19/07/2026
da Il Manifesto
Medio oriente I giordani leggono la guerra regionale con la lente della Palestina e accusano Israele. Criticano la presenza delle basi Usa
Dopo una nuova notte di pesanti raid americani contro l’Iran, missili e droni sono stati lanciati ieri, nelle prime ore del mattino, contro le basi di Muwaffaq Salti e Al Azraq, in un nuovo attacco di Teheran contro le installazioni militari della Giordania che ospitano forze statunitensi. Amman afferma che non si sono registrati feriti né danni materiali. La Guardia rivoluzionaria iraniana, invece, sostiene di aver compiuto un «attacco devastante». A fare chiarezza sono stati i comandi Usa, riferendo che due militari statunitensi sono rimasti uccisi mentre difendevano le basi da missili e droni. Un terzo soldato risulta disperso.
Notizie alle quali i media statali giordani hanno dato poco rilievo. Non sorprende, perché la ripresa della guerra contro l’Iran, scatenata da Donald Trump e Benyamin Netanyahu il 28 febbraio, incrina non poco la narrazione ufficiale della Giordania, «vittima della geografia» perché incastrata tra Israele, Cisgiordania occupata, Libano, Siria, Iraq e Arabia saudita e, pertanto, esposta, suo malgrado, alle conseguenze di conflitti regionali dai quali cerca di tenersi a distanza. Può ancora re Abdallah, alleato di ferro dell’Occidente, critico nei confronti di Israele e delle sue politiche contro i palestinesi eppure pronto ad abbattere i missili iraniani diretti verso Tel Aviv, affermare che il suo regno sta soltanto difendendo la propria sovranità mentre ospita e assiste forze americane impegnate in guerra?
Questo interrogativo si è posto più volte dopo il 7 ottobre 2023, in un contesto nel quale la maggioranza dei giordani considera Israele il principale responsabile dell’instabilità regionale. La distruzione di Gaza e l’uccisione di decine di migliaia di civili palestinesi hanno ampliato il divario tra lo Stato e la società. Le manifestazioni di solidarietà con i palestinesi sono state quotidiane ad Amman e in altre città tra la fine del 2023 e la primavera del 2025, prima della repressione ordinata dal governo con il pretesto della «lotta al terrorismo». La tensione è tornata a salire dopo il 28 febbraio. Si sono riproposti con maggiore forza i dubbi sul ruolo del paese nella guerra, nonostante i media affiliati allo Stato, dalla piattaforma Hala Akbar, di proprietà dell’esercito, alla tv Al-Mamlaka, stiano inondando il pubblico con immagini eroiche della Giordania, presentata come una fortezza assediata da tutti che sopravvive solo grazie all’unità e al coraggio delle proprie forze armate. Non convincono le assicurazioni del ministro degli Esteri Ayman Safadi, secondo cui la presenza militare americana nel regno risponde esclusivamente alla lotta al terrorismo. Per non pochi cittadini è naturale che l’Iran cerchi di colpire le basi Usa nella regione, quindi anche in Giordania, perché si sta difendendo da un’aggressione che giunge da vari punti.
Tuttavia, se i giordani condannano Israele e gli Stati uniti per l’assassinio della Guida suprema iraniana Ali Khamenei – il 62,5% secondo un sondaggio del Politics and Society Institute – ciò non vuol dire che siano sostenitori di Teheran. «La realtà è molto complessa», spiega al manifesto l’analista Mariam Abu Samra, da Amman. «La maggior parte dei giordani interpreta gli attuali sviluppi regionali innanzitutto attraverso la lente della Palestina. Comprende che gli attacchi iraniani contro le basi statunitensi si inseriscono in un’escalation iniziata con la più recente fase genocidaria del colonialismo israeliano a Gaza e progressivamente estesa al Libano, alla Siria, all’Iraq e ad altri scenari regionali». Allo stesso tempo non c’è un sostegno diffuso all’Iran, precisa Abu Samra. «Molti giordani guardano con diffidenza alla politica regionale iraniana, ricordando il suo ruolo in Siria, Iraq e Libano e interpretandolo come espressione di interessi geopolitici propri più che di un sostegno disinteressato alla causa palestinese».
Resta comunque forte l’idea che il sostegno americano a Israele sia la causa di gran parte dell’instabilità regionale e che la presenza di basi statunitensi sul territorio giordano possa trascinare il paese in guerra mentre attraversa una grave fase di difficoltà economica: il tasso di disoccupazione è del 22,3%, il debito pubblico ammonta a 56 miliardi di dollari, pari al 114% del Pil, e il turismo, che rappresenta il 20% del Pil, è crollato a causa dei conflitti regionali. «L’elemento più condiviso», conclude Mariam Abu Samra, «perciò è la volontà di evitare che la Giordania possa trasformarsi in un terreno di scontro tra potenze regionali e internazionali».

