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Gli scienziati accusano i media sul caldo: «Stanno nascondendo la crisi climatica»

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Ambiente

27/06/2026

da Avvenire

Monica Zornetta

In Gran Bretagna lettera aperta di un gruppo di climatologi: in tre notizie su cinque durante l’ondata di caldo di maggio mancava ogni riferimento al cambiamento climatico. Secondo l’Osservatorio di Pavia in 3 anni sul tema s'è registrtoa un calo del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei tg

Pochi giorni fa alcuni importanti climatologi britannici hanno scritto una lettera aperta ai principali media del Paese per chiedere un nuovo racconto giornalistico sul caldo estremo che dallo scorso maggio interessa anche il Regno Unito. Secondo gli autori dell’appello – nove climatologi, la maggior parte docenti delle più importanti università d’Inghilterra – il modo in cui le principali emittenti televisive trattano «le ondate di calore» non renderebbe chiaro ai cittadini l’imprescindibile legame che le unisce al cambiamento climatico causato dalle elevate concentrazioni di gas serra. «Spesso il pubblico britannico non riceve informazioni chiare sulla connessione, scientificamente consolidata, tra eventi estremi, cambiamento climatico ed emissioni da combustibili fossili».

«Tre notizie su cinque durante l’ondata di calore di maggio non menzionavano i legami diretti, mentre due quinti dei servizi sull’obiettivo net zero non facevano alcun riferimento al cambiamento climatico». Le stesse immagini scelte nei servizi, hanno precisato i sottoscrittori dell’appello, sarebbero inadatte a «rappresentare adeguatamente i seri rischi per la salute associati a questi eventi». Al contrario, una corretta informazione dovrebbe «spiegare esplicitamente che sono le emissioni di gas serra, generate principalmente dalla combustione dei combustibili fossili, a rendere le ondate di caldo estremo più frequenti e più intense» e che le «politiche di emissioni nette zero mirano a eliminarle progressivamente».

La perdita di centralità della questione climatica sui media non è tuttavia un fenomeno limitato al Regno Unito: secondo il Media and Climate Change Observatory (MeCCO), nel 2025 la copertura mediatica globale del cambiamento climatico è diminuita del 14% rispetto all’anno precedente e del 38% rispetto al 2021. Anche in Italia si registra una contrazione dell’attenzione, come mostra il report dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace.

Comparato con il 2022, nel 2025 le notizie con un focus centrale sul clima sono diminuite in Italia del 26,1% sui quotidiani e del 52,9% nei tg (a fronte di un aumento delle pubblicità di aziende inquinanti: + 26% nel 2025 rispetto al 2024). Dal monitoraggio di notiziari trasmessi in un determinato arco di tempo da sette tv generaliste; dall’esame degli articoli pubblicati nello stesso periodo su cinque dei maggiori quotidiani nazionali, compreso Avvenire , e delle pagine Facebook di dieci testate, è emerso che solo il 23% dei servizi contestualizzava le ondate di calore all’interno della crisi climatica e che solo in nove casi su trenta l’informazione arrivava a collegarle direttamente al riscaldamento globale. Nel 71,3% degli articoli e nel 67,4% delle notizie televisive la crisi climatica era trattata senza un adeguato approfondimento.

Il racconto degli eventi climatici eccezionali come avvenimenti isolati e non come parte di una tendenza globale, tende a usare anche, nel 60% dei casi, le dichiarazioni estemporanee di persone comuni, turisti o passanti accaldati e immagini spesso disallineate con il testo letto nel servizio, che, proprio per questo, rischiano «di attenuare la percezione nel pubblico della gravità del fenomeno e della sua pericolosità».

In Italia la narrazione mediatica pone soprattutto il focus «sulle conseguenze e sui danni di breve periodo» (incendi, siccità, riscaldamento dell’acqua del mare, per esempio) ma anche sui suoi effetti sul benessere e sulla salute delle persone e sulle misure di adattamento alle ondate di calore, anziché sulle azioni di mitigazione. Decisamente rilevante – e preoccupante - è anche lo spazio concesso alle cosiddette «narrative di resistenza alle azioni climatiche», cioè sulla «rappresentazione della transizione come fattore penalizzante per imprese e settori produttivi, la critica al Green Deal europeo, il richiamo alla necessità di gradualità o di moratorie, l’insistenza sulla neutralità tecnologica e, più in generale, la sottolineatura dei costi e dei vincoli associati alle politiche climatiche. Si tratta di cornici interpretative», hanno commentato i ricercatori, «che contribuiscono a spostare il baricentro del discorso pubblico dagli aspetti ambientali e scientifici verso quelli economici e conflittuali».

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