02/04/2026
da Remocontro
Rischia di allargarsi a macchia d’olio lo scontro nel Golfo Persico, dopo l’attacco israelo-americano. La furiosa reazione di Teheran, che ha bloccato lo Stretto di Hormuz e spara missili e droni su tutta la regione, sta spingendo qualche Paese a contrattaccare.
La pazienza è finita
Finora si sono solo difesi, utilizzando radar e sistemi d’arma antimissile (e anti-droni) di fabbricazione americana. Ma adesso, evidentemente, le Guardie rivoluzionarie iraniane (responsabili della gestione dell’artiglieria ‘spaziale’) hanno superato ogni limite e gli Emirati dicono ‘basta’. «Secondo quanto riferito da funzionari arabi – scrive in esclusiva il Wall Street Journal – gli Emirati Arabi Uniti si stanno preparando ad aiutare gli Usa e altri alleati ad aprire con la forza lo Stretto di Hormuz. Questa mossa li renderebbe il primo Paese del Golfo Persico a entrare in conflitto, dopo essere stato colpito dagli attacchi iraniani». Una notizia importante, che capovolge l’approccio fin qui seguito dalle nazioni, vicine a Washington, che si trovano coinvolte nell’area di crisi. Anche perché si tratterebbe di una vera e propria dichiarazione di guerra, successiva a un’auspicata risoluzione che dovrebbe essere (forse) adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. «I diplomatici emiratini – spiega il WSJ – hanno esortato gli Stati Uniti e le potenze militari in Europa e Asia a formare una coalizione per aprire lo Stretto con la forza. Un funzionario degli Emirati ha dichiarato che il regime iraniano ritiene di combattere per la propria sopravvivenza ed è disposto a trascinare con sé l’economia globale nella morsa dello Stretto. Lo stesso funzionario ha affermato che il suo Paese ha esaminato le proprie capacità di contribuire alla sicurezza dello Stretto, compresi gli sforzi per bonificarlo dalle mine e altri servizi di supporto». Inoltre, ambienti di governo dello Stato del Golfo hanno chiesto agli Stati Uniti di occupare le isole in posizione strategica, tra cui Abu Musa, che è sotto il controllo dell’Iran ed è rivendicata dagli Emirati Arabi.
Si muovono tutti gli Stati del Golfo
Anche l’Arabia Saudita e altri Paesi interessati direttamente dal fuoco incrociato della guerra si stanno mobilitando e provano a formare una coalizione, prima di tutto diplomatica, contro gli ayatollah. A questo punto, è inutile dirlo, c’è grande preoccupazione su quello che sarà lo sviluppo della guerra. In particolare, si teme un accordo ‘annacquato’, che lasci sostanzialmente molti problemi irrisolti, a cominciare dalla ingombrante e minacciosa presenza del regime teocratico persiano, che prima o dopo sarà ansioso di vendicarsi. Il Bahrein, stretto alleato degli Stati Uniti e sede della Quinta Flotta della Marina statunitense, è il promotore della risoluzione delle Nazioni Unite. La proposta diplomatica potrebbe essere bloccata da Russia e Cina con un veto, mentre si ha notizia che la Francia sta preparando una sua risoluzione. Tuttavia, hanno fatto sapere fonti diplomatiche, gli Emirati sarebbero comunque pronti a unirsi a un’iniziativa di guerra per liberare lo Stretto di Hormuz, anche senza la ‘benedizione’ dell’Onu. E questa è una presa di posizione fondamentale, perché parte da un presupposto ritenuto vitale per tutti gli Stati del Golfo Persico: l’Iran non potrà mai avere una ‘supervisione’ permanente sullo Stretto di Hormuz, compreso un sistema di pedaggi. Per questo, tutti in realtà pensano che la migliore delle soluzioni sia la guerra, condotta fino in fondo e con il rovesciamento del regime.
L’Iran si fa più aggressivo
La frenetica attività diplomatica degli Emirati e la loro disponibilità a far parte di una coalizione che usi la forza per liberare Hormuz, anche senza il mandato delle Nazioni Unite, hanno provocato una reazione furibonda da parte iraniana. Così si è passati dall’opera di mediazione tentata con l’invito fatto ad Alì Larijani (il capo della Sicurezza degli ayatollah, poi ucciso dagli israeliani), alla situazione attuale, in cui Abu Dhabi è bersaglio quotidiano di missili e droni. «L’Iran – afferma il WSJ – ha reagito intensificando i bombardamenti sugli Emirati. Dopo settimane di bassa intensità, gli attacchi missilistici e con droni iraniani contro gli Emirati sono aumentati drasticamente negli ultimi giorni, con quasi 50 missili balistici, missili da crociera e droni lanciati martedì. Teheran ha avvertito che avrebbe distrutto le infrastrutture civili vitali di qualsiasi Stato del Golfo che avesse supportato un’operazione per impadronirsi del suo territorio, indicando in particolare gli Emirati Arabi Uniti. ‘Potrebbero entrare in questa guerra solo per trovarsi di fronte a un Iran più aggressivo, continuare a subire colpi alle infrastrutture critiche e potenzialmente alla fiducia degli investitori, e poi faticare a ricostruire i rapporti con il loro vicino, soprattutto se Trump decidesse di dichiarare vittoria prima di riaprire lo Stretto o di neutralizzare le capacità missilistiche e dei droni dell’Iran’, ha detto Elizabeth Dent , ricercatrice presso il Washington Institute for Near East Policy».
Danni economici colossali
La quantificazione dei danni collaterali inflitti agli Emirati dalla guerra all’Iran è un ‘work in progress’, ma in ogni caso la contabilità è sconfortante. Soprattutto se si guarda alle aspettative del terziario. «Gli attacchi iraniani – sottolinea il WSJ – hanno ridotto il traffico aereo e il turismo negli Emirati Arabi Uniti, danneggiato il mercato immobiliare e provocato un’ondata di licenziamenti e sospensioni dal lavoro. Hanno inoltre messo in discussione il principale punto di forza del Paese: l’immagine di oasi di pace in un contesto regionale difficile.
- Gli Emirati – conclude l’analisi del WSJ – possiedono basi, un porto in acque profonde a Jebel Ali e una posizione vicino all’imboccatura dello Stretto di Hormuz che potrebbe rivelarsi un utile punto di appoggio per un’operazione guidata dagli Stati Uniti, diretta a conquistare isole o a scortare petroliere commerciali attraverso il canale».

