13/09/2026
da Il Manifesto
Stretti indispensabili I miliziani dello Yemen prendono il Mar Rosso in 18 ore e fanno incetta di mezzi e di armi: qualcuno è fuggito senza combattere
Bastano diciotto ore agli Houthi yemeniti, alleati dell’Iran, per spazzare via le ultime posizioni governative saudite lungo il litorale occidentale del Mar Rosso e prendere il pieno controllo dello stretto strategico di Bab al-Mandab. Le città di Mocha e Dubab, e l’isola di Perim, cadono una dopo l’altra. Il controllo degli Houthi si allarga al porto di Aladi, all’isola di Zukar, al complesso militare di Alomari, all’arcipelago delle Hanish, fino alla vetta strategica del monte Jard, nella provincia di Taiz. Il portavoce militare Houthi rivendica il controllo totale su sei distretti tra Taiz e Hodeidah.
La ritirata improvvisa delle forze leali al governo riconosciuto, che il comandante Tareq Saleh ha derubricato a un «riordinamento tattico delle file», ha scatenato polemiche roventi e accuse di tradimento. Secondo alcune fonti, i generali yemeniti avrebbero lanciato appelli disperati per ottenere la copertura aerea promessa dall’Arabia Saudita, mai arrivata. Analisti ed ex vertici militari yemeniti fanno però notare che centri chiave e guarnizioni ben armate sono stati abbandonati senza sparare un colpo, un segno delle spaccature e degli interessi divergenti tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che sostengono fazioni diverse all’interno della coalizione di forze politiche e militari riunita formalmente nel 2022 contro gli Houthi.
NELLA FUGA degli avversari, gli Houthi mettono le mani su ingenti quantità di equipaggiamento americano, compresi i blindati Oshkosh Matv. Appena preso lo stretto, il comando Houthi annuncia un blocco navale mirato: la navigazione internazionale nel Mar Rosso resta sicura per tutti i Paesi tranne che per le navi e le petroliere legate all’Arabia Saudita. Per i Saud l’effetto è immediato, e pesante.
Il governo Houthi alza i toni verso Riyadh, avvertendo che un’eventuale escalation non resterà unilaterale e che l’equazione «blocco per blocco, escalation per escalation» è ormai un’opzione concreta. Il vicepremier Al-Rowaishan ribadisce che lo Yemen non può essere spezzato, né costretto ad arrendersi. Nonostante la retorica bellica, Sanaa mantiene aperta la porta a una pace onorevole, con un importante linea rossa: la propria sovranità.
Donald Trump afferma che gli Houthi hanno telefonato a Washington chiedendo di non intervenire nel conflitto. In realtà sembra che Washington non abbia alcuna intenzione di offrire un sostegno militare significativo a Riyadh, nemmeno sotto attacco diretto. Riaprire una grande campagna contro gli Houthi, difficili e costosi da sopraffare, non sembra essere nell’agenda di Trump, almeno fino alla fine delle elezioni di metà mandato. Non stupisce che la richiesta del principe ereditario Mohammed bin Salman di lanciare attacchi aerei diretti contro le posizioni Houthi nello Yemen sia stata respinta dal presidente americano. Gli Usa dispongono comunque di circa 200 consiglieri militari in Arabia Saudita e 50mila soldati schierati nella regione.
WASHINGTON esercita una forte pressione economica sull’Iran ma non riesce a impedire a Teheran e ai suoi alleati di imporre costi attraverso i mercati energetici e i checkpoint marittimi. Teheran smentisce un coinvolgimento diretto nella pianificazione dell’offensiva. Quasi certamente, però, continua a fornire armi avanzate, finanziamenti e supporto d’intelligence agli Houthi. Il controllo indiretto sui due stretti si traduce in potere negoziale e più margine nelle trattative internazionali. Teheran lo coltiva su entrambi i fronti. I canali diplomatici restano aperti, con colloqui in Oman previsti per lunedì assieme alle monarchie del Golfo Persico, dedicati soprattutto alla sicurezza e alla navigazione nello Stretto di Hormuz.
Nel frattempo, attacchi di droni hanno colpito il gasdotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita nelle regioni di Riyadh e Medina, con lanci che, secondo il ministero degli esteri saudita, sarebbero partiti dal territorio iracheno. L’oleodotto strategico è stato chiuso temporaneamente, Riyadh attribuisce l’attacco come proveniente dall’Iraq, ma precisa che il Regno non risponderà militarmente, per concedere al governo iracheno «l’opportunità di adottare le misure necessarie». Baghdad condanna fermamente gli attacchi, e il premier iracheno Ali Faleh al-Zaidi ordina un’indagine per chiarire le circostanze e identificare i responsabili.
LA CRISI METTE alla prova anche il Patto di Difesa di Mecca, l’alleanza di sicurezza reciproca firmata ad agosto tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Il ministro della difesa pakistano Khawaja Asif ricorda che un’aggressione a un membro del patto equivale a un attacco contro tutti, ma sia Islamabad che Ankara restano caute e precisano che i meccanismi operativi della coalizione non sono ancora formalmente attivi. Gli Houthi, dal canto loro, sfidano apertamente il patto: minacciano ritorsioni militari contro Turchia e Pakistan, se dovessero intervenire a fianco di Riyadh.
Non esistono facili uscite, né militari né economiche. La conquista di Bab al-Mandab segna una svolta strutturale nello scenario geopolitico globale. La pressione sull’Iran si scontra con la crescente capacità di Teheran e degli Houthi di rifletterla sull’economia globale, che resta esposta a un’incertezza energetica destinata a durare, se non cambia l’atteggiamento politico degli Stati Uniti.
SENZA DIMENTICARE che, dietro ogni conflitto, resta il dramma umano. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) riferisce che almeno 46mila persone, in Yemen, sono fuggite dalle proprie case da quando sono riesplosi gli scontri. Circa 22,3 milioni di persone, su una popolazione di 35 milioni, hanno bisogno di assistenza umanitaria: tra loro, 5,2 milioni sono sfollati interni.

