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Gli strumenti per interrogare la complessità della Storia

Gli strumenti per interrogare la complessità della Storia

Da Non dimenticare

27/12/2025

da Il Manifesto

Lia Tagliacozzo*

Giorno della memoria Far comprendere a una scolaresca l’esistenza di cittadini italiani ebrei era più difficile venti anni fa: oggi i giovani - più per esperienza che per formazione - sono attrezzati ad accogliere la differenza tra cittadinanza e religione

Mai le acque nelle quali celebrare il Giorno della memoria della Shoah sono apparse così torbide da non riuscire a intravedere sul fondo l’orrore del ‘900 e come ci riguardi. La destra al governo e la sua rimozione delle responsabilità fasciste nella persecuzione e deportazione degli ebrei e la sovrapposizione delle categorie utilizzate per la strage di Hamas del 7 ottobre 2023 in Israele e il massacro di Gaza ad opera dell’esercito israeliano, generano una polarizzazione politica e identitaria facendo emergere tutta la difficoltà di inserire nel dibattito pubblico una vicenda complicata che, abdicando alla complessità, si trasforma in metafora estensiva dei mali del mondo rischiando così di rendere incomprensibile tanto il passato quanto il presente.

IL 27 GENNAIO – la liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata rossa nel 1945 – è invece una data che interroga una vicenda tragica, complessa, l’anus mundi dell’Europa, impossibile da sottrarre alla riflessione critica sull’intera «biografia» dell’Occidente.

I nodi problematici che si sono accumulati nel corso di ottant’anni di storia repubblicana, in un paese che non ha fatto i conti con il proprio passato, riempiono interi scaffali, pur restando assenti dal dibattito pubblico. Tra questi: a partire dai primi anni del dopoguerra, la rimozione della deportazione razziale; la concorrenza vittimaria dalla fine degli anni ’80, la smemoratezza circa i costi politici della continuità istituzionale e della stessa amnistia De Gasperi-Togliatti, la riduzione della Shoah a una tragedia tra ebrei e nazisti.

Un elenco sommario e incompleto che interroga l’intera storia repubblicana e non solo la memoria della persecuzione e deportazione degli ebrei. Intersezioni storiche, politiche, sociali che richiedono strumenti capaci di interrogare, appunto, la complessità.

RAGIONARE DI STORIA «non significa abbassare il livello dell’argomentazione per renderla comprensibile a un pubblico più ampio – afferma lo storico Carlo Ginzburg in un’intervista su L’Espresso – Vuol dire cercare di trascinare il pubblico dei non addetti ai lavori nel mondo della ricerca.

È il contrario del paternalismo». Si tratta di restituire complessità nel dibattito pubblico tanto alla storia quanto al presente.

Dalla sua istituzione nel Calendario civile nazionale (nel 2000) sono trascorsi ventisei anni e venticinque sono quelli di celebrazioni nell’associazionismo, nelle amministrazioni locali e nazionali ma la legge si rivolgeva prima di tutto alla scuola: eppure gli studenti e le studentesse restano sostanzialmente al di fuori del dibattito che da giorni rimbalza sulle pagine dei giornali. Voce muta o comunque inascoltata.

Per chi – compresa chi scrive – le ha frequentate proprio in questa ricorrenza confrontandosi con i bambini delle elementari come con i maggiorenni delle superiori, è evidente che il Giorno della memoria si pone quale nucleo dolente di riflessioni che hanno grandissima ampiezza e varietà di argomenti e che incrocia in modi ineludibili voci diverse del sapere: storia, etica, filosofia, cittadinanza attiva, capacità critica, geografia, intelligenza emotiva, memoria collettiva e individuale, mentre identità molteplici stanno cambiando le aule scolastiche.

Far comprendere a una scolaresca l’esistenza di cittadini italiani ebrei era molto più difficile venti anni fa di quanto non sia oggi: i giovani sono attrezzati – per esperienza prima ancora che per formazione – ad accogliere la differenza tra cittadinanza e religione.

È IMPORTANTE ricordare che se oggi il 27 gennaio fa parte delle celebrazioni, in quella data nel 1945 in Italia non successe nulla di memorabile: fu un orribile giorno di guerra, fame e violenza come tanti.

Si è perciò di fronte a una data del calendario civile che non fa parte della storia nazionale, ma che è stata adottata, prima in Italia e poi in Europa, per identificare simbolicamente un giorno «al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati» (così la legge istitutiva).

Fino ad oggi, paradossalmente, una data tutto sommato poco «divisiva»: a farla semplice si potevano attribuire tutte le responsabilità al nazismo, riproporre ancora e ancora il «mito del bravo italiano», tacere delle Leggi antiebraiche del ‘38, delle delazioni, delle fughe, delle vicende di cui i fascisti furono protagonisti attivi.

Meno «divisiva» del 25 aprile dove sottrarre il racconto alla liberazione dal nazifascismo resta francamente difficile. Non è un caso che le stesse scolaresche che oggi hanno trascorso il loro intero percorso scolastico celebrando «giorni della memoria» sappiano, a volte, per restare alla storia nazionale, più del 27 gennaio che del 25 aprile. L’unica uscita da un corto circuito di questo genere è restituire complessità alla Storia, offrire strumenti concettuali e una mappa capace di accogliere le diversità di orizzonti, di momenti e di analisi. Per questo, nonostante i suoi limiti, il giorno della memoria è irrinunciabile.

* Lia Tagliacozzo Scrittrice italiana (n. Roma 1964). Figlia di due sopravvissuti alla Shoah, esperta di cultura ebraica, collabora con diverse testate, tra cui Il Manifesto ...

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