29/07/2026
da Avvenire
Il 62,2% delle persone che non avrà altri figli dichiara di avervi rinunciato per ostacoli economici, lavorativi o sociali. De Palo, presidente Fondazione per la Natalità: «Milioni di persone non riescono a realizzare il proprio progetto»
È capitato a una persona a te cara, tanto cara da confessarti: “Quest’anno vorremmo avere un figlio”. Ma l’anno è passato e quel bimbo, che per affetto o parentela avresti chiamato “nipote”, non è ancora arrivato. Oppure è capitato proprio a te, quando hai dovuto ammettere con qualcuno di fidato: “Lo vorremmo, ma adesso non possiamo”. È su questo divario tra desiderio e realizzazione che si concentra il “Dossier Natalità 2026: Volere o Potere”, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con l’Istat e presentato ieri a Roma, nel corso di un evento patrocinato dall’Inps.
Il 2025 ha segnato un nuovo minimo storico delle nascite dal secondo dopoguerra. Sono nati circa 355mila bambini, ossia più o meno la metà di quanti ne erano stati dichiarati nelle intenzioni delle donne. Nel frattempo, si sono registrati 652mila decessi, con un saldo naturale negativo di 297mila persone. Il tasso di fecondità è sceso invece a 1,14 figli per donna. Al di là delle vicissitudini fisiologiche, il rapporto mostra come dietro questi record negativi ci siano soprattutto motivazioni legate al nostro sistema economico e politico. Tra gli italiani in età feconda ben il 62,2% delle persone che non avrà altri figli dichiara di avervi rinunciato per ostacoli economici, lavorativi o sociali. Esiste poi una parte di italiani per la quale i figli non rientrano nel proprio progetto di vita, ma si tratta solo del 5,5% e, quindi, non di un cambiamento culturale così radicale da influenzare effettivamente l’andamento demografico. «Per anni ci siamo raccontati che gli italiani non fanno figli perché non li vogliono. I dati dimostrano esattamente il contrario. Il vero problema è che milioni di persone non riescono a realizzare il proprio progetto di vita», commenta Gigi De Palo, presidente della Fondazione per la Natalità. Concretamente, ci sono oltre 2,8 milioni di italiani che indicano le difficoltà economiche e lavorative come principale ostacolo alla scelta di avere figli. «È questo il dato numericamente più rilevante. Vuol dire che non mettiamo i giovani nella condizione di realizzare i loro sogni familiari per mancanza di un lavoro adeguato e a tempo indeterminato, dell’accesso alla prima casa, e aggiungo, per una discriminazione fiscale, perché oggi in Italia si pagano le tasse non in base alla composizione familiare e al reddito, ma solamente in base al reddito, e questo è iniquo».
Tra le motivazioni della rinuncia, poi, quasi una donna su due (49,9%) mette i timori di conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità, contro il 24% degli uomini. A questo si aggiunge il peso del welfare, con oltre tre milioni di donne risultate inattive per motivi familiari, contro 151mila uomini. Ben 763mila persone dicono di rinunciare ai figli anche per la necessità di assistere i genitori anziani. Un dato che è specchio della sempre più faticosa sostenibilità del sistema sanitario, del welfare e del sistema pensionistico, chiamati a far fronte a una popolazione sempre più anziana con un numero sempre minore di giovani: «Questo della generazione “sandwich”, insieme agli altri dati, dimostra che la condizione della natalità è un problema complesso, che richiede risposte complesse». Oggi il tema non è convincere qualcuno ad avere figli, specifica dunque De Palo, «ma restituire alle persone la libertà di poterli avere. Finché mettere al mondo un figlio continuerà a essere percepito come un rischio economico, lavorativo e sociale, continueremo ad assistere a un declino che riguarda tutti».
Per questo la Fondazione rinnova l’appello affinché, «invece di continuare a dare per scontata la famiglia e a non prendere in considerazione questi dati come hanno fatto tutti i governi dal 1948», la natalità diventi adesso una priorità strutturale dell’agenda politica, attraverso interventi capaci di sostenere il lavoro femminile, favorire la conciliazione tra famiglia e occupazione, promuovere una fiscalità più equa e garantire ai giovani condizioni di stabilità che consentano loro di costruire il proprio futuro. Temi che a novembre saranno al centro della sesta edizione degli Stati Generali della Natalità e sui quali la Fondazione, «cercando di fare da pungolo in maniera sussidiaria», porta avanti proposte concrete, come «il riconoscimento del quoziente familiare o qualcosa di similare per valorizzare nel pagamento delle tasse chi ha più figli, ossia dare quel segnale che manca non solo per una questione di soldi, ma anche culturale, mostrando fiducia nei confronti delle famiglie e del Paese». Quello della natalità, ci ricorda infine De Palo, è un impegno che chiama in causa tutti: Governo e opposizione, imprese e sindacati, mondo della cultura e dei media, del Terzo settore e dell’associazionismo, per costruire insieme le condizioni che consentano alle nuove generazioni di scegliere davvero liberamente.

