13/01/2026
da La Notizia
Politica italiana dati Inps smontano la narrazione del governo: salari sotto i 14 mila euro, carriere precarie e una legge di bilancio che non cambia rotta
C’è una fotografia che inchioda il presente e ipoteca il futuro. È quella scattata dai dati Inps, letti e riorganizzati dalla Cgil: salari bassi oggi, pensioni inadeguate domani. Una traiettoria lineare, senza scarti né sorprese. Per i giovani, il lavoro povero smette di essere una fase e diventa una condizione permanente. Fine pena mai.
Un operaio under 35 guadagna in media meno di 14.000 euro lordi l’anno. Un impiegato giovane non arriva a 22.000 euro. A parità di mansioni, lo scarto con i colleghi over 35 supera il 40 per cento. Non è un ritardo fisiologico, è una svalutazione strutturale del lavoro giovanile che si riflette direttamente sui contributi previdenziali e quindi sulle pensioni future. Con carriere frammentate e retribuzioni così basse, il montante contributivo nasce già insufficiente. La previdenza diventa una promessa irraggiungibile.
Salari bassi oggi, pensioni povere domani
Il meccanismo è noto e implacabile. L’adeguamento automatico all’aspettativa di vita spinge l’asticella dei requisiti contributivi sempre più in alto: entro il 2035 si rischia di dover raggiungere 46 anni e 3 mesi di contributi. Incrociato con i salari reali degli under 35, questo dato trasforma la pensione in un miraggio statistico. Chi entra tardi nel mercato del lavoro, chi alterna contratti brevi e periodi di inattività involontaria, accumula buchi che nessuna retorica sull’impegno individuale può colmare.
La legge di Bilancio 2026, davanti a questo scenario, resta ferma. Non interviene sui salari, non rafforza la contribuzione, non corregge la precarietà. Anzi, la cristallizza. Gli sgravi contributivi alle imprese per le assunzioni giovanili riducono il costo del lavoro senza incidere sulle buste paga. Il lavoro dei giovani viene trattato come “lavoro scontato”, non come un investimento. Il risultato è una generazione che versa meno contributi oggi e riceverà meno diritti domani.
Lara Ghiglione, segretaria confederale della Cgil, lo dice senza giri di parole: «Dire a un giovane che deve lavorare fino a 46 anni di contributi quando oggi guadagna meno di 14.000 o 22.000 euro l’anno significa costruire una precarietà permanente». È una frase che pesa perché poggia sui numeri, non sulle intenzioni.
La narrazione del governo e i numeri che la smentiscono
Nella conferenza stampa di fine anno, Giorgia Meloni ha rivendicato un’Italia che cresce, un’occupazione “record”, un’attenzione particolare ai giovani grazie agli incentivi e alla stabilità dei conti pubblici. È una narrazione coerente con se stessa, ma incoerente con i dati. L’occupazione cresce anche quando il lavoro è povero. I contratti aumentano anche se le retribuzioni restano basse. La stabilità dei conti viene perseguita scaricando il costo sulle generazioni più giovani.
I numeri Inps mostrano che un giovane su tre è già oggi in condizione di povertà lavorativa. Mostrano che la distanza salariale tra giovani e adulti non si riduce. Mostrano che la legge di Bilancio non corregge queste distorsioni, ma le accompagna, sostituendo diritti strutturali con bonus selettivi e temporanei. Quando dal palco si parla di futuro garantito, dai dati emerge un futuro ipotecato.
Lavoro povero e questione abitativa
C’è poi la questione abitativa, che rende il quadro ancora più rigido. Con salari sotto i 14.000 o i 22.000 euro, l’affitto diventa una trappola. La Manovra riduce drasticamente il Fondo per la morosità incolpevole, lasciando i giovani esposti a sfratti e indebitamento. Anche qui, la distanza tra racconto e realtà è netta.
«Un’altra strada è possibile», insiste Ghiglione. Salari dignitosi, lavoro stabile, politiche industriali e sociali che guardino alla qualità dell’occupazione. È un’alternativa che chiama in causa scelte precise. Perché il lavoro povero giovanile non è un effetto collaterale: è il prodotto di decisioni politiche che hanno scelto di non intervenire. E i dati, più delle conferenze stampa, continuano a dirlo con ostinata chiarezza.

