28/08/2026
da Remocontro
Nepal: il ghiacciaio caduto è stato la causa, non l’effetto delle vibrazioni rilevate dai simografi. «Il cambiamento climatico sta accelerando il ritiro dei ghiacciai e la perdita di massa glaciale nell’Himalaya nepalese, esponendo le comunità montane a impatti a cascata, tra cui l’aumento di rischi quali le inondazioni improvvise dovute al cedimento dei laghi glaciali, le valanghe e le frane di roccia»
Non un mago ma un climatologo
L’avvertimento, quasi una terribile preveggenza, nel 2025 di Gunjan Silwal, dottorando del programma OnePlanet dell’Università di Newcastle, nel Regno Unito, in un articolo pubblicato da AntarcticGlaciers. «Questi impatti – continuava – si estendono anche più a valle, aggravando il rischio di alluvioni, l’insicurezza idrica e l’instabilità economica. Il ritiro dei ghiacciai in Nepal è determinato dall’aumento delle temperature e influenzato dalle dinamiche del ghiaccio, come la presenza di detriti sulla superficie, i laghi e la topografia», riposta Luca Martinelli.
Glacial Lake Outburst Floods
L’acronimo inglese di ciò che è probabilmente successo è Glof, Glacial Lake Outburst Floods: «le immagini satellitari mostrerebbero infatti che una parte consistente della porzione inferiore del ghiacciaio si è distaccata a un’altitudine di circa 5.200 metri, precipitando per circa 1.200 metri fino al fondovalle e trascinando con sé rocce e sedimenti durante la caduta. La conseguente valanga di ghiaccio e detriti rocciosi ha colpito il fiume Lhende, che si trova in Tibet, circa 20 km a nord-est del valico di frontiera tra Nepal e Cina. I detriti hanno temporaneamente ostruito il corso del fiume prima che la diga naturale cedesse, provocando il rilascio improvviso di una potente ondata di piena verso valle».
L’inarrestabile onda di morte
La gigantesca onda marrone ha raggiunto per primo il posto di frontiera di Gyirong, causando vittime e dispersi. «La sola spiegazione per la discesa improvvisa di una quantità così grande di acqua è che sia stata liberata tutta insieme», ha osservato Adrian McCallum, glaciologo dell’Università della Sunshine Coast, in Australia. Un’analisi pubblicata ieri da AntarcticGlaciers evidenzia come, secondo uno studio pubblicato nel 2026 dallo stesso Silwal, «nel periodo 2000-2023, i ghiacciai si sono ritirati a una velocità 1,5 volte superiore rispetto al periodo 1964-2000, con un’ampia frammentazione, disconnessione e separazione dei ghiacciai»: viviamo in un mondo sempre più insicuro, anche per effetto dei cambiamenti climatici.
Situazione di rischio estremo
Una delle tante indiscrezioni dopo l’evento estremo rendono evidente la situazione di rischio estremo: se le prime notizie suggerivano che il crollo fosse stato provocato da un terremoto di magnitudo 4.4, lo United States Geological Survey (Usgs) ha in seguito rivisto la propria valutazione affermando che il segnale sismico era stato generato dalla frana stessa e non da un terremoto: le vibrazioni, insomma, sono state l’effetto e non la causa del collasso in superficie e dell’enorme forza del movimento di fango e detriti. Intanto, ieri è stato lanciato l’allarme per una nuova possibile piena in Nepal, dopo la formazione di un lago naturale vicino al confine con il Tibet: le autorità cinesi avvertono che il bacino, già in fase di tracimazione, presenta un alto rischio di cedimento nei prossimi tre giorni.
Rischio bis sulla zona già colpita
L’eventuale rottura potrebbe provocare una nuova e improvvisa ondata d’acqua a valle, aggiungendo un ulteriore pericolo alla situazione già drammatica dopo le alluvioni di mercoledì. Il lago, ricostruisce il Kathmandu Post, si trova nei pressi della confluenza dei fiumi Chhochen Khola e Purepu Tsangpo. C’è poi il rischio di un ulteriore crollo del ghiacciaio. Secondo la climatologa del Cnr Marina Baldi, il fenomeno potrebbe ripetersi se dovesse cedere anche la seconda parte di quello già collassato: «Le immagini scattate dai satelliti dell’Earth Observing System (Eos) della Nasa, prima e dopo l’evento, mostrano che è venuta a mancare una parte del ghiacciaio: non fanno però capire ancora il volume totale del ghiacciaio rimasto. Previsioni su quando ci potrebbe essere il nuovo crollo, e sulla sua intensità non possono perciò essere formulate».
- Fenomeni simili ma minore intensità erano stati registrati più volte nel Sud-Est dell’Asia e sulle Alpi Svizzere (notizia turisticamente dannose e abilmente seminascoste). In Italia nessun pericolo? O il pericolo è ovunque e dall’alto guarda i paesi giù in valle? Analisi serie e non allarmismi. Ma neppure gli attuali silenzi decisamente sospetti.

