mai più sembrate del tutto normali.

AMO IL MARE, ma ho finito per temerlo tanto quanto lo amo. E questa è una delle contraddizioni più crudeli della vita nella Gaza di oggi. Il mare è il luogo in cui ci rifugiamo quando abbiamo bisogno di sfuggire a tutto ciò che ci circonda. Eppure, allo stesso tempo, non è un luogo in cui possiamo sentirci al sicuro.

CON L’ONDATA DI CALDO estremo che sta investendo Gaza, la spiaggia è diventata un rifugio per migliaia di persone, in particolare per le famiglie sfollate che vivono in tende e rifugi provvisori che riescono a malapena a resistere alle temperature bollenti. I bambini vengono a giocare nell’acqua. Le famiglie si siedono lungo la riva. I giovani cercano di ritagliarsi qualche ora che assomigli alla vita di una volta.

Ma dietro questa scena, questa immagine, c’è sempre la paura. Al largo si vedono le navi della marina israeliana. La costa, un tempo luogo di balneazione, pesca e svago, è diventata anche un luogo in cui la gente sa che un attacco improvviso potrebbe colpirla.

Eppure, le persone continuano a venire sulla spiaggia. Perché non hanno molte altre scelte. A Gaza, anche le cose più semplici sono diventate calcoli dettati dalla paura. Devo andare al mare? Devo sedermi in un bar? Devo restare nella tenda nonostante il caldo? Il posto dove sto andando è più sicuro di quello che sto lasciando?

IERI IL MARE non era semplicemente uno sfondo di quella scena terrificante di fumo e sangue. Era davanti ai miei occhi per tutto il tempo. Continuavo a guardarlo tra un momento di lavoro e l’altro, pensando di essere venuta lì per respirare un po’, per allontanarmi dalle notizie, dai bombardamenti e dalle macerie. Ma mi sono resa conto che non potevo fuggire. Persino il mare porta con sé la guerra.

Dopo l’attacco, ho continuato a guardare l’acqua. Il mare era dolorosamente calmo, come se nulla fosse accaduto. Ma dentro di me non c’è nessuna calma. C’è lo choc che mi attanaglia e una domanda a cui ancora non so rispondere: come è possibile che un luogo che abbiamo amato per tutta la vita sia stato tramutato in un luogo di cui abbiamo tanta paura?

A Gaza, il mare non significa più libertà. È un mare assediato, con l’orizzonte davanti a noi, una città devastata alle nostre spalle e un cielo sopra di noi da cui la morte può arrivare in qualsiasi momento.

Eppure, torneremo. Forse tornerò anch’io. Mi siederò di nuovo in riva al mare insieme al mio amico Omar. Forse aprirò il mio portatile e proverò a lavorare. Forse guarderò l’acqua come ho sempre fatto. Continuerò ad amare il mare ma ne avrò anche paura.

FORSE È PROPRIO questa la guerra, nella sua forma più semplice e primitiva: ti porta via i luoghi in cui un tempo andavi per dimenticare, per un momento, che stai vivendo un incubo.

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