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Gli extraprofitti del petrolio sono nei paradisi fiscali. Ecco come tassarli davvero

Gli extraprofitti del petrolio sono nei paradisi fiscali. Ecco come tassarli davvero

 Finanza 

11/04/2026

da Valori 

Luca Pisapia

Un quarto degli extraprofitti del petrolio finisce nei paradisi fiscali. Per tassarli davvero, secondo l'economista Zucman, serve agire sui profitti globali

A sei settimane dall’inizio della spaventosa guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il prezzo del petrolio continua a salire. Se prima della tregua il Brent era arrivato a toccare i 117 dollari a barile ora è sceso a 94. Valori comunque altissimi. Le compagnie petrolifere e i fondi d’investimento finanziari continuano a guadagnare dalle speculazioni sul greggio. In particolare gli hedge fund americani, come abbiamo scritto su Valori.

Il combinato disposto tra guerra e speculazione sta determinando una crisi energetica devastante a livello globale. Per questo cinque Paesi membri hanno chiesto all’Unione europea di tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere. Ma c’è un problema: le compagnie petrolifere hanno nascosto buona parte di questi profitti nei paradisi fiscali.

Cinque Paesi dell’Unione europea chiedono alla Commissione una tassa sugli extraprofitti del petrolio

Venerdì 3 aprile i ministri dell’Economia di Austria, Germania, Italia, Portogallo e Spagna hanno scritto una lettera al commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra. Come riporta il Sole 24 Ore, la lettera preme per una misura per tassare gli extraprofitti delle società energetiche. «Il conflitto in Medio Oriente ha causato un aumento dei prezzi del petrolio, imponendo un onere significativo sull’economia europea e sui cittadini europei. È importante garantire che tale onere sia distribuito equamente»,  scrivono i cinque. E chiedono alla Commissione di sviluppare «uno strumento a livello europeo. Fondato su una solida base giuridica».

«Una soluzione europea rappresenterebbe un segnale, dimostrando che siamo uniti e in grado di agire», prosegue la lettera. E invierebbe un messaggio chiaro. «Coloro che traggono profitto dalle conseguenze della guerra devono fare la loro parte per alleviare il peso sulla collettività». Un portavoce della Commissione europea ha risposto: «Abbiamo ricevuto la lettera. La stiamo attualmente esaminando e risponderemo a tempo debito». E ha ricordato che l’esecutivo europeo sta lavorando «a stretto contatto con gli Stati membri su possibili misure politiche mirate» per rispondere alla crisi energetica. Ma tutto questo non tiene conto di un dato significativo. Le multinazionali del settore estrattivo, comprese le compagnie petrolifere, trasferiscono una quota consistente dei loro profitti nei paradisi fiscali.

Un quarto degli extraprofitti del petrolio è già nei paradisi fiscali

Come dimostra lo studio The Global Allocation of Extractive Windfalls di Alice Chiocchetti e Ninon Moreau-Kastler, infatti, buona parte dei profitti delle compagnie petrolifere è già stata spostata nei paradisi fiscali. Dove le tassazioni sono favorevoli. Hai voglia quindi a chiedere una tassa sugli extraprofitti, se la stalla fiscale è già stata aperta e i buoi dei profitti derivati dal petrolio sono già fuggiti. Per elaborare i dati gli autori della ricerca si sono avvalsi del database fiscale elaborato dall’Ocse e dei dati sui produttori di materie prime forniti da società specializzate. E la conclusione non lascia spazio ai dubbi. «Mentre il 76% dei profitti viene dichiarato nei paesi in cui estraggono, il restante quarto è distribuito tra le economie a valle [i Paesi di consumo] e le giurisdizioni a bassa tassazione». Ovvero i paradisi fiscali.

Oltretutto, spiega la ricerca, si sviluppa tutto un gioco interno tra varie società che appartengono agli stessi gruppi. Le società nei paradisi fiscali sono infatti specializzate in assicurazioni o servizi finanziari intragruppo. E questo spiega perché le imposte straordinarie sugli utili dei giganti energetici spesso generano entrate inferiori alle stime dei governi. Come era successo con l’imposta introdotta nell’Unione europea nel 2022 a seguito dell’impennata inflazionistica innescata dalla guerra in Ucraina. Anche allora le tasse sugli extraprofitti delle compagnie energetiche hanno generato un gettito di molto inferiore alle aspettative. I profitti del petrolio erano già a prendere il sole nei paradisi fiscali.

