30/06/2026
da Remocontro
Militarizzati gli stati di La Guaira e Vargas, l’assistenza la fanno -lentamente- le forze armate nazionali “in stretto coordinamento” con un generale degli Stati uniti. E sopra la testa dell’organizzazione comunitaria, l’organizzazione civile del Paese. Dopo il devastante terremoto che ha colpito il paese, la prova che la solidarietà dal basso della popolazione venezuelana è la sola ad aver qualcosa di cui andare fiera nel lutto immenso
La dimensione della catastrofe
Mentre la conta ufficiale dei morti ha superato quota 1.400, più 3.200 feriti – ma oltre 50mila persone risultano ancora disperse e l’Onu stima addirittura in 6 milioni le persone interessate in diversi gradi dalle conseguenze del sisma -, è l’organizzazione comunitaria a rivelarsi la principale linea di difesa del paese. «Instancabilmente e senza sosta, senza dormire un minuto, quasi senza mangiare e quasi senza idratarsi», come ha sottolineato il presidente del Parlamento Jorge Rodríguez, le squadre di soccorso venezuelane, e insieme a loro le brigate internazionali, continuano infatti a operare nelle zone colpite. E, tra tanti eroi, c’è pure un cane, Tsunami, un border collie con una storia di maltrattamenti alle spalle, addestrato alla ricerca di persone sepolte sotto edifici crollati e ora diventato, dopo aver contribuito a salvare già una trentina di persone, uno dei simboli della speranza in un paese duramente provato, e a più livelli (un account Instagram che gli è stato dedicato conta oltre 21mila follower), come ci racconta Claudia Fanti
Eroismi e lo Stato che non c’è
È in questo quadro, a fronte del forte coinvolgimento della base nell’assistenza alle vittime e nell’organizzazione degli aiuti materiali, che da più parti vengono avanzate critiche nei confronti della militarizzazione dell’assistenza decisa dal governo, con lo stato di La Guaira, come pure quello di Vargas, «totalmente sotto il controllo delle Forze armate bolivariane». Tanto più che anche la militarizzazione, come ormai tutto il resto, viene realizzata in stretto coordinamento con gli Usa, come indica la riunione sostenuta dal generale statunitense Kevin J. Jarrard, l’ufficiale di grado più alto del Comando Sud schierato sul campo, con il capo della Difesa venezuelano Gustavo González López e altri alti comandanti militari proprio per coordinare le operazioni di soccorso e potenziare la risposta internazionale all’emergenza.
‘Benefattori’ di credibilità incerta
«Sulla loro improbabile immagine di benefattori, dopo aver aggredito militarmente il paese, sequestrato il suo presidente, messo le mani sul suo petrolio, gli Usa stanno del resto investendo parecchio, ricevendo per questo la profonda gratitudine di Delcy Rodríguez per questo gesto di amicizia e cooperazione». Ma anche sollevando allarmi sul rischio che tale intervento si traduca in un maggiore controllo politico e in uno strumento di legittimazione della tutela imperiale, mentre il pensiero corre al 1999, quando Hugo Chavez rifiutò parte degli aiuti offerti dagli Usa per far fronte alle frane provocate da piogge torrenziali eccezionali nello stato di Vargas, con un bilancio di migliaia di morti.
Il segretario alla guerra Usa
«La nostra missione è chiara: salvare vite e distribuire aiuti in maniera rapida ovunque sia necessario», ha dichiarato il segretario della Guerra Pete Hegseth. «E per i nuovi e grandi amici degli Usa» – Trump dixit – Washington ha stanziato 150 milioni di dollari, mobilitando una squadra di risposta rapida e due brigate di ricerca altamente specializzate, collaborando alla macchina dei soccorsi con navi, aerei e elicotteri e autorizzando trasferimenti bancari e altre transazioni finanziarie, ma solo fino al prossimo 23 ottobre e solo per agevolare gli aiuti. Troppo poco e troppo tardi: come ha dichiarato in un’intervista a ‘La Vanguardia’ l’economista venezuelano Francisco Rodríguez, «molte cose che lo Stato avrebbe potuto fare per prepararsi a simili catastrofi, come l’acquisto di ruspe e gru per scavare nelle macerie, non sono state possibili a causa delle sanzioni».
Paese totalmente impreparato
«E se è anche per questo che il paese è giunto totalmente impreparato al rovinoso doppio terremoto del 24 giugno, non c’è dubbio che, come denuncia Marea Socialista, la catastrofe naturale si innesti su una prolungata crisi sociale, economica e istituzionale, segnata, oltre che dall’imposizione delle sanzioni, dalla malversazione di risorse pubbliche, dal collasso dei servizi essenziali, dall’estrema precarietà della vita e dalla perdita di sovranità». Cosicché, conclude Marea Socialista, «la ricostruzione sarà possibile solo ponendo al centro le comunità, i lavoratori e la società organizzata».
- Un compito titanico quello che attende il paese, tanto più se venisse confermato il colossale debito da 240 miliardi rivelato dal «Financial Times»: in tal caso, il paese sarebbe chiamato ad affrontare il più grande progetto di ristrutturazione finanziaria della storia, superando persino il record della Grecia.

