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Gli Usa e noi, quella miscela di declino e sudditanza

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22/01/2026

da Il Manifesto

Andrea Fabozzi

A mondo mio. Ha la pistola sul tavolo e la mano tremante ed è difficile dire quale delle due cose sia peggio. La guerra di Donald Trump all’Europa, rozzamente teorizzata nel documento strategico sulla Sicurezza nazionale, plana nell’esclusivo circolo di Davos

Ha la pistola sul tavolo e la mano tremante ed è difficile dire quale delle due cose sia peggio. La guerra di Donald Trump all’Europa, rozzamente teorizzata nel documento strategico sulla Sicurezza nazionale, plana nell’esclusivo circolo di Davos – sorta di riproduzione in scala di quel governo del mondo a misura di business che il presidente Usa tenta di consacrare con il suo Board of peace.

La Groenlandia sarà nostra – dice, confondendola spesso con l’Islanda – non voglio usare la forza ma se volessi potrei ripetere quello che ho fatto in Venezuela, nessuno ha un esercito potente come il nostro. «Le superpotenze in declino vanno sempre temute», avverte giustamente il Financial Times e gli Stati uniti di Trump incarnano alla perfezione la minaccia, corrosi come sono dagli squilibri interni ed esterni che la patacca dell’età dell’oro spacciata alla Casa bianca non può nascondere. Ma la minaccia è tanto più spaventosa quando incontra la sudditanza degli altri, come alla stessa platea ha spiegato il presidente del Canada Mark Carney, tutt’altro che un rivoluzionario, un uomo dell’alta finanza capace di dire la verità: «Competiamo tra noi per essere i più accomodanti. Questa non è sovranità. È la rappresentazione della sovranità mentre si accetta la subordinazione». E qui in Italia abbiamo al governo i migliori interpreti di questa rappresentazione.

Va fatta una tara, chiaramente, perché intimidazioni e avvertimenti che Trump lancia a chiunque non si sottometta alla spartizione tra grandi potenze sono tanto la declinazione della sua agenda di dominio quanto il frutto dell’evidente incontinenza verbale di un uomo anziano. Che ne amplifica però, non certo mitiga, la pericolosità. E così parlando in Svizzera dice che se non era per gli americani avrebbero parlato tutti tedesco, cosa che effettivamente fanno, quando la sua presidenza, attivamente impegnata a sostenere gli eredi dei nazisti in Germania, è l’ultima che può rivendicare una continuità con la guerra a Hitler. Ma la sconnessione dei suoi discorsi dalla realtà non è mai stata un problema per i suoi interlocutori, convinti che bisognasse comunque assecondarlo. Così per il colpo di Stato in Venezuela, apertamente lodato da molti governi – in prima fila il nostro – prontissimi a giustificare ogni cosa con le malefatte, innegabili, di Maduro. Salvo scoprire che a questo punto Trump vuole fare lo stesso con un territorio europeo.

L’esito della prima guerra dei dazi aveva già detto molto sulla capacità degli europei di procurarsi il peggio cercando di evitare il male. L’ostinata volontà di considerare chiunque, dalla Russia alla Cina, solo come nemico anche quando il padrone americano si comporta lui stesso in modo assai meno rigoroso sta facendo il resto. Con l’inevitabile corollario di aver affidato ogni prospettiva futura – e ogni risorsa – a un insensato piano di riarmo (con armi americane, si intende). Nel frattempo la dipendenza energetica dagli Usa (a prezzi raddoppiati) e andata a fare coppia con la dipendenza militare – un processo che è cominciato con Biden ma che con Trump ha raggiunto la dimensione del ricatto dichiarato e realizzato.

In quest’opera di affermazione della logica di potenza e distruzione del multilateralismo, il presidente americano ha potuto contare sulla collaborazione di diversi «sovranisti subordinati», per dirla con Carney. Già partecipi della dissoluzione del diritto internazionale che ha accompagnato e consentito il genocidio di Gaza – come sempre nella storia i massacri ridefiniscono anche il campo del possibile. È sempre troppo tardi per aprire gli occhi e se Giorgia Meloni volesse affrontare sul serio i suoi problemi di posizionamento, dovrebbe accorgersi che c’è molto di peggio che finire spiazzata da Trump sulla Groenlandia o sul Board of peace in cui prima ha annunciato con orgoglio l’ammissione ma da cui deve ora sfilarsi senza farsi troppo notare.

C’è che il nostro Paese non può che condividere la sorte dell’Europa che il presidente americano sta attaccando al cuore, per cui non c’è affinità ideologica che potrà trasformare la sua mano tesa a Washington in un posto al sole per l’Italia e nemmeno, alla fine, per il suo governo. Perché il posto dei gregari è sempre all’ombra.

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