Extraprofitti e paradisi fiscali: perché le tasse sulle compagnie energetiche non funzionano

«I meccanismi di tassazione delle multinazionali non rispecchiano più la realtà economica», dice infatti a Le Monde Quentin Parrinello, dell’Osservatorio internazionale sulla fiscalità. Mentre le due autrici Alice Chiocchetti e Ninon Moreau-Kastler sono ancora più dirette. «Quando i prezzi dell’energia salgono alle stelle, i governi sono spesso tentati di introdurre tasse sugli extraprofitti», spiegano. «Ma, come dimostra il nostro studio, le aziende del settore estrattivo registrano maggiori profitti nei paradisi fiscali durante i periodi di boom delle materie prime, il che riduce l’efficacia di queste tasse». Insomma, tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere è cosa buona e giusta. Ma bisogna prima impedire che finiscano nei paradisi fiscali.

Per comprendere concretamente la questione è utile analizzare un lungo messaggio indirizzato dall’economista francese Gabriel Zucman all’amministratore delegato del colosso petrolifero francese TotalEnergies, Patrick Pouyanné. Il docente universitario ha puntato in particolare il dito contro un comunicato diffuso dalla compagnia, nel quale si afferma che l’azienda non delocalizza i suoi profitti nei paradisi fiscali.

Il caso TotalEnergies: come 11,5 miliardi di dollari spariscono nel “resto del mondo”

«In un momento difficile come questo i cittadini meritano chiarezza», ha osservato Zucman. Che si poi rivolto direttamente al manager: «Dal 2022 pubblicate informazioni sulle imposte che pagate Paese per Paese. Ma serve un lavoro da detective, poiché l’uso dei paradisi fiscali è sapientemente nascosto». TotalEnergies non paga infatti quasi nulla di tasse sulle società in Francia: «Anno dopo anno – prosegue l’economista – vi avete in effetti dichiarato soltanto perdite, anche se a livello mondiale i vostri ricavi abbiano superato i 20 miliardi di dollari. E ciò benché in Francia abbiate 37mila dipendenti».

Dove sono finiti perciò tutti quei profitti? «Nei vostri conti nominate alcuni paradisi fiscali come le Bahamas o le Bermuda nei quali non dichiarate alcun ricavo», sottolinea ancora Zucman. «Ma occorre analizzare la lista fino in fondo: all’ultima linea sommessamente chiamata “resto del mondo” si trova la bellezza di 11,5 miliardi di dollari di ricavi nel 2022, tassati al 4%». In altre parole, nel “resto del mondo”, TotalEnergies dichiara tra il 25 e il 30% dei sui ricavi: oltre agli 11,5 miliardi del 2022, anche 9,1 miliardi nel 2023 e 5,9 miliardi nel 2024. Su totali, rispettivamente, di 49, 28,5 e 23 miliardi nei tre anni presi in considerazione.

Come tassare davvero gli extraprofitti del petrolio: la proposta di Gabriel Zucman

Somme gigantesche sulle quali i prelievi fiscali sono stati dunque bassissimi. «Nessuno sa chi ci sia in quel “resto del mondo”, poiché non lo indicate da nessuna parte. Ma le informazioni disponibili pubblicamente possono darci qualche indicazione», insiste l’economista francese. Che fa quindi a chiare lettere il nome della Svizzera: «I vostri conti indicano che avete dichiarato 5,9 miliardi di profitti nel 2024 in questo “resto del mondo”, che comprende la nazione elvetica. Ecco come siete scampati alla tassa sui super-profitti del 2022: essa si applica solo ai ricavi dichiarati in Francia (che secondo voi sono inesistenti), non agli 11,5 miliardi di cui sopra».

Di qui la possibile soluzione: «La morale della favola è che non sarebbe inutile tassarvi. Al contrario. Ma per far pagare chi approfitta della guerra (per arricchirsi, ndrsono i super-profitti globali che occorre tassare». Basterebbe insomma chiedere di dimostrare cosa si è pagato altrove, e imporre di corrispondere la differenza rispetto a quanto si sarebbe dovuto versare se l’intera somma fosse stata tassata in patria. Non sono i mezzi a mancare, quanto piuttosto la volontà politica di utilizzarli.

